Terra santa andata e ritorno

“Ways of peace”: il progetto nato da un viaggio che da due anni coinvolge giovani italiani e del Medio Oriente.
Terra Santa
Non è stato un pellegrinaggio ma nemmeno una vacanza in una delle mete turistiche più gettonate. Quel viaggio in Terra Santa dell’agosto di due anni fa – dopo una preparazione di circa un anno –, per i 49 Giovani per un mondo unito provenienti da Emilia Romagna e Marche è significato molto di più. «Se avessi fatto il solito turismo – racconta Elisa Piccinini, una delle partecipanti –, sarei tornata a casa con poco più di quello che avevo».

 

E invece l’intento di scoprire quella terra divisa e senza pace, quell’iniziale curiosità nell’osservare una «Betlemme notturna attraversata dal canto del muezzin» lascia posto alla conoscenza di una «terra di ricchezza senza confronto, come la cultura che in essa vi abita», racconta uno di loro. Cenano con coetanei palestinesi, condividono momenti di dialogo con gli amici ebrei, partecipano con i ragazzi musulmani all’Iftar – la cena che rompe il digiuno dal Ramadan – e a un meeting finale con altri giovani a Nes Ammin. «Ripenso a Gabi, un ragazzo cristiano di Haifa – dice Stefano Stacchietti –, che mi raccontava come fosse difficile vivere lì, dove i popoli hanno i cuori talmente feriti da impedire una convivenza pacifica».

 

Ma una volta rientrati in Italia a questi ragazzi la visita di quei luoghi non basta più, perché «la Terra Santa è stato anche guardare gli occhi di quel palestinese che vive nella povertà – raccontano –, o quella ragazza diciottenne che la mattina entrava nel pullman con il mitra in mano». Nasce di lì a poco il progetto “Ways of peace” con l’obiettivo di creare ponti con quanti in Terra Santa hanno nel cuore quel seme di fraternità, sulla stessa frontiera che la società civile israeliana e palestinese costantemente vive nelle divisioni interne che lacerano i popoli costringendoli a vivere in mondi a volte dissonanti per differenza religiosa, culturale e razziale. Con questo spirito hanno iniziato a lavorare insieme per delle iniziative che coinvolgessero in maniera diretta o indiretta su più ambiti enti e associazioni: «Forse questa è tra le cose che ci piacciono di più del progetto: non riesce a trovare un posto, o meglio, un solo posto – racconta Mariele Cipollini –, e non riesce a trovare un unico nome».

 

L’arte diventa canale d’incontro privilegiato, il primo strumento per creare delle vie al dialogo. Nell’estate 2011 sbarcano all’aeroporto di Bologna da Betlemme e Gerusalemme sette tra ragazzi palestinesi e arabi dei territori israeliani per recarsi a Galeata, paese del forlivese. Insieme ad altri trenta giovani di cinque differenti nazioni – polacchi, estoni, israeliani e naturalmente italiani –, partecipano a uno stage teatrale con attori e registi internazionali sul tema del viaggio, così come viene affrontato nel XXIV canto della Divina Commedia. «Spesso ci hanno detto: abbiamo bisogno di uscire dal nostro isolamento. Questo progetto di Galeata era una risposta», ci raccontano Francesca Ceroni e Mariele Cipollini. «È stata una grande opportunità andare a Galeata e scoprire Dante Alighieri – racconta Maireen Handal di Betlemme –. Da lui ho imparato che non bisogna mai abbandonare la speranza». Ma Galeata non è stato solo un arricchimento culturale ed è quanto affermava lo stesso Alighieri nel XXIV canto: «Altro non ti rispondo se non con l’agire». Sono sfide e “prove di dialogo” fatti anche di momenti di incomprensione come ce lo racconta la giovane diciannovenne Nadine Soudah: «C’era anche un gruppo di israeliani. Anche se io studio in un’università ebraica in cui tutti sono israeliani non ho mai pensato di interagire con nessuno di loro. Ma stando a Galeata ho sentito che avevo la grande possibilità di cercare di abolire le barriere esistenti tra noi. Sono davvero cresciuta».

 

Sempre a Galeata fanno la conoscenza di Edna Angelica Calò Livne, candidata nel 2005 a premio Nobel per la pace. Ebrea italiana, Edna, vive nel suo kibbutz Sasa, al confine con il Libano. Insegna in una compagnia di teatro composta da ragazzi di diverse culture e fedi – ebrei, musulmani, drusi e cristiani –, che vuol essere un modo per educare alla pace.«Donna piena di vita che ha nel cuore e sulle spalle l’esperienza di anni di lavoro – ci raccontano Francesca Ceroni e Mariele Cipollini che in Terra Santa sono tornate questa estate –, perché l’arte sia luogo d’incontro per arabi ed ebrei». Il viaggio di queste due ragazze diventa occasione per riannodare le fila dei rapporti non solo tra chi arriva e chi sta sul posto, «ma come ci hanno fatto osservare in questi giorni, siamo noi “la scusa” perché si incontrino e possano cominciare a conoscersi».

 

Sono con «il rabbino Nof che abbiamo salutato dopo aver partecipato allo Shabbat del venerdì ad Haifa» e si impegnano per cercare un modo di collaborare con Hania, la direttrice della scuola musicale Magnificat di Gerusalemme.

Intanto si riparte per il nuovo anno. Alcuni progetti sono in cantiere, tra cui l’idea di continuare a cooperare con il “Centro per la pace” di Cesena o darsi da fare attraverso il Commercio equo e solidale. Ma quali sono le aspettative per il 2012? Mariele e Francesca non hanno dubbi: «Continuare anche dall’Italia a vivere con il cuore proiettato verso quei luoghi», per la convivenza fra i popoli e per essere «cittadino della Terra Santa». A ben ricordarci che i processi di pace vanno al di là di qualsiasi negoziato tra leader politici.

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