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Cultura > Televisione

Sanremo 2026, prima serata con poche emozioni

di Franz Coriasco

- Fonte: Città Nuova

Il Sanremo n°76 è decollato con un’estenuante maratona di canzoni e pochi momenti davvero emozionanti; e gli ascolti sono in calo: meno 3 milioni rispetto all’anno scorso e 58% di share contro il 65% della scorsa edizione

Il conduttore e direttore artistico del Festival di Sanremo Carlo Conti (a destra) con la cantante italiana Laura Pausini (al centro) e l’attore turco Can Yaman (a sinistra) sul palco del teatro Ariston durante il 76° Festival della Canzone Italiana di Sanremo, Sanremo, Italia, 24 febbraio 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

Il primo atto s’è consumato come una sorta d’immenso prologo a quelli che seguiranno: s’è messo in vetrina il campionario, o meglio, la nuova collezione primavera-estate del canzonettismo italiota, con l’aggiunta di tante rimembranze e qualche gaffe. Poche le canzoni in grado di regalare vibrazioni degne di resistere all’usura del Tempo: Stella Stellina di Ermal Meta e Stupida Sfortuna di Fulminacci tra le cose migliori, ma anche l’accoppiata Masini-Fedez funziona piuttosto bene, così come il raffinato brano di Levante e in fondo anche quello para-disneyano dell’eterea Arisa (con la Brancale, Ditonellapiaga, Fulminacci e succitata accoppiata temporaneamente in testa a una classifica che cambierà parecchio).

Ermal Meta al Festival di Sanremo, 24 febbraio 2026. Ansa

E tuttavia questo 76esimo Festival ha già svelato la sua essenza, ovvero una medietà che è poi la cifra stilistica e la perfetta rappresentazione sonora dell’esile filosofia carlocontiana; una medietà rassicurante, che se da un lato raramente è sconfinata nella mediocrità, dall’altro è parsa incapace di regalare emozioni profonde, anche se qualche canzone, come ogni anno accrescerà il suo appeal, serata dopo serata. Un Sanremo più che mai autarchico (per non dire sovranista), e sempre più indirizzato – chi lo avrebbe mai detto qualche anno fa? – verso il mercato giovanile.

Marco Masini e Fedez al Festival di Sanremo, 24 febbraio 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

Ancor più desolante il panorama dei testi (anche del copione televisivo a dirla tutta). E tuttavia le canzoni di quest’anno, tranne rarissime eccezioni lontane anni luce da qualunque pretesa poetica, fotografano piuttosto bene il turbo individualismo imperante (perfino l’amore alla sanremese è più tormentato e irrisolto che mai). Quanto alle occorrenze, come le chiamano i linguisti, amore, risulta anche quest’anno il sostantivo più gettonato, mentre matta, stupida, e bella, spiccano fra gli aggettivi più usati; il tu batte io di un soffio, ma me è molto più usato di te, male stravince su bene, come vita su morte (21 a 1), e notte su giorno; vanno forte anche paura e cielo, strada, gente, casa e letto. A completare il quadro, pochissimi termini dialettali, molti vocaboli stranieri (non solo inglese ma anche spagnolo e francese). In sintesi: vocabolario ridotto all’osso, metafore banalissime, approccio cantautorale quasi inesistente, e appunto un lessico risicato e all’insegna di un “canta come mangi” che certifica il collasso culturale in corso.

Ciò che invece ha dimostrato la maestria del “made in Italy” in questo campo è l’impianto scenografico e luminoso di uno show che ha poco da invidiare alle super produzioni statunitensi. E tuttavia, anche per quanto riguarda gli immancabili contorni, per ora nulla di memorabile nonostante la parentesi di impegno civile con l’arzilla centenaria a ricordare il primo voto alle donne; del resto sarebbe assurdo pretendere da un 76enne istrionico e sfarfallone come questo Sanremo lampi di genio o iperboli intellettuali, tanto più considerando chi lo dirige e chi guida i destini suoi e di questo malandato Paese. Eppure, ancora una volta, nessuno come il Festivalone nostro sarebbe più bravo a spiegare a un marziano dov’è sbarcato…

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