Sulla scala infinita

Ricordiamo il grande scalatore morto il 13 settembre con brani dell’intervista rilasciata a Oreste Paliotti per "Città Nuova" nel 1998.
Walter Bonatti
I capelli diventati ormai candidi fanno un magnifico contrasto col volto abbronzato e solcato da rughe tracciate, si direbbe, dalla mano di un artista. Occhi abituati a scrutare le lontananze. Una figura agile ed aitante, malgrado l’età. Pacatezza, semplicità di modi, cortese disponibilità. Questa l’immagine di Walter Bonatti, lo scalatore ed esploratore divenuto quasi un mito, anche per aver saputo descrivere alla stregua dei grandi scrittori d’avventure le imprese vissute in prima persona.

 

L’ho incontrato a Milano, in occasione di una sua conferenza sull’Antartide, ed ho avuto la sensazione, alla fine, di esser cresciuto in umanità. Cose che capitano ad imbattersi in uomini “veri “, realizzati.

 

Nei suoi viaggi ai confini quasi di ogni consorzio umano, lei non ha mai inteso fuggire, ma piuttosto raggiungere qualcosa…

«Fuggire proprio non è nel mio temperamento, ma raggiungere, raggiungere, assolutamente raggiungere. Cosa? Soprattutto una crescita interiore che aiuti a rispondere ai perché esistenziali, come pure ad assumere tutte le responsabilità che la vita impone. Non un risultato materiale, quindi, ma un progresso a livello di umanità, di conoscenze.

«Questo patrimonio, naturalmente, cerco di metterlo a disposizione degli altri attraverso le immagini, gli scritti e le conferenze. E quando qualcuno mi dice: “Sa, io ho sognato su quello che ha fatto, mi ha aiutato a capire, ad amare…”, per me è una grossissima soddisfazione: lo considero il mio apporto alla società, alla vita».

 

La tensione a «diventare uomo» (del resto lei stesso l’ha definita così). A che punto di questo cammino è arrivato Bonatti oggi? Cosa conosce di sé?

 «Io quel poco che conosco di me – perché si passa l’intera esistenza a cercar di conoscersi – lo devo proprio a ciò che ho vissuto seguendo i sogni fatti da ragazzo, sull’onda dei miei autori preferiti: London, Melville, Curwood, Defoe… Vede, io sono figlio della montagna per parte di madre, e della pianura per parte di padre: in riva al Po, da bambino scorgevo all’orizzonte il profilo lontano delle montagne e sognavo di portarmi su quello che per me era il tetto del mondo; vedevo anche qualche relitto trascinato dalla corrente e idealmente a cavallo di esso arrivavo allo sconfinato mare.

«La montagna e tutto quello che è venuto dopo – i viaggi e le esplorazioni – sono stati per me un banco di prova. Niente di meglio che trovarsi nell’“impossibile” per imparare a conoscersi nei propri limiti, ad affinare la propria responsabilità: perché tutte le prove estreme richiedono responsabilità, oltre che abilità specifiche».

 

Lei ha cercato sempre un contatto al di fuori di ogni competizione con il mondo selvaggio. Una costante inoltre delle sue imprese, anche di quelle più aspre, mi sembra sia l’essere state condotte all’interno e nel rispetto dei limiti umani. Come considera le prodezze di certi atleti, che i limiti sembrano proprio sfidarli, anche a prezzo della vita?

«È vero, ho sempre cercato questo punto d’incontro. Spesso, invece, quello che ho fatto è stato male inteso, considerato una lotta “contro”. Quanto agli esempi che lei mi ha fatto sotto il profilo atletico, non voglio giudicare. Ma non potrei neanche 
farlo, perché evidentemente non rispecchiano la mia filosofia della vita. Anch’io uso i mezzi tecnici, ma non finalizzati alla ricerca spasmodica di un record, di un successo sportivo.

«Perché invece non affidarci di più alle nostre sole risorse, tirando fuori l’Ulisse che è in noi? Allora ci accorgeremmo che questa Terra, già tutta conosciuta ma forse conosciuta male, riserva ancora ampi spazi all’esplorazione, all’avventura!».

 

Lei ha affermato che non dobbiamo mai tagliare i ponti col passato. Cosa intendeva sottolineare con questo?

«Non c’è che il passato, inteso come somma di conoscenze, a darci dei riferimenti. Tutto ciò che vale o non vale lo possiamo capire attraverso il confronto con esso e lo stimolo che ce ne viene. Se noi prescindiamo dal passato, non sapremo mai chi siamo e cosa vogliamo fare; brancoliamo nel nulla».

 

In quanto dice non pesa un po’ il confronto con un presente che apparirebbe meno genuino, più povero di valori?

«Penso di sì, ed è un vero delitto, perché da giovani si è puri, pieni di slanci ideali, che poi crescendo vengono mortificati. Credo che la prima responsabilità di tutto questo sia della famiglia, poi della scuola e infine della società.

«L’umanità, condizionata da tanti “non valori”, diventata schiava della tecnica, che ci toglie la possibilità di sognare, di pensare, rischia grosso. Questo è tremendo: la gente ha paura di ritrovarsi sola con se stessa per guardarsi dentro, scoprirsi. Speriamo che si svegli e capisca che ha sbagliato tutto, che deve tornare ad essere umana».

A proposito di solitudine, lei ne sa qualcosa. Eppure penso che abbia delle cose molto interessanti da dire anche riguardo all’amicizia…

«Considero la solitudine una dimensione importante, anche perché essa acutizza la sensibilità e dà nerbo all’azione. Solitario lo sono un po’ per natura, ma un po’ lo sono anche diventato per necessità, per difesa: perché nell’età in cui si ha la pelle più sottile ho avuto tali e tante delusioni da parte del prossimo che purtroppo, quando posso, cerco di agire da solo.

«Questo non esclude naturalmente che io abbia avuto ed abbia dei veri amici. Guai se non fosse così! Parlando dell’alpinismo, per esempio, ho avuto come amico carissimo Carlo Mauri, ora purtroppo scomparso. Con lui ho portato a termine delle imprese straordinarie. Ed era straordinario il fatto che insieme eravamo due entità ma un solo pensiero, una sola sensibilità… Ma sono casi piuttosto rari».

 

Come mai l’attrae ciò che è primordiale, isolato?

«Sì, effettivamente è così. Se avessi potuto scegliere la mia vita, come minimo avrei voluto vivere nell’Ottocento, ma andrei anche più indietro: avrei voluto essere il primo uomo su questa Terra per vedere l’effetto, intorno, di un mondo ancora intatto, ancora misterioso…». 

 

Però in certi posti forse è stato davvero il primo…

«Eh sì. Luoghi qualche volta assolutamente inesplorati, e così remoti da dimenticarsi che esista l’uomo sulla faccia della Terra. Ed è per noi uomini di fine millennio un’esperienza incredibile, da non poter raccontare al primo che capita per non esser preso per matto». 

 

Lei dapprima si è dedicato al verticale, alle imprese alpinistiche; dopo di che ha affrontato l’orizzontale, inaugurando una stagione di esplorazioni e viaggi sui punti più isolati e selvaggi del pianeta…

«…ma anche quando ho affrontato l’orizzontale, per me era un ascendere. Vede, per me la vita è come una scala infinita. Da bambino ho cominciato a salire i primi pioli, poi altri e altri ancora. Così di avventura in avventura. L’alpinismo mi aveva dato tanto, ma il mio bisogno di conoscenza era insaziabile. Allora ho trasposto il mio alpinismo con tutte le sue componenti psicologiche al di fuori del verticale, ma in modo altrettanto interessante e ancora più vasto, nel mondo fatto di deserti, di mari, di foreste, di animali selvaggi… E ancora adesso, un piolo dopo l’altro, continuo a salire su questa scala immaginaria verso l’infinito». 

 

Un’ultima domanda. Lei è felice?

«Certo, in senso relativo, perché la felicità assoluta non esiste, la felicità è di attimi. Comunque mi ritengo fortunato pensando di aver speso l’esistenza secondo il mio modo di concepire la vita. Ciò non può dare che felicità: questa ce l’ho, e sono orgoglioso di averla».

 

 

Vivere a misura d’uomo

 

«È l’alpinismo classico a cui mi sono sempre ispirato, poiché si confà perfettamente al mio temperamento e risponde completamente alle mie necessità. Ed è muovendomi nel solco di una tradizione – una tradizione fatta anche di sacrificio, di sofferenza, e perché no, di amore – che ho sempre cercato di portare questa traccia più avanti, senza snaturarla, rispettando le regole di un gioco che ha un fascino e una giustificazione proprio perché il “mazzo” non è stato truccato per vincere ad ogni costo. Naturale quindi che le mie imprese abbiano acquistato spesso il valore di una affermazione di principio contro certe degenerazioni». 
(Da: I giorni grandi, Mondadori)

 

«L’avventura per me è una spinta personale più che un fatto esplorativo inteso nel senso più comune. Nei grandi silenzi, nei grandi spazi, ho trovato una mia ragione d’essere, un modo di vivere a misura d’uomo. (…) Comunque, per sentirsi un po’ di spazio intorno, un po’ di quiete, a pensarci bene non è neanche necessario andare nell’Antartide o nell’Amazzonia, perché il vero spazio costruttivo, secondo me, è quello della mente. È lì che bisogna crearselo. Il bello dell’avventura è sognarla, dare aria all’immaginazione, poi si potrà anche tentare di dare materia ai propri sogni. Per questo la fantasia deve accompagnarci sempre». 
(Da: In terre lontane, Baldini & Castoldi)

 

«Spesso in me (la paura) è servita a stimolare il coraggio, anche quello di saper accettare la rinuncia, se necessaria. Il coraggio a sua volta è un sentimento che rende l’uomo padrone della propria dignità. Coraggio, soprattutto a livello individuale, è anche volontà civile e responsabile di non rassegnarsi all’incalzante degrado morale. E infine quella buona cosa che consiste nel saper pagare sulla propria pelle i propri errori: virtù assai rara oggigiorno ma per questo ancor più apprezzabile. Mai comunque il coraggio potrà essere frutto di uno sconsiderato quanto pericoloso impulso: il rischio che ne seguirebbe è per se stesso stupido, 
arido e insignificante».

(Da: Montagne di una vita, Baldini & Castoldi) 

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