Sentimenti cercansi

Parliamo di due film. Downsinzing - Vivere alla grande, diretto da Alexander Payne e Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, candidato ai premi Oscar.

Che i  film parlino dei sentimenti può sembrare banale addirittura dirlo. Eppure il cinema continua a farlo, con proposte che possono sorprendere, ma che raccontano una gran  voglia di vivere e di cambiare in meglio la propria vita. Se possibile. E allora ci si può anche ridurre a 12 centimetri di altezza come accade a Paul Safranek, un uomo molto normale di Oimaha che insieme alla moglie desidera una vita diversa, meno ordinaria e convenzionale. Gli scienziati, ovviamente americani, preoccupati della sovrapopolazione mondiale, hanno sperimentato un sistema per cui gli uomini si possono rimpicciolire, permettendo di risparmiare le risorse della terra. Hanno creato un mondo da favola, stupendo, che viene proposto ai “giganti”, cioè agli esseri normali, come luogo del paradiso più beato.

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Siamo in Downsinzing – Vivere alla grande, diretto da Alexander Payne. E così la coppia accetta di sottoporsi all’esperimento, felici come bambini. Solo che lei, arrivata al momento fatale, non se la sente, torna indietro e lo comunica al marito, ormai uomo in miniatura. È la prima sorpresa per il povero Paul dalla faccia di bravo ragazzo che deve ora trovare una nuova ragione di vita nel mondo dei lillipunziani. Qui sembra  tutto facile, lussuoso, comodo, ma i problemi non mancano: gli emarginati ci sono anche qui, le ingiustizie pure e la paura di un futuro catastrofico non manca. Paul si trova di fronte a nuove scelte.  Come se la caverà in questo paradiso beato che poi tanto beato non è, visto che in fondo  il mondo dei “giganti” è lo stesso di quello dei”piccoli? La metafora è evidente, e il film ci gioca, mettendo molta, forse troppa, carne al fuoco. Nel cast superscelto, emerge il protagonista Matt Damon che, con l’aria ingenua dell’eterno ragazzo, dà vita ad un personaggio che faticosamente cerca la propria maturità umana. Che si sia nel mondo dei giganti o in quello dei piccolissimi, le scelte della vita non si possono evitare: questo il succo del film. Payne dirige da par suo un racconto forse troppo lungo e a tratti convenzionale, ma certo suggestivo e che pone interrogativi allo spettatore, ma senza turbarlo più di tanto. Perchè, si sa, il cinema è anche spettacolo visivo.

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Di turbamenti invece è colmo il film di Luca Guadagnino, candidato agli Oscar, Chiamami col tuo nome, molto pubblicizzato. Opera di lusso, scritta e prodotta con James Ivory – e lo si sente molto – , che narra una calda estate in una villa presso Crema dove una coppia di insegnanti universitari invita per le vacanze il loro studente migliore. Più che una storia concreta, anche se lo è, il film vuol essere il racconto di una educazione sentimentale atemporale, che vale in qualsiasi luogo e in qualunque tempo. Tutto ciò conferisce al film un senso simbolico accentuato, dove protagonista è di fatto il sentimento, visto attraverso gli occhi della bellezza: della natura, dell’arte classica, dei cibi, dei corpi. Fotografati con luci di valore tardoromantico, estetizzante. E, in effetti, il dato estetico molto prezioso colma ogni dettaglio di un film fatto più che di parole, di sguardi, tocchi, interni con indugi su porte e finestre e tanti silenzi sia notturni che sotto il sole estivo.

Il diciassettenne Eliom, figlio della coppia che lo lascia molto libero verso nuove esperienze, è attratto sia dalle ragazze come da Oliver in una sofferta indecisione sentimentale. E se poi  sarà con il giovane americano che vivrà la sua prima passione, che parrebbe  durevole – ma il regista lascia lo spazio aperto al dubbio e all’ambiguità su questo punto –  alla fine Elio scoprirà che l’amore tra due persone è vero solo quando «ci si chiama per nome», cioè ci si conosce veramente. Recitato splendidamente, specie dal giovane Timothée Chalamet, il film sconta il perfezionismo estetizzante tipico di Guadagnino e fa sentire  la mano di Ivory nello scavo sentimentale, tuttavia ha il gusto di non eccedere troppo in una storia già vista certo al cinema, ma che egli racconta come una indagine sull’affetto tout court, con le sfumature più varie, viste anche con lo sguardo – discreto – degli adulti (intellettuali  e borghesi) sul mondo giovanile alla scoperta della vita.

 

 

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