Se 11 milioni di italiani senza cure vi sembrano pochi

Un rapporto Censis registra la propensione di una grande fetta di italiani a rivolgersi alla sanità privata, ma palesa numeri impressionanti di persone senza soldi per le prestazioni sanitarie. Confermata la tendenza già registrata dall’Osservatorio Salute della Cattolica
Ansa medici

«Erano 9 milioni nel 2012, sono diventati 11 milioni nel 2016 (2 milioni in più) gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell'ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni». Tra questi vi sono 2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni di millennials (giovani nati tra la fine degli anni ottanta e l'11 settembre 2001).

 

Lo dice il Censis nel rapporto presentato il 7 giugno per mettere in evidenza la tendenza all’aumento della spesa sanitaria privata che raggiunge i 34,5 miliardi di euro all’anno (+3,2 per cento rispetto al 2013/15). Da una parte esiste l’incubo delle liste di attesa che portano 10 milioni di italiani verso il settore privato e 7 milioni all'intramoenia (privato con prezzi calmierati all’interno delle strutture pubbliche). Dall’altro è aumentato il costo dei ticket pagati dagli italiani. Il 45 per cento ha pagato tariffe nel privato uguali o di poco superiori al ticket che avrebbe pagato nel pubblico.

 

Come era nelle intenzioni dello studio congiunto Censis-Rbm Assicurazione Salute, emerge un notevole spazio per il mercato delle polizze della sanità integrativa, che interesserebbe a 26 milioni di cittadini e quindi sarebbe da facilitare per liberare risorse ingenti (circa 15 miliardi di euro) per la sanità pubblica. Cifre enormi che potrebbero essere destinate alle cure delle fasce meno abbienti anche se il pericolo è, invece, quello di legittimare tagli ancora più decisivi. Il ministro della Salute BEatrice Lorenzin ha commentato i dati rivendicando l’impegno del governo ad aumentare il Fondo sanitario nazionale per gli anni 2017 e 2018 (dai 109 miliardi di euro del 2015 ai 113 del 2018), ma riconosce che si tratta di risorse non sufficienti per invertire la rotta, concludendo l’analisi con il detto popolare: “non si possono fare le nozze con i fichi secchi”.

 

Il rapporto Censis conferma il report 2015 di Osserva salute dell’Università Cattolica, reso noto ad aprile 2016 insieme alla diffusione di un dato significativo rispetto a ciò che sta accadendo nel nostro Paese: il calo dell’aspettativa di vita. Sono tanti gli aspetti critici,secondo gli autori della ricerca della Cattolica. Ad esempio, lo scarso investimento nella prevenzione (4,1 per cento della spesa sanitaria totale, ai più bassi livelli Ocse) che incide sulla cura efficace dei tumori. Come ha detto Walter Ricciardi, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, «abbiamo avuto la più grande epidemia di mortalità della storia dall’Unità d’Italia: i 54 mila decessi in più nel 2015 rispetto all’anno precedente sono dovuti sicuramente alla popolazione vecchia, ma anche all’influenza e alle sue complicanze, e ai servizi che non riescono più a dare risposte ai cittadini. Ci sono parti del Paese in cui i cittadini fanno fatica ad accedervi».

 

È chiaro che mettere in fila questi dati evidenti non può portare a creare una soluzione nella crescita della sanità privata tra la popolazione che resta senza soldi e può solo indebitarsi per provare a curarsi. Neanche si può gettare discredito su un servizio sanitario pubblico che fornisce prestazioni di alta qualità pur restando, come ha ricordato il rapporto Osserva Salute nonostante certi scandali, tra i Paesi che spendono di meno nel settore (1.817 euro di spesa sanitaria pro capite). La Germania spende quasi il 70 per cento in più e il Canada il 100 per cento. C'è bisogno di molto di più dei fichi secchi.

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