Sposati. E consacrati a Dio.

Inutile cercarli, nel calendario non ci sono santi sposati, salvo eccezioni. Nel corso dei secoli la Chiesa ha giustamente messo in rilievo la vocazione alla verginità, ma così sono stati spesso relegati in secondo piano i coniugati, fino a diventare i proletari dello spirito, come li chiamava Igino Giordani. C’è voluto il Vaticano II per rimettere al giusto posto la chiamata a Dio nello stato di coniugato. Tra le novità in questo campo ce n’è una, ancora non molto conosciuta, nata al cuore del Movimento dei focolari. Il focolare infatti, come definito dalla fondatrice Chiara Lubich, è una convivenza, in mezzo al mondo, di persone vergini e coniugate, tutte donate, anche se in maniera differente, a Dio. Anche i coniugati, dunque, fanno parte pienamente di questa convivenza tra consacrati. Un libro appena uscito – scritto da Raffaella Cardinali – ne descrive le caratteristiche e la storia appassionante. Ne parlo con Anna Maria e Danilo Zanzucchi, focolarini sposati e responsabili di Famiglie Nuove, fin dall’inizio a fianco di Chiara Lubich e di Giordani, primo focolarino sposato e cofondatore del movimento. Qual è la differenza tra la vostra e una normale famiglia di brave persone? sono le caratteristiche fondamentali che si aggiungono: la consacrazione personale a Dio e la convivenza in focolare con i focolarini vergini. Il focolarino sposato vive normalmente nella sua casa con il coniuge e i figli, lavora come tutti e, quando può, magari una volta a settimana, va in focolare, dove ha la possibilità di vivere una forte esperienza spirituale di unità, fatta di elementi naturali – come stima, rispetto, amicizia – e di un amore che ha come misura il dare la vita uno per l’altro, se necessario. L’elemento principale però non è scegliere la verginità o il matrimonio, ma donarsi a Dio. In pratica, quindi, prima del matrimonio c’è una scelta personale di Dio da fare… Sì, anche se questa scelta secondo me dovrebbe essere la radice di ogni matrimonio. Se i due coniugi non sono persone integre, che stanno in piedi da sole, il matrimonio barcolla, non può arrivare alla pienezza. Ci vuole l’unità e la distinzione. Vivere l’esperienza del focolare, infatti, forma anche per il matrimonio, aumenta e raffina l’amore che il focolarino sposato porta in famiglia. Come avete cominciato? Danilo Zanzucchi: Da ragazzo sono stato educato con l’idea che il matrimonio fosse un appoggiarsi dell’uomo sulla donna e viceversa. Poi, conosciuto il movimento, Anna Maria ed io siamo rimasti affascinati dall’ideale di matrimonio presentato da esso. Infine nella Mariapoli del ’53 abbiamo deciso di unire la nostra vita come sposi. Qualche tempo dopo, arriva a casa mia una lettera indirizzata ad Anna Maria. Per caso l’apro e vedo che mia moglie è invitata ad un incontro di focolarini sposati a Roma. Lei. E io, che le avevo fatto conoscere questo movimento, no. È stato per me un momento importante per capire che Dio chiama le persone una ad una, e non insieme. Dopo un mese è arrivata la lettera anche per me, ma il passo ormai l’avevo fatto. Anni dopo, ai tempi del Vaticano II, siamo stati invitati da un vescovo indiano a parlare ad alcuni uditori laici. Quando ho raccontato questa mia esperienza, cioè che la scelta di Dio è personale, si sono scandalizzati dicendo: Ma come, nella famiglia bisogna andare avanti insieme. Ci hanno contestato, ci hanno accusato di rovinare le famiglie. Era troppo forte l’idea che esiste un rapporto diretto di Dio con ciascuna persona. Per amore si può comunicare quest’ideale al coniuge, e allora può darsi che venga fuori una cosiddetta famiglia focolare, in cui entrambi condividono questo ideale. Ma la scelta personale di Dio è un basamento senza il quale troppo spesso il matrimonio crolla; non a caso tanti movimenti familiari di allora non hanno resistito al tempo. La storia ce lo insegna: il primo focolarino sposato è stato Igino Giordani, da solo, perché sua moglie non condivise la sua scelta. Spartaco Lucarini, il secondo, anche lui era da solo, almeno inizialmente. Poi Aldo, Tecla e le altre. Perché il Signore ha scelto questa strada? Forse per indicarci che la scelta di Dio è basilare. Se uno non è radicato in Dio, l’amore per la moglie può svanire, affievolirsi per difficoltà o malattie. Ma se uno è ancorato in Dio, allora l’amore non è solo in vista di una soddisfazione personale, è per l’altro. Quindi è possibile essere focolarini sposati anche se il coniuge intraprende una strada diversa. Solo che sarà più difficile… Anna Maria Zanzucchi: È più difficile vedere la presenza di Dio esplicita tra i due; ma questo solo ai nostri occhi, non è così che Dio vede le cose. La presenza di Dio è un mistero. Quindi certamente in una famiglia di due focolarini bisognerebbe che ci fosse sempre un amore reciproco tale da rendere possibile la presenza di Dio. Però è una ricerca, anche perché qualche volta ci si appoggia all’altro, si pretende che il marito o la moglie dica o faccia qualcosa. Insomma, è un cammino per tutti, e anche quando il coniuge non segue la stessa strada, sotto un certo aspetto c’è una grazia in più, perché si è chiamati ad amare in modo che la risposta venga solo dall’amore e non dal fatto che i due hanno le stesse radici e le stesse idee. Non sarà una vocazione solo per super donne e super uomini? No. Siamo persone normali. Sicuramente c’è una grazia dovuta allo stato in cui siamo, ma è anche vero che siamo tutti in cammino e ci sono tante cadute. In fondo essere focolarini sposati non è altro che essere perfetti sposati. Chi si sente attratto da questa spiritualità cosa deve fare? Parlando di Giordani, Chiara Lubich diceva spesso che aveva sentito in lui la stoffa della vocazione. Ci deve essere quindi la vocazione. Probabilmente saranno sempre pochi i focolarini sposati, anche se Chiara ci ha detto una volta: Crescerete e diventerete un popolo. E i figli, che vedono i genitori divisi tra casa e focolare, non protestano? Dipende da come si parla con loro, da come si guardano, dal loro momento. L’importante è avere un dialogo sempre aperto. Non è facile, bisogna anche saper dire dei no al focolare e un sì alla volontà di Dio in quel momento. Siamo noi i responsabili, solo noi possiamo giudicare se stiamo rompendo l’unità della famiglia, se la volontà di Dio in quel momento è rimanere a casa. Ormai avete un’esperienza di 50 anni. Questi figli dei focolarini sposati come sono, come vengono su? Trovi di tutto, perché siamo persone normali, con i nostri limiti umani che rimangono e che bisogna affrontare, senza nasconderli. Poi magari a volte mettiamo i figli in secondo piano, mentre invece c’è solo il primo piano della volontà di Dio, che si tratti di focolare o di figli. Infine perché i figli vivono anche in questo mondo. Comunque, penso che il Signore ci faccia vivere certe situazioni difficili perché non dobbiamo pensare di essere diversi dagli altri e dobbiamo riuscire ad accogliere tutti. Non c’è che sperimentare la sofferenza per capire gli altri. È comunque un modo diverso di guardare i figli Danilo Zanzucchi: Eravamo in Mariapoli nel ’56 e avevamo due bambine a cui volevamo molto bene. Un giorno una delle prime focolarine ha visto come le trattavo e mi ha detto: Ma lo sai che c’è Gesù in loro?. In quel momento ho capito la loro dignità. Di solito i figli li crediamo nostri: soprattutto quando sono piccoli c’è il dovere di educarli e crescerli, ti vedi in loro, c’è un amore profondissimo.Ma se c’è Gesù in loro allora cambia tutto, perché c’è un progetto di Dio su di loro che non è il mio. Tu gli hai dato la vita, ma sono di Dio. Anna Maria Zanzucchi: Una cosa che stupisce sempre è vedere come i figli tornano sui loro passi dopo una rottura con noi genitori, magari dopo anni. Perché tornano? Forse perché hanno nostalgia dell’amore dei due genitori. Non bisogna avere fretta; non ce l’ha Dio, figuriamoci se dobbiamo averla noi. In questo ci aiuta vivere l’attimo presente. Possiamo dire che qui c’è una strada di santità per tutti C’è un preciso concetto di santità. Non quella del singolo santo che magari fonda un convento. Qui la strada è rispondere a Dio, al suo amore, con la vita concreta, familiare e coniugale, essendo dono l’uno per l’altro anche nella tenerezza, nell’affettività, nella sessualità. La grande intuizione di Chiara Lubich è stata quella di aprire le porte del focolare anche agli sposati, perché vergini o sposati la strada è sempre la stessa: rispondere alla chiamata di Dio per ciascuno. Una vocazione aperta al mondo… Danilo Zanzucchi: La nostra funzione non è rimanere in casa o nel focolare, ma essere amore nella società e nella Chiesa. Far uscire la santità dai conventi e portarla per le strade, negli ambienti di lavoro e di vita. Recentemente Chiara Lubich ha proposto Giordani come modello per sposati e non sposati. Perché? Anna Maria Zanzucchi: Posso solo fare un’ipotesi: per la carità. Giordani aveva una dimensione di nulla di sé e tutto amore che era fondamentale. E questa mi sembra la base per tutti, questo non essere per essere amore. Oltre a questo, è un modello perché portava nel suo cuore tutta l’umanità. UN DONO AGLI SPOSATI Tre domande a Raffaella Cardinali autrice del libro I focolarini sposati, edito da Città Nuova. Nella Chiesa ci sono sempre stati sposati aderenti a ordini religiosi, movimenti e comunità diverse… La novità dei focolarini sposati consiste in due punti fondamentali. Fanno parte integralmente del focolare insieme ai vergini, non sono aggregati, non sono un terz’ordine. Questo è nuovo nella storia della Chiesa; fino a poco tempo fa non c’era questa possibilità nel Diritto canonico. Inoltre la vocazione è personale, non della famiglia. Ha concluso la sua ricerca o intende proseguire con altre iniziative? Vorrei prolungare il libro mettendo in relazione Trinità e matrimonio, alla luce della spiritualità dell’unità. L’indagine è durata anni, con interviste e colloqui ripetuti. È stato impressionante vedere come è nata e si è sviluppata questa nuova realtà, incontrarne i testimoni e ascoltare dalle parole di Chiara Lubich come Dio le ha fatto comprendere questa originale vocazione. Un’indagine vissuta insieme a mio marito che mi ha aiutata, spesso concretamente e accompagnandomi, altre volte lasciandomi libera di spostarmi anche per diversi giorni da casa. Credevamo tutti e due a questo lavoro come un dono da fare agli sposati e, in definitiva, alla Chiesa.

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