Stati generali e democrazia economica

Va avanti il programma di incontri degli Stati generali dell’economia in attesa delle decisioni del Consiglio europeo. Il dilemma di scelte strategiche alternative e il necessario spazio del dialogo
Stati generali dell'Economia Palazzo Chigi/Filippo Attili

Gli incontri degli Stati generali dell’economia proseguono a porte chiuse, senza accesso alla stampa, nella dimora di Villa Pamphili. Una procedura consultiva in vista di decisioni strategiche che il governo Conte 2 dovrà prendere, prima o poi.

Il presidente del Consiglio ha trovato il tempo anche per ascoltare Aboubakar Soumahoro, il sindacalista Usb dei braccianti agricoli che si è incatenato a livello dimostrativo fuori dai cancelli del summit proprio nel giorno, 16 giugno, dedicato al confronto anche con le organizzazioni dei lavoratori.

Conte avrebbe detto di apprezzare molto l’idea di una “patente del cibo” in grado di garantire la mancanza di sfruttamento nella filiera di produzione. Si tratta, tuttavia, di una materia che dovrebbe affrontare con i grandi marchi della distribuzione organizzata che hanno altre idee in proposito, mentre Confcommercio prevede, con il calo dei consumi, la chiusura di 270 mila piccole aziende commerciali e la conseguente la perdita del lavoro per un milione di persone.

Stati generali Economia, la crisi peggiore

È solo un esempio delle dimensioni “macro” che l’Italia deve affrontare in questa situazione che lo stesso Conte ha definito, informando le Camere nella mattina del 17 giugno, «la peggiore crisi economica da oltre 70 anni».

Le ricette proposte in economia sono tante e contrapposte tra di loro. I più cauti tra i commentatori, anche nella maggioranza, delle proposte del piano Colao ne hanno estratto le tesi a loro più congeniali scartando le altre, senza il disegno di un vero piano organico di intervento che dovrà gestire le risorse realmente messe a disposizione a livello europeo con il “Next Generation Ue” annunciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Conte ha detto che il nostro Recovery Plan sarà definito a settembre, presentandosi in Parlamento per dire che anche il prossimo Consiglio europeo del 19 giugno sarà interlocutorio perché le posizioni tra i diversi Paesi restano diverse, soprattutto sulla parte dei 750 miliardi di euro ipotizzati a titolo di intervento a fondo perduto e non di prestito. Il governo italiano vuole presentarsi alle trattative in maniera decisiva perché «non possiamo permetterci liturgie e compromessi al ribasso, non lo permettono le vittime del Covid e le famiglie, i giovani e le imprese che affrontano le consegue economiche e sociali».

Uno scatto di orgoglio nazionale che non è bastato a convincere i rappresentanti di Lega e Fratelli d’Italia, usciti fuori dall’aula per protesta senza attendere le risposte di Conte. Di fatto, una linea dovrà essere adottata entro il mese corrente, anche perché c’è Confindustria pronta ad incalzare.

Lo spettro di licenziamenti in massa nel prossimo autunno viene esorcizzato dalla garanzia della cassa integrazione che si vuole prolungare oltre agosto, con invitabile depressione dei consumi dei ceti medi. Un giuslavorista di riferimento per una parte della maggioranza di governo e delle organizzazioni datoriali, Pietro Ichino, invita a procedere nei licenziamenti rinforzando la disoccupazione e promuovendo la ricollocazione dei lavoratori espulsi dalle aziende.

Una strategia che presuppone, anche in questi casi si spera, degli interventi mirati in settori attrattivi di nuova occupazione. Quindi scelte strategiche che alcuni credono di poter adottare grazie ad un intervento diretto dello Stato, mentre altri restano convinti di adottare solo misure di stimolo per le imprese.

Un dilemma che non si pone nel caso dell’Ilva di Taranto che, proprio in queste, ore ha visto la multinazionale indiana di Arcelor Mittal descrivere la crisi dell’acciaio a livello mondiale che li induce a ritirarsi dal sito italiano.

Stati generali Economia, società civile non marginale

Prima della fine dell’assise di villa Pamphili, l’esecutivo incontrerà anche alcuni rappresentanti della società civile nello stesso giorno in cui ha messo in agenda grandi aziende come Eni, Leonardo, ecc.

Sarebbe interessante vedere questa opportunità non come una giustapposizione di appuntamenti, ma come il luogo di un vero confronto tra visioni di fondo divergenti su tanti aspetti. Si pensi allo scontro registrato, anche tra i partiti della maggioranza, sulla recente riconferma dei vertici dell’Eni.

Ma ci vorrebbe più tempo e disponibilità, proprio per evitare che tutto si esaurisca in una passarella mediatica. In fondo i costituenti avevano previsto un vero e proprio organo istituzionale come il Cnel per rendere stabile e produttivo il confronto tra le parti sociali, da intendere magari in maniera più ampia oggi di quanto ipotizzabile nel 1948.

La rivitalizzazione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro potrebbe dare continuità ad un confronto ragionato ad esempio sulle politiche industriali.

Fuori da villa Pamphili, lunedì 15 giugno, un vasto gruppo di associazioni del terzo settore e della società italiana ha presentato un vasto dossier articolato di proposte, discusse, tra gli altri, con Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud, e due componenti della commissione Colao: Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat, e Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica.

Proposte seri, scaricabili dal sito di Vita, su questioni non marginali come la povertà, l’organizzazione della salute, l’accoglienza dei migranti, la riconversione ecologica e le scelte delle società controllate dallo Stato che producono ed esportano armi ai Paesi in guerra.

Un buon esercizio di democrazia economica, nelle società complesse ha bisogno di luoghi di dialogo, ulteriori a quelli strettamente parlamentari, ma devono avere il tempo di entrare nel merito delle questioni. Soprattutto quando le scelte che si devono compiere si rivelano, come in questi giorni, di estrema urgenza.

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