Coordino il doposcuola che l’Istituto Salesiano offre gratuitamente ai ragazzi delle medie in un quartiere di periferia della città di Genova, caratterizzato da più ondate migratorie che ne hanno disegnato la composizione multietnica. Una quarantina di adolescenti, ogni pomeriggio, sono accompagnati nello svolgimento dei loro compiti scolastici da un gruppo di volontari che, in spirito di puro servizio, si alternano accanto a loro. E c’è il mondo: diversi paesi dell’Africa con una forte presenza di Marocco, Tunisia, Egitto; l’Asia rappresentata significativamente da Bangladesh e Afghanistan; il variopinto sud-America dove spiccano Equador, Perù, Repubblica Dominicana. E poi l’Albania e la Romania per la vecchia Europa.
Sono ragazzi e ragazze spesso arrivati da poco in Italia, giovanissimi ma già segnati da fatiche, traumi, shock familiari e culturali. A volte non parlano ancora italiano. Ogni mattina lottano con Dante e con la nostra complicata grammatica, poi, arrivati a casa, si rifugiano nelle loro lingue natie con pochi amici, come loro sradicati dalla propria terra. Al doposcuola spontaneamente si raccolgono per provenienza e affinità linguistica e ci vuole tempo perché i gruppi socializzino fra loro. Ultimamente sembrano aver trovato un idioma comune. Si guardano scherzosamente pronunciando a voce alta: «Six-seven!», accompagnando con un gesto ondulatorio delle mani.
Osservando il punto di domanda nei miei occhi, mi hanno chiesto: «Ma non sai cos’è?», come a dire: in che mondo vivi? «È vero, non lo so. Cosa vuol dire?»: «Niente!». Ho dovuto documentarmi per non rimanere indietro. Six-seven è un meme, ossia una frase (ma potrebbe essere anche un’immagine, un video) che si diffonde velocemente ed entra a far parte del linguaggio comune quale elemento di un sistema di comportamento facilmente replicabile e trasmissibile per imitazione. Il termine deriva infatti dal greco antico “mimema”, che significa appunto imitazione. Nel 2025 la sigla “six-seven” è esplosa sui social, da TikTok a Instagram e, come prevedibile, è giunta anche nei corridoi delle scuole medie ed elementari italiane, spopolando fra i ragazzi. Ne sono state contagiate persone anche nei paesi meno esposti all’influenza mediatica; sono stati realizzati video in cui si ripete “6−7” in lingue e accenti diversi. In Spagna anche papa Leone è stato ripreso più volte mentre imitava il gesto con le mani insieme ai giovani.
La moda nasce da una canzone virale del rapper Skrilla: Doot Doot (6−7). Nel ritornello la frase “6−7” viene ripetuta in corrispondenza di una caduta del ritmo. Alcuni interpretano quel “6−7” come un riferimento all’altezza di LaMelo Ball, giocatore di basket, professionista in NBA, che è di 2,01 metri, ovvero 6 piedi e 7 pollici. Questa connessione, però, non è mai stata confermata ufficialmente. Six-seven non significa niente, non trasmette un messaggio specifico, non serve a commentare, non ha bisogno di essere spiegato per essere riconosciuto e compreso. È utilizzato per tutto e ovunque, per scherzare, per approvare qualcosa o semplicemente per fare scena. Ciò che conta non è il suo senso letterale (o meglio, numerico), bensì il significato comunicativo e sociale che trasmette. Vale come codice di riconoscimento generazionale. Condividerlo significa far parte di un gruppo che comprende quel determinato codice linguistico.
Alcune scuole americane l’hanno vietato in classe perché considerato fonte di distrazione o, nei casi estremi, un modo di andare contro all’autorità dell’insegnante. Eppure il suo senso sta proprio nel non averne. Da sigla vuota, six-seven è diventato un simbolo che la dice lunga sul bisogno di trovare punti comuni senza impegno, taciti accordi che legano senza richiedere un rapporto che, però, in qualche modo si crea. Una moda certamente passeggera fa pensare al bisogno di riconoscersi simili, senza discorsi, senza spiegazioni. È proprio ciò che è accaduto anche nel mio doposcuola, alla periferia di Genova.
