Sophia, così bene che chiude

Formula vincente non si cambia. Non è un antico consiglio, ma un imperativo categorico. Soprattutto oggi, nella logica del rampantismo imperante, secondo cui o si è primi o non si è proprio. Vai a capire, allora, gli ideatori di una ricetta, rivelatasi azzeccata, che sta dietro le sorti dell’Istituto superiore di cultura Sophia (= sapienza, dal greco), iniziativa internazionale dei Focolari per giovani universitari, laureati, ricercatori. Nato nel 2001, il corso estivo – due settimane per quattro anni – è andato al di là delle previsioni di partenza. L’esordio è stato in forma sperimentale, con studenti italiani, universo linguistico e culturale omogeneo. Poi, l’anno dopo, il pianeta ha fatto irruzione. In sette anni sono stati oltre 250 i partecipanti, provenienti da 37 Paesi dei vari continenti e dalle più diverse facoltà e specializzazioni universitarie. Presenti anche alcuni seminaristi, studenti di teologia. Il tam-tam diffuso da quanti avevano iniziato a frequentare il corso è stata la migliore forma di pubblicità. Anno dopo anno le richieste d’iscrizione sono aumentate – spiega Judith Povilus, statunitense, docente di matematica e direttore associato dell’istituto -. Abbiamo registrato un grande desiderio a voler partecipare, ma non siamo potuti andare molto oltre il numero chiuso di 50 ogni anno. Un ostacolo in più era costituito dalla conoscenza dell’italiano, la lingua in cui si svolgevano le lezioni. Questo ha fatto restare tanti a casa – ricorda la Povilus – ma alcuni hanno seguito corsi accelerati d’italiano pur di avere le condizioni per presentare la richiesta d’iscrizione. Non meno trascurabili sono stati i costi di viaggio e permanenza per gli studenti dei Paesi meno ricchi. Ebbene, si sono inventati di tutto per finanziare l’avventura, e non è mancato l’aiuto di quanti avevano terminato il corso. Se qui ad Ottmaring, cittadella bavarese dei Focolari, dove si sono svolti i corsi nella seconda metà di agosto, fosse venuto Platone, anche per una breve visita, avrebbe subito colto qualcosa cui aspirava la sua accademia. Docenti e studenti insieme a lezione, ma anche nelle pause e pure a tavola, persino nei dopocena. Sui prati scaldati dal sole si poteva assistere tanto ad approfondimenti teoretici quanto a valutazioni sulle scelte future. Dialogo costante anche tra i docenti, che seguivano le lezioni dei colleghi in un’auletta collegata in video per contribuire, ciascuno con la propria competenza, a sviluppare un sapere interdisciplinare. Un’impresa non facile, perché sono state oltre venti le materie insegnate in questi anni e una trentina i docenti coinvolti. Il corso poggia su una vita improntata a uno stile di costante reciprocità, come risulta evidente al visitatore. Una reciprocità attinta al Vangelo, su cui tutti assieme sostano all’inizio del programma quotidiano. Ho partecipato ad un’esperienza d’avanguardia, che – spiega soddisfatta Suelen Dantas Carvalho, brasiliana, 24 anni, specializzanda in comunicazione istituzionale dopo la laurea in giornalismo – è scesa nel profondo di ognuno di noi, indipendentemente dalla cultura di appartenenza. Ho scoperto che c’è un modo di pensare che nasce dall’accogliere la cultura altrui senza pregiudizi. Dalla capacità d’ascolto dei professori e dal loro stare allo stesso livello degli studenti è colpito Andreas Monschein, austriaco, pizzetto da moschettiere, 25 anni, seminarista. Nella mia università parliamo della Trinità e della vita di Gesù, ma spesso dimentichiamo di vivere la teologia. Qui, teoria e prassi sono legate e l’impegno a riflettere insieme fa nascere un nuovo sguardo su tutte le cose. Salutari anche i passaggi difficili. Io studio fisica – premette Serena Cenatiempo, 23 anni, di Ischia – e durante le lezioni di economia, politica, psicologia e filosofia mi sembrava tutto criticabile. Mi è stato d’aiuto il confronto nei gruppi di studio, dove ciascuno era allo stesso tempo insegnante e allievo, ora trasmettendo la passione per il proprio studio, ora spronando l’altro a tirare fuori le peculiarità della propria disciplina. I ragazzi si dicono soddisfatti. Ma dopo? L’esperienza fatta qui ci aiuta al rientro. Io ho sostenuto recentemente un esame – esemplifica Nadim Farhat, libanese, 24 anni e una laurea in scienze politiche, buon giocatore di pingpong – nel quale ho potuto elaborare alcune riflessioni apprese qui. Il professore è rimasto molto interessato e mi ha detto che portavo una novità che andava approfondita . Interdisciplinarietà, internazionalità, convivenza, sembrano gli ingredienti. Questa, la ricetta di successo? Per Judith Povilus c’è qualcosa di più. Ci accorgiamo che la mente e il cuore vengono invasi da una luce che unifica le facoltà della persona. Qualcosa che mi rimanda all’esperienza dei due viandanti verso Emmaus, quando Gesù risorto spiegò loro le Scritture. Formula vincente non si cambia. Ed invece sfocia in una novità di ben altre dimensioni: un vero e proprio istituto universitario permanente, con corsi biennali di specializzazione post-laurea, docenti e studenti residenti. Il lavoro di progettazione, in dialogo anche con le competenti istituzioni, si è fatto intenso. L’obbiettivo è iniziare nell’autunno del prossimo anno sulle colline fiorentine della cittadella internazionale di Loppiano. Muta il progetto, resta il nome: Sophia. Forse, un segno di garanzia. UN LABORATORIO UTILE PER L’UNIVERSITÀ Prof. Piero Coda, lei è il direttore di questo originale istituto superiore. Qual è stata la novità culturale su cui avete scommesso? La novità culturale viene da lontano. È racchiusa nel Dna stesso del carisma dell’unità. Chiara Lubich, sin dagli anni Cinquanta, diceva che tutto il Movimento dei focolari, nelle sue variegate espressioni, può esser visto come una scuola. Don Pasquale Foresi ha sempre sostenuto che dal movimento sarebbe nata una scuola di pensiero. Dalla fine degli anni Ottanta, la Scuola Abbà si è assunta questo compito specifico. Il nostro istituto ha scommesso su questo, coinvolgendo i suoi studenti. Le lezioni e il cammino di studio, perciò, si sono profilati nella relazione con loro, con le loro domande e i loro apporti. Una scuola di reciprocità, dove abbiamo imparato tutti. Quali risultati sono stati raggiunti e quali i limiti emersi? Il risultato principale è quello di aver toccato con mano che è realistico, oltre che atteso, formarsi a una cultura dell’unità. Una cultura in cui la persona cresce e si esprime con tutta sé stessa, in rapporto con Dio e coi fratelli, nell’esistenza e nella scienza, superando la contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica, puntando a plasmare uomini mondo nell’apertura sincera agli altri universi culturali. Il limite di fondo – che in realtà è un’esigenza – è quello della brevità del tempo a disposizione. La frattura tra studio e vita, tra fede e cultura è profonda. Occorrono luoghi stabili e percorsi formativi adeguati per essere all’altezza di questa sfida . Quali benefici per gli studenti? Il primo e fondamentale beneficio è stato ed è quello di sentirsi e sapersi più uno, in una ritrovata e argomentata armonia tra la dimensione spirituale della propria esistenza e quella culturale. Molto spesso, infatti, l’esperienza cristiana che si vive con slancio cozza quotidianamente con i modelli e le categorie culturali dominanti, nella scuola e nella società. Ed è già tanto se ci si accorge di questa tensione! Un altro beneficio sta nello scoprire così la novità decisiva e umanizzante che il Vangelo è in grado di offrire nella formidabile transizione culturale e sociale che oggi è in atto. La prospettiva dell’università appare molto ardita. Quale tesoro fare dell’itinerario dell’istituto? Innanzitutto, è prezioso l’aver costatato che non solo è possibile, ma è affascinante vivere una scuola come questa. Abbiamo condotto un esperimento di laboratorio, si potrebbe dire, e la cosa ha funzionato al di là delle aspettative degli studenti e nostre. Certo, tutto è stato programmato il meglio possibile, ma il catalizzatore dell’esperimento non era in nostro possesso, potevamo solo mettere le condizioni perché si facesse presente. Era Gesù maestro in mezzo a noi, lui che – come ci ha scritto Chiara Lubich – essendo Figlio di Dio, nella sua mente di vero uomo ha combinato, in una sintesi nuova, sapienza divina e sapere umano. Questo è il tesoro più grande che ora vogliamo trafficare dando vita a un istituto universitario.

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