Sulla guerra giusta

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Nel rispondere a Michael Novak, anzitutto lo ringrazio per la conferma di una amicizia. Nei miei recenti articoli sulla guerra irachena un discorso unitario è stato, per necessità giornalistica, ridotto e frammentato. Il che ha causato alcuni inconvenienti. Il primo è stato, nell’articolo Il Dio degli eserciti, l’attribuzione a Bush di appartenere a una chiesa battista. Nel testo originale dell’articolo, ridotto a metà all’ultimo momento, ho dovuto tagliare il racconto della “conversione” personale di Bush, che si concludeva con la sua adesione alla United Methodist Church. Il paragrafo successivo parlava dei Southern Baptists e, ricucendo dopo il taglio, Bush è diventato battista. Un altro errore, nel medesimo articolo, riguarda le citazioni del presidente: in realtà Bush non ha mai detto le parole riportate nell’articolo, che vengono, invece, da un falso discorso immesso in Internet e attribuito a Bush. Chiedo scusa al presidente e a quanti possono essere stati offesi da tale errore. Ma basandosi sui testi autentici non si giunge a conclusioni diverse. Non sono infatti l’unico ad essere preoccupato per l’uso che Bush fa della religione, che non si può assimilare, come Novak sostiene, a quello tradizionale dei presidenti degli Usa. Da quando è diventato presidente, scrive – ed è solo un esempio tra molti – Deborah Caldwell in Beliefnet, “la fede personale di Bush è diventata altamente pubblica, molto più discutibilmente di ogni altro moderno presidente “. Con quali conseguenze? L’effetto “è una teologia che sembra implicare che Dio sta intervenendo negli eventi, che è a fianco dell’America, e che ha scelto Bush per stare alla Casa Bianca in questo momento critico” “Questo è molto inusuale nel lungo arco della storia americana”, conclude Michael Waldman, già capo degli scrittori dei discorsi di Clinton e ora docente alla Harward’s Kennedy School of Government. E la Caldwell cita il metodista Robin Lovin, professore alla Southern Methodist University di Dallas, quando sostiene che ciò che sembra mancare al presidente è “l’umiltà teologica e una consapevolezza della ambiguità morale”. Se si confondono i ruoli della religione e della politica si affaccia il rischio di ridurre la religione a mera g i u s t i f i c a z i o n e ideologica delle scelte di chi è al potere. Robert Bellah nel suo classico libro Beyond Belief (1970) spiega che la “religione civile” non coincide con alcuna religione particolare, ma vuole esprimere la dimensione religiosa della nazione statunitense. Proprio per questo, secondo Bellah, i presidenti hanno generalmente avuto cura di distinguere il proprio credo particolare da quello pubblico. Ma Bellah sottolinea anche i rischi inerenti ai contenuti della “religione civile”: “Per ciò che riguarda il ruolo dell’America nel mondo, i pericoli di distorsione sono maggiori ed i mezzi intrinseci di difesa della tradizione sono più deboli. Il tema dell’Israele americano è stato usato, quasi dall’inizio, come giustificazione al trattamento vergognoso degli indiani, così caratteristico della nostra storia (cioè fu usato per cacciare gli indiani dalle loro terre, assimilando tale comportamento a quello degli ebrei che conquistarono la terra promessa, n.d.r.). Può essere apertamente o implicitamente collegato all’idea di un destino manifesto, usata per legittimare diverse avventure imperialistiche dall’inizio del secolo XIX. Ma il pericolo non è mai stato maggiore di quanto lo è oggi”. Bellah sottolineava, nel 1970, il rischio di imperialismo. Io sostengo che esso è aumentato, oggi, proprio per la nuova impostazione data da Bush al rapporto fra religione e politica. Per quanto riguarda l’interpretazione che Novak dà della dottrina della “guerra giusta”, accolgo la sua critica, quando nega di avere difeso l’idea di una guerra preventiva: le ragioni di Novak non sono militari, ma etiche, e basate nel principio della legittima difesa. Ma la concreta guerra che egli, in tal modo, appoggia, è la guerra di Bush, definita, militarmente, “preventiva”. Per questo, comunemente, la stampa ha sostenuto che Novak difende la guerra preventiva: non è vero; è un fraintendimento doloroso, ma è il risultato pratico delle argomentazioni di Novak così come l’opinione pubblica lo ha recepito. Sono del tutto convinto che egli parli solo a nome proprio, in un duplice senso: perché, come ogni semplice studioso, ha solo l’autorità che gli viene conferita dalla forza del suo pensiero; e perché, come persona libera, non obbedisce ad alcun padrone, ma dice ciò di cui è convinto. Ma nel testo che ho preso in considerazione, pubblicato da National Review, e che riferisce il suo intervento a Roma del 10 febbraio scorso, egli a mio parere non dà una esposizione corretta della dottrina, in quanto sopravvaluta alcuni elementi di essa, a scapito di altri. Egli infatti insiste molto sul riconoscimento – da parte del Catechismo della Chiesa cattolica, di sant’Agostino e di san Tommaso – del fatto che appartiene alle autorità civili il diritto-dovere di decidere se esistono le condizioni di legittimità morale per l’intervento armato: una considerazione che rinforza il “decisionismo” di Bush. Inoltre, riduce la ricerca delle vie alternative alla guerra, alla mera richiesta a Saddam Hussein, da parte dell’Onu, di dimostrare l’avvenuta distruzione delle armi di sterminio; e siccome, secondo Novak, l’Onu non riusciva a farsi obbedire, gli Stati Uniti sarebbero stati legittimati ad intervenire da soli. Proprio su questi due punti la posizione ufficiale della Santa Sede è stata nettamente diversa. Il cardinale Pio Laghi, inviato del papa a Bush, dichiarava a Washington il 5 marzo: “Una decisione riguardo l’uso della forza militare può essere presa solo nell’ambito delle Nazioni Unite”; ed è un argomento giuridicamente definitivo: poiché la comunità internazionale riconobbe alle Nazioni Unite l’autorità di imporre le condizioni a Saddam Hussein, dovevano essere le Nazioni Unite a decidere in merito all’adempimento di tali condizioni. Il rappresentante del papa all’Onu, mons. Migliore, il 19 febbraio davanti al Consiglio di sicurezza, così si esprimeva: “La Santa Sede è convinta che anche se il processo delle ispezioni appare piuttosto lento, rimane ancora una effettiva pista che può condurre alla costruzione di un consenso che, se largamente condiviso dalle nazioni, renderebbe almeno impossibile ad ogni governo di agire diversamente, senza rischiare l’isolamento internazionale (…) Sulla questione dell’Iraq, la grande maggioranza della comunità internazionale sta chiedendo una risoluzione diplomatica della disputa e l’esplorazione di tutte le strade per una composizione pacifica”. Col precipitare degli eventi, il 18 marzo il direttore della sala stampa della Santa Sede rilasciava la seguente dichiarazione ufficiale: “Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il Diritto internazionale mette a disposizione, si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia”, richiamando, in tal modo, la seconda fondamentale condizione richiesta dal Catechismo della Chiesa cattolica (paragrafo 2309), per la legittimità morale dell’intervento armato. Proprio la dottrina della cosiddetta “guerra giusta”, dunque, non consentiva la guerra irachena. Al di fuori del dialogo e dell’aiuto reciproco, rimane l’uso della forza. Ma neppure lo stato più forte del mondo diventerà mai abbastanza forte da impedire ad un nemico di colpirlo, come le Twin Towers hanno dimostrato. Le strade alternative alla guerra sono dovunque proprio quelle che dobbiamo, insieme, sviluppare. E su questo non dubito minimamente del consenso di Michael Novak.

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