Scommettere sulla energia pulita

Può accadere, come è successo alcuni giorni fa in un incontro pubblico, dedicato a Città nuova, in una città italiana, di sentirsi chiedere perché ci occupiamo così poco di ecologia, del riscaldamento del pianeta e delle sue conseguenze, visto che è l’argomento che più assilla oggi l’opinione pubblica mondiale. Ho verificato che nei 19 numeri di quest’anno più di 20 articoli erano riconducibili a questo tema. Dunque, se ne è parlato mediamente su ogni numero. Tuttavia il lettore ha sempre ragione (o quasi) e in redazione ci siamo ripromessi di insistere ancora di più su questo tasto, visto fra l’altro che l’interesse e l’attualità lo consigliano. Certo, però, che una ricognizione su quanto viene regolarmente pubblicato in materia può lasciare sconcertati: si dice tutto e il contrario di tutto. E ciò che era vero appena ieri non lo è più oggi, ma potrà molto probabilmente ridiventarlo domani. Così abbiamo appreso dal nostro ministro dell’Ambiente che il riscaldamento nel Belpaese procederebbe ad un ritmo quattro volte più veloce che nel resto del pianeta, mentre la rettifica giunta puntuale il giorno dopo sentenziava che non di quattro volte, ma di un quarto di punto si trattava. Bastava spostare la virgola. Niente di irreparabile: è stato un lapsus. Piuttosto è il tono che fa la musica in questi casi, quando, in materia dubbia, si usano accenti apodittici. Anche personaggi scientificamente più attrezzati, messi davanti all’evidenza dei fatti, sembrano oggi trovare il coraggio di infrangere lunghi silenzi su di una materia che scotta non solo metaforicamente. Così abbiamo sentito scienziati come Rubbia e Veronesi ammettere che, alla fine, comunque, l’umanità non potrà fare a meno, come si sperava, del nucleare. Lo ha ipotizzato lo stesso ministro Bersani, procurando, immagino, un grosso dispiacere al collega Pecoraro Scanio. Certo, non del nucleare preistorico di Cernobyl, si parla, e nemmeno di quello posseduto dai francesi, ma di quello che studi ripresi oggi, forse consentirebbero di mettere in campo fra vent’anni. Il fatto si è che quella meravigliosa energia veramente pulita che piace a tutti, e di cui non potremo fare a meno – parlo ovviamente di quella solare, dell’eolica e di poche altre fonti di nicchia -, non si ritiene potrà coprire, nel migliore dei casi, più del 20 per cento del nostro fabbisogno. Per ora siamo fermi ad una frazione irrisoria di questo valore. Senza considerare il fatto che in Italia saremo tributari a lungo delle tecnologie altrui, visto che non abbiamo voluto dedicare tempo e impegno a svilupparne di nostre. Anche la legislazione che regola questa materia, da noi è in ritardo, e variamente concepita nelle diverse regioni. I dati che documentano il ricorso alle varie fonti energetiche nei Paesi europei, segnalano che solo l’Italia, fra i principali Paesi industrializzati dell’Ue, ha cancellato il nucleare, contro un ricorso ad esso che va dal 19 per cento della Gran Bretagna (che attinge il proprio petrolio dai pozzi nel mare del Nord), al 28 della Germania, al 50 della Svezia, fino al 78 per cento della Francia.Ma il peggio si è che, dopo avere compiuto questa scelta (ineccepibile, perché sancita da un referendum), ci siamo adagiati sull’uso del solo petrolio e del gas, senza dotarci di rigassificatori, che quanto meno ci avrebbero sottratti al ricatto dei Paesi attraversati dai gasdotti. È vero che, mentre da anni si continua a profetizzare che presto il petrolio finirà, quella data continua ad allontanarsi nel tempo, perché si individuano sempre nuovi giacimenti: ora anche sotto la calotta artica. Contemporaneamente, però, altre prospettive si affacciano, ancor più allarmanti dello stesso esaurimento delle fonti petrolifere. Stiamo infatti assistendo ai primi effetti sensibili sulla nostra stessa pelle del riscaldamento del pianeta. È innegabile che ciò non accade sulla Terra per la prima volta, ma certamente non in epoca storica e con un così pesante concorso delle attività umane. È pure vero che, nei Paesi ricchi, l’uomo può ancora sopportare situazioni come quelle attuali – e chi decide la politica energetica nell’intero pianeta sono questi pochi Paesi – ma non si è tenuto conto che, mentre si pretende di sfruttare tutto il petrolio che c’è, il surriscaldamento che l’uso di combustibili fossili sta producendo non si arresterà il giorno che si decidesse di interromperne l’uso, perché l’inerzia del fenomeno durerà a lungo, continuando ad aggravare la situazione climatica sull’intero pianeta per molti anni. Infatti, segnalano i climatologi, l’anidride carbonica stazionerà nell’atmosfera ancora per decenni, e gli oceani possono conservare il calore per secoli. C’è dunque chi, in questo quadro, parla già di corsa alla sopravvivenza. Non basterà affidarsi ai calcoli di previsioni che ognuno piega al proprio tornaconto. La crisi ambientale non si risolverà a breve termine; anzi, non si risolverà affatto finché all’utilitarismo economico non subentrerà la sostenibilità.

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