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Persona e famiglia > Educazione

Educare è “farsi bambino e ascoltare”: la testimonianza di Irene Bernasconi

Un incontro sulla spiaggia intitolato “La grazia di educare” per riflettere su una sfida centrale del nostro tempo e che in diversi modi ci coinvolge tutti nel rapporto con le nuove generazioni. «È necessario che la maestra s’infarini della loro farina», scriveva del suo lavoro di insegnante la giovane donna che per un anno scelse di stare accanto ai bimbi di un borgo desolato dell’Agro Romano agli inizi del ‘900.

Foto Pexels

Che ci faceva un folto gruppo di donne, oltre 250, di tutte l’età, un pomeriggio di questa torrida estate sulla spiaggia di uno dei più bei stabilimenti di Fregene sul litorale romano? Chi ha sempre pensato che in riva al mare il massimo dell’impegno è sfogliare una rivista di moda o risolvere i cruciverba si vedrà smentito sapendo che quel gruppo si era dato appuntamento in quel luogo insolito per rispondere all’invito del proprio vescovo e per riflettere insieme su uno dei temi cruciali dei nostri giorni: l’educazione. Una sfida per l’intera società e anche per la comunità cristiana. A questo proposito papa Francesco parlava di “Patto educativo” e di “Villaggio dell’educazione” che coinvolgesse tutti i diversi soggetti sociali.

Ma andiamo con ordine: l’incontro è ormai una tradizione, sebbene recente, nella diocesi di Porto Santa Rufina a cui appartiene Fregene, perché dal 2024 rappresenta ogni estate un’occasione di conoscenza, di dialogo e di amicizia tra le donne del territorio e tra le donne e mons. Gianrico Ruzza, il vescovo appunto della diocesi e di quella di Civitavecchia-Tarquinia. Il primo incontro, nel marzo 2023, era nato per il desiderio di ascoltare la voce delle donne nell’ambito del percorso sinodale, poi dall’estate dell’anno successivo, per la volontà di andare avanti insieme prendendo spunto da luminose figure femminili che hanno inciso sulla cultura e la società e che hanno ancora molto da dire come Etty Illesum, Alda Merini e, questa volta, Irene Bernasconi certamente meno conosciuta.

Irene Bernasconi (immagine tratta dalla locandina dell’incontro)

«Diamo onore a una donna straordinaria e ci prepariamo, con la figura di una grande educatrice, al cammino che faremo sul tema educativo» nell’anno pastorale 2026-2027, dice mons. Ruzza introducendo gli interventi di quattro donne del territorio: Hilda Girardet, Nina Quarenghi, Bernardette Fraioli e suor Graziella Cuccuru, che –  attingendo ai diari di Irene raccolti ne I granci della marana, edito da Il Formichiere – hanno messo a fuoco la sua personalità e la sua passione educativa al cui centro ci sono le relazioni e la dignità di ogni persona, la capacità di ascolto e uno sguardo che non giudica ma accoglie. Ad emergere è la convinzione condivisa che l’educazione nasce dall’amore e dal rispetto per l’altro. Una prospettiva molto lontana, per esempio, da un’idea di scuola che discrimina, non include, non assume le diversità, non sostiene il pensiero critico, privilegia la tecnica e l’approccio utilitaristico, non mette al centro la persona, ha per obiettivo insegnare che a vincere nella vita è il più forte.

A Palidoro, piccolo centro rurale della campagna romana a metà strada tra Roma e Civitavecchia, la maestra Bernasconi, di famiglia benestante, era arrivata da Chiasso, in Svizzera, nel 1915 per insegnare ai bambini e alle bambine della scuola dell’infanzia in un contesto sociale ed economico difficile e degradato. Era stata chiamata dal Comitato delle Scuole dei contadini per l’Agro romano e le Paludi Pontine a dirigere in quel piccolo borgo la “Casa dei bambini secondo il metodo Montessori”, una delle prime scuole rurali in Italia dove, nei primi decenni del Novecento, era iniziata, promossa da un piccolo gruppo di intellettuali, la battaglia per l’alfabetizzazione.

Irene ha 29 anni, accetta l’invito e dunque prende servizio come direttrice e unica maestra della Casa. Rimarrà un anno sapendo dare ai bambini amore, fiducia, libertà, rispetto e ricavando, in così poco tempo, affetto e importanti risultati sul piano educativo. «Come e quanto bisogna rispettare qualsiasi sentimento del bambino se vogliamo comprenderlo e quindi educarlo!», scrive nei suoi diari.

Allora Palidoro era abitato da contadini che lavoravano la terra in una zona fortemente paludosa e malarica, abitando in capanne di paglia. I bambini erano poveri, vestiti di stracci, abbandonati a se stessi da adulti troppo occupati nell’ assicurare la sopravvivenza della propria famiglia. Ma Irene Bernasconi sapeva vedere la dignità e la ricchezza di ognuno di quei piccoli e dei loro famigliari al di là delle apparenze.

La sua era una scelta precisa. Scrive nel diario scolastico che giorno per giorno descrive il suo impegno: «Avevo scelto di fare scuola in un posto dove non vuole andare nessuno. Fra gente primitiva, bisognosa di affetto; tra bambini anche sporchi, scalzi, stracciati: bambini vicini alla terra».

La sua idea di educazione e di insegnamento emerge limpida dai suoi scritti: «L’augurio migliore che mi posso fare è quello di tornare in quella landa dell’Agro Romano. (…) In quella terra, fra quella gente bisogna lavorare onestamente ed è necessario che la maestra s’infarini della loro farina». Oppure: «È necessario osservarne attentamente ogni mossa, non lasciarsi sfuggire alcuna parola, studiarne la mimica del viso e specialmente cercare di adeguarsi alla sua vita interiore di fanciullo se vogliamo arrivare a capirlo». O ancora: «Farci bambino e ascoltare».

Una testimonianza di straordinaria attualità quella di Bernasconi, eredità preziosa di ascolto e attenzione ai più vulnerabili. Un esempio controcorrente rispetto alla rinuncia dell’ascolto e del dialogo, dell’accoglienza e della prossimità che sembra orientare, nelle piccole e nelle grandi vicende, personali e collettive, il nostro presente. La scuola potrebbe fare molto se attuasse alcune mete educative quali il senso del limite, il riconoscimento del diritto dell’altro, il valore della libertà, della responsabilità e del bene comune, la fatica della ricerca della verità senza accontentarsi di risposte affrettate o preconfezionate.

Illuminante quanto scrive Leone XIV nella Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza: «La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili». E ancora: «Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni e restituendo alle parole il peso della promessa: ogni uomo è capace della verità, tuttavia, è molto sopportabile il cammino quando si va avanti con l’aiuto dell’altro».

 

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