Tra attese e sfide aperte

Come la città britannica si prepara ai prossimi Giochi? Tanti dubbi ma anche interesse e spirito di convivialità.
Arrivano i cinque cerchi da montare sul Tower Bridge

Nel 2005, l’annuncio che Londra sarebbe stata la sede delle Olimpiadi nel 2012 aveva suscitato grande entusiasmo e forti attese: insieme al giubileo di diamante della regina, sarebbe stato un anno memorabile per la Gran Bretagna. Oltre ad essere un grande fattore di orgoglio nazionale, i Giochi avrebbero infatti consentito la riqualificazione di un’area degradata nella zona est della capitale, e generato migliaia di posti di lavoro. Tutto questo è accaduto prima della recessione economica e della stretta creditizia, che ha colpito tutti i Paesi, ricchi o poveri. Il governo sta cercando di mantenere la spirale positiva che si è creata, affermando che tutte le strutture e i servizi sono stati messi a punto nei tempi e nel budget previsti.

I Giochi sono notevolmente cambiati dall’ultima volta in cui Londra li ha ospitati, nel 1948: all’epoca vi avevano partecipato 1400 atleti – tutti dilettanti – da 59 Paesi (Germania e Giappone esclusi in quanto sconfitti nella Seconda guerra mondiale), e avevano generato guadagni per 29 mila sterline a fronte di un budget totale di 742 mila (interessante notare che i Giochi di Berlino del 1936, diventati la vetrina per la Germania di Hitler, erano costati venti volte tanto). La stima iniziale fatta nel 2005 per queste Olimpiadi era di 2,3 miliardi di sterline, ma a conti fatti si supereranno gli 11 – e questo in un momento in cui il governo sta tagliando la spesa pubblica –. Il Daily Mail ha addirittura ipotizzato un costo finale di oltre 24 miliardi.
 
La torcia attesa
 
Al di là delle preoccupazioni economiche, la staffetta della torcia olimpica attraverso le città britanniche è stata seguita ovunque da enormi folle festanti e la richiesta di biglietti per i Giochi è stata molto alta; tuttavia molti si chiedono quali saranno i benefici sul lungo termine, nonostante i grossi ricavi dalla vendita dei biglietti e dei diritti televisivi.
Gli organizzatori sostengono che la comunità locale trarrà grossi vantaggi dall’evento. Buona parte dei 200 ettari del parco olimpico sono ricavati da un’area industriale dimessa, bonificata per creare lo spazio verde urbano più grande in Europa; 52 piloni elettrici sono stati rimossi e 200 km di cavi sono stati trasferiti sotto terra; i corsi d’acqua inquinati sono stati ripuliti e sono stati creati nuovi habitat per gli animali, tra cui un “ecosistema di palude” che giocherà un ruolo fondamentale nel gestire il rischio di inondazioni; le vie di accesso all’area saranno incrementate, incoraggiando gli abitanti ad usare l’area per attività ricreative. Il parco da solo porterà 12 mila posti di lavoro stabili e migliaia di temporanei, oltre che miglioramenti nelle infrastrutture, tra cui l’ampliamento delle linee ferroviarie della Docklands Light Railway e della East London Rail. Alla fine dei Giochi il villaggio olimpico si trasformerà in case popolari, con un totale di novemila alloggi, a cui avranno accesso soprattutto lavoratori “chiave” – come insegnanti e infermieri – e cinque delle nuove strutture sportive rimarranno ad uso della comunità.
 
Tuttavia altri sostengono che in tutto questo c’è chi ci perde. Secondo un sondaggio condotto dal Thames Gateway Forum, il 26 per cento degli intervistati sostiene che le Olimpiadi non saranno un bene per come sono state organizzate: molti residenti, soprattutto anziani, sono stati costretti a lasciare le proprie case per far spazio a stadi e infrastrutture. Molto sta nel cosiddetto “spirito olimpico” – riassunto nel celebre «l’importante non è vincere, ma partecipare» – e nel fatto che i Giochi richiamano atleti da tutto il mondo; ma con i test antidoping sempre più sofisticati, ricchi premi in denaro e la presenza massiccia degli sponsor, sono in molti a chiedersi cosa rimanga di questo spirito.

Frank Johnson

 
 
116 anni tra sport e politica
 
Da Atene 1896 a Londra 2012, l’evoluzione dei Giochi ha seguito le trasformazioni del mondo
 
Se parliamo di Olimpiadi, il nostro primo pensiero va inevitabilmente allo sport. Ci viene da pensare alle imprese di campioni leggendari come Jesse Owens e Carl Lewis, Mark Spitz e Nadia Comaneci, o, per rimanere più ai giorni nostri, a quelle di veri “fenomeni” come Usain Bolt e Michael Phelps. A ben vedere, però, ripercorrere il cammino compiuto nel tempo dalle Olimpiadi moderne aiuta a comprendere come questa manifestazione sportiva abbia accompagnato, e in alcuni casi influenzato, i cambiamenti intervenuti nel mondo dal punto di vista politico e sociale, economico e culturale.
Alcuni degli atleti che vedremo protagonisti a Londra, ad esempio, non avrebbero potuto gareggiare nel 1896, nella prima edizione dei Giochi: Federica Pellegrini e Valentina Vezzali, Kobe Bryant e LeBron James, Rafael Nadal e Roger Federer. No, loro ad Atene, 116 anni fa, non ci sarebbero potuti essere. Allora, infatti, le donne, gli atleti di colore e i professionisti, per diverse ragioni, non erano ammessi.
 
Le difficoltà dei primi anni
 
Promuovere la pace tra le nazioni attraverso lo sport e, in particolare, attraverso la rinascita degli antichi giochi di Olimpia: quando il sogno del barone Pierre de Fredy de Coubertin divenne realtà, non tutto andò subito come sperato. La prima edizione si disputò alla fine solo per “miracolo” (la Grecia era sull’orlo della bancarotta), e i successivi Giochi di Parigi (1900) e St. Louis (1904) furono un vero fallimento, perché si rivelarono semplici appendici alle esposizioni universali ospitate dalle due città.

Fu guarda caso proprio Londra, nel 1908, a rilanciare definitivamente i Giochi, rappresentando nello stesso tempo una straordinaria occasione per riallacciare i rapporti diplomatici tra la Gran Bretagna, sede designata, e la Francia, patria di de Coubertin. Dopo anni caratterizzati da una crescita di tensione tra i due Paesi. Qui inoltre, sulla spinta dei nascenti movimenti femministi che chiedevano pari dignità e diritti, vi furono i primi timidi segnali di apertura nei confronti della partecipazione delle donne; e sempre qui fu pronunciato lo slogan stesso dei Giochi: «L’importante non è vincere, ma partecipare».   
 
Complemento al potere politico
 
Dopo i Giochi di Stoccolma del 1912, le Olimpiadi furono costrette a fermarsi per la Prima guerra mondiale. Si riprese nel 1920 ad Anversa, un’edizione “sobria”, mentre quattro anni più tardi, a Parigi, proprio a voler rimarcare una delle principali funzioni dei Giochi, ovvero quella di promuovere il dialogo e aiutare a superare le divisioni, furono invitate a partecipare anche le nazioni uscite sconfitte dal primo conflitto mondiale. Tutte, tranne la Germania, che fu però reinserita ad Amsterdam, nel 1928, dove per la prima volta apparve anche la “fiaccola olimpica”.

È proprio in questo periodo che in molte nazioni lo sport cominciò a diventare un “affare di Stato”. I governi di alcuni Paesi, primi tra tutti l’Unione Sovietica socialista, la Germania nazista e l’Italia fascista, compresero infatti che lo sport poteva aiutare a diffondere certe ideologie e a consolidare il sentimento nazionalistico, oltre a costituire un veicolo di propaganda. È in questo contesto che andarono in scena prima i Giochi di Los Angeles del 1932, dove fecero la loro comparsa anche alcuni sponsor commerciali, e poi quelli di Berlino del 1936.
 
La Guerra Fredda invade lo sport
 
Come già accaduto in passato, fu assegnato di nuovo a Londra, nel 1948, il compito di rilanciare le Olimpiadi dopo lo stop per il secondo conflitto mondiale. Nel frattempo si era disegnato uno scenario nuovo, caratterizzato dalla forte ostilità tra Est e Ovest. Nel 1956 iniziò così il lungo periodo dei boicottaggi. Alcuni Paesi rifiutarono di partecipare ai Giochi di Melbourne come segno di protesta verso l’invasione sovietica in Ungheria, mentre altri non vi presenziarono a causa della crisi di Suez. E così a Montreal, nel 1976, furono assenti i Paesi africani; nel 1980 fu la volta degli Stati Uniti e di altri Paesi del blocco occidentale boicottare l’edizione di Mosca (a causa dell’invasione sovietica in Afghanistan); infine, nel 1984, vi fu la reazione sovietica e di alcuni suoi partner che per “vendetta” non parteciparono ai Giochi di Los Angeles.

Un momento difficile, in cui lo sport giocò però un ruolo importante. Usa e Urss, ad esempio, organizzarono per anni dei festival annuali riservati agli atleti dei due Paesi, occasione più unica che rara per far dialogare le rispettive diplomazie. E anche le Olimpiadi fecero la loro parte decretando in particolare il reinserimento nella famiglia olimpica (e nel contesto internazionale) delle nazioni sconfitte durante la Seconda guerra mondiale: all’Italia fu assegnata l’organizzazione dei Giochi del 1960, che si disputarono a Roma; al Giappone, in particolare a Tokyo, quelli del 1964; alla Germania quelli di Monaco del 1972, i Giochi del “progresso tecnologico” passati tristemente alla storia per l’attentato in cui morirono undici atleti israeliani, cinque terroristi palestinesi e un poliziotto tedesco.

Ma se lo sport ha provato più volte a dare il suo contributo di mediatore, a volte, pur non volendo, i Giochi si sono rivelati il palcoscenico adatto per rivendicazioni “extra sportive”. Come accadde a Città del Messico, nel 1968, quando alcuni atleti di colore non persero l’occasione per denunciare il razzismo nei confronti degli afroamericani statunitensi.
 
Le nuove sfide globali
 
Nonostante Reagan e Gorbaciov abbiano usato anche lo sport per avviare un periodo di relazioni diplomatiche più distese tra Est e Ovest, nuove sfide attendevano le successive Olimpiadi. I Giochi coreani di Seoul del 1988, ad esempio, fecero esplodere definitivamente il problema doping, che ebbe la principale icona in Ben Johnson. A Barcellona, nel 1992, con un mondo ancora mutato dopo il crollo del Muro di Berlino, vi fu poi un nuovo deciso (e interessato) passo verso il coinvolgimento nei Giochi degli atleti professionisti (tennis e basket in testa).

Lo si fece per aumentare sempre di più l’interesse del pubblico, certo, ma in realtà la leva principale fu quella di moltiplicare gli introiti delle Olimpiadi che, a fine millennio, sono diventate sempre più legate al business, come dimostrò chiaramente la scelta di assegnare ad Atlanta, guarda caso sede della Coca Cola (il più importante sponsor olimpico), l’organizzazione dei Giochi del centenario. Le minacce del terrorismo globale, concretizzatesi ad Atlanta con l’esplosione di un pacco bomba nell’Olympic Park ed amplificatesi dopo il crollo delle Torri gemelle dell’11 settembre 2011, sono diventate poi la principale sfida con cui hanno fatto i conti gli organizzatori delle successive Olimpiadi (Sidney 2000, Atene 2004 e Pechino 2008).

Nonostante tutto, le Olimpiadi continuano ancora oggi a scaldare il cuore di chi vi partecipa, di chi ha la fortuna di assistervi da vicino, o di chi, più semplicemente, le guarda da casa. Perché l’unicità di un’Olimpiade sta nella sua universalità grazie alla quale puoi vedere gareggiare insieme celebrati campioni dello sport e semisconosciuti. La magia di un’Olimpiade sta in quell’atmosfera di dialogo e di unità tra persone di differenti convinzioni, culture, religioni, che coinvolge atleti, pubblico, addetti ai lavori. Atmosfera che chi sarà questa estate a Londra potrà sperimentare inequivocabilmente sulla propria pelle.

Marco Catapano

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