“Sani”nella malattia

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Affari di cuore Dopo due interventi la mamma ha iniziato la chemioterapia. Ma ecco un fatto nuovo. Il 13 gennaio ’77 – racconta mio padre – mi accorgo che il mio cuore batte irregolarmente… Pur nell’agitazione fisica, avverto una fiducia immensa nella misericordia di Dio…. Papà si riprende, ma durante l’estate il cuore va nuovamente in fibrillazione e viene ricoverato d’urgenza. Tornato a casa, di quei giorni ricorderà la forte esperienza di essere innestato in un corpo al quale con l’offerta della sua sofferenza sente di poter contribuire, ma anche che da questo corpo si riceve, e ciò dà sicurezza, dà forza. Anche mamma ha finito un primo ciclo di cure, e così ci ritroviamo, dopo diversi mesi, tutti riuniti. Ricordo il primo pranzo fatto assieme, la gioia di rivedersi e toccare con mano che da questa prova la nostra famiglia è uscita rinsaldata nell’amore. Un giorno mamma e papà vanno a fare una passeggiata sul lungomare di Trieste: anche se molto deboli, decidono di passare a salutare Pino, un amico di famiglia e mio futuro suocero. Ancor oggi Pino racconta l’impressione di essersi trovato di fronte a due fidanzatini, radiosi e pieni di gioia. La salute della mamma sembrava ristabilita, ma nell’84 la malattia riemerge violenta. Per lei seguiranno anni durissimi tra interventi e cure pesanti, sempre però sostenuta da papà. E senza mai perdere la speranza e la pace. Proprio in quel periodo inizia per me la splendida avventura con Rita: ci saremmo sposati qualche anno più tardi. Nel comunicare a casa questa notizia ricordo ancora il sorriso della mamma. Papà a sua volta pronuncia parole che rimarranno profondamente incise nel cuore di Rita e mio: Sono contento! Però ricordati: Dio prima di tutto, il resto viene di conseguenza o altrimenti non ha senso niente. Vedi, si sta assieme per un certo numero di anni…. Ringrazio ancora per quel momento in cui i miei ci hanno trasmesso, più con la vita che con le parole, il segreto dell’unità nella vita di coppia. Papà in particolare soffrirà per il distacco dalla mamma, avvenuto nell’aprile ’87: dieci anni della malattia di lei hanno cementato una profonda intesa tra loro due ed ora tutto sembra senza senso. È un’esperienza di profonda solitudine, che lo radicherà sempre più in Dio. Professore associato in analisi matematica all’università, ha continuato ad essere a disposizione di tutti, studenti e colleghi, pur provato dalla stanchezza e dalla poca salute. Ma nell’ottobre ’88 riemergono i suoi vecchi problemi cardiaci. Ad un gruppo di amici, prima del ricovero a Treviso, dice scherzosamente: Affari di cuore mi terranno lontano da Trieste per alcune settimane!. Ma la sera del 20 dicembre, per complicazioni intervenute dopo l’intervento, papà raggiunge mamma in cielo. Per me e per le mie sorelle è terribile perdere anche lui, che il giorno prima era così vivo! Tutto appare così assurdo, così senza senso… eppure ho ancora stampato nel cuore il sorriso libero da ogni preoccupazione con cui papà mi ha salutato appena poche ore fa. Eppure non posso deluderlo: quel suo sorriso devo farlo mio per poterlo donare agli altri senza chiudermi nel mio dolore. Solo così posso amare con una forza nuova. Una nonna da incorniciare Tempo fa andai a trovare le mie nipotine. La più grande, di tre anni, stava giocando nel giardino; appena mi vide mi chiese di spingerla sull’altalena. Nonno, spingimi in alto, ancora più in alto!. Gliene chiesi il perché. La sua risposta fu: Voglio andare dalla opu (bisnonna) che dal cielo mi sta a guardare… tu non la vedi?. Come conobbi Agnes van Zeeland? Lavoravo in Olanda per aiutare le mie sorelle negli studi e mandavo loro in Italia i miei risparmi. Non avevo grilli per la testa. Attratto però da Tineke, che avevo conosciuta ad Eindhoven, un giorno volli presentarmi ai suoi. L’incontro con papà Leo fu turbolento: il mio carattere latino non corrispondeva ai desideri che egli coltivava per la sua figlia maggiore. Mamma Agnes invece mi sorrise ed essendo l’ora del pasto mi invitò a prendere posto a tavola. Leo ebbe per lungo tempo difficoltà ad accettarmi, mentre Agnes prese a considerarmi come uno dei suoi figli. Nel frattempo ero venuto in contatto con un centro dei Focolari in una città vicina. Anche Tineke volle conoscere il movimento, ne rimase attratta e trascinò in questa esperienza anche gli altri sei fratelli, a partire da Wim. La vita di Leo era sempre stata casa- lavoro-chiesa. L’unità familiare riceveva ora come una scossa. Per lui era come se i figli gli sfuggissero di mano e ne pativa. Mamma Agnes, invece, guardava interessata alla nuova esperienza dei figli. Fiduciosa ne gioiva, vedendoli felici ed entusiasti in un periodo in cui i giovani stavano perdendo di vista certi valori. Wim decise di trasferirsi per alcuni anni nella cittadella toscana dei Focolari, a Loppiano. Questo fatto svegliò l’interesse dei genitori che, dopo alcuni mesi, vollero raggiungerlo per rendersi meglio conto della scelta dei figli. Per Agnes e Leo scoprire quell’ideale evangelico fu un colpo di fulmine. Entrambi poi, tornati nel loro ambiente, si impegnarono a viverlo con generosità. Rimasta vedova nel ’78, Agnes prese a frequentare settimanalmente il focolare: era per dare una mano nelle faccende di casa. E dire che per tornare la sera a casa sua doveva prendere il treno, l’autobus e poi fare un lungo tratto di strada in bicicletta, essendo il luogo dove abitava un po’ isolato. La patente di guida presa a 61 anni la rese indipendente e le facilitò i contatti. I primi a goderne furono i nipotini, che le erano particolarmente legati. Uno di loro l’avrebbe definita una nonna da incorniciare. Divenne pure bisnonna di due bambine. Agnes era una donna semplice, di poche parole ma con una sapienza che lasciava stupiti, giacché sapevamo che non poteva averla appresa dai libri. Si prodigava in mille modi per chi era in difficoltà. Fiduciosa nella bontà delle persone, con la sua apertura d’animo insegnò ai figli ad essere liberi da pregiudizi, a non fare distinzioni tra ricchi e poveri, cattolici e riformati… Neppure dopo due infarti perse il suo senso umoristico: tanto che, quando venne il medico per farle una iniezione che poteva essere dolorosa e per la quale doveva forse stringere i denti, sorrise e accennò alla dentiera che si era tolta. Agnes trascorse i suoi ultimi 15 anni nel centro dei Focolari a Baak, al servizio di tutti. Lasciata la casa e, in un certo senso, anche i figli, ora si sentiva attratta ad una unità con Dio sempre più profonda. Il coraggio di Madeleine Imedici le avevano dato dai due ai dieci anni di vita, ma in Madeleine era tale la volontà di vivere, l’amore per suoi e la fiducia in Dio, che poté riprendere una vita normale e, dopo qualche anno, avere anche un secondo bambino. Nonostante i problemi di salute, si prodigò sempre anche al di fuori della sua cerchia familiare. Faceva qualche supplenza a scuola ed era attiva nella parrocchia nei dintorni di Neuch, dove per anni insegnò il catechismo. Con la sua generosità diede anche un valido contributo al gruppo delle Famiglie nuove dei Focolari, formatosi a Neuchâtel nel 1980. In quel periodo suo marito cominciò ad avere seri problemi sul lavoro. Per aiutare finanziariamente la famiglia e malgrado le condizioni di salute (nel marzo del 1987 si era sottoposta ad un secondo intervento chirurgico), Madeleine riprese l’insegnamento. Le fu affidato un incarico in una classe particolarmente difficile. Ma l’amore è più forte di tutto, diceva; e continuò ad insegnare fino a pochi mesi prima della sua morte. Nel luglio di quello stesso anno, per l’estendersi del tumore ai polmoni, Madeleine dovette subire un’altra operazione. A parte pochi intimi, nessuno sospettava quanto lei soffrisse: in realtà la malattia non rappresentò mai per lei un ostacolo per un impegno totalitario. In un’occasione ebbe infatti a dire: Con la mia sofferenza, posso partecipare alla redenzione del mondo. Nell’aprile del 1991 suo marito dovette partecipare al processo per il fallimento della fabbrica in cui lavorava. Ed ecco – scriverà lei alla fine di quel mese – che il 12 aprile vengo a sapere che il mio stato di salute si è aggravato. L’evidenza era dura da accettare: perché proprio ora, alla vigilia di questa grave scadenza per Daniel? Mentre tornavo a casa, dopo aver offerto a Dio quel timore e quell’angoscia è subentrata la pace. Ho deciso di non parlare di questo con Daniel prima del processo; l’ho comunicato invece alle mie sorelle e alle famiglie amiche: avevo bisogno delle loro preghiere per le decisioni da prendere circa un eventuale intervento, e anche per avere la forza di sostenere Daniel. Il 16, 17 e 18 aprile erano i giorni del giudizio in tribunale. Il 16 Daniel era angosciato; tuttavia subito prima dell’interrogatorio si è sentito invaso da una grande pace e ha potuto rispondere con calma alle domande. In quel momento Hélène ed io pregavamo; e so che facevano altrettanto altre persone amiche… Che gioia, la sera, quando Daniel mi ha detto: Grazie a te, grazie a voi. Aveva compreso che era un dono di Dio, frutto della nostra unità… Ora era pronto a ricevere le notizie riguardanti la mia salute. Gli ho comunicato che sarei entrata all’ospedale di Losanna il martedì seguente per nuovi esami, e che mercoledì avrei subìto un intervento al laser e mi avrebbero introdotto una protesi in un bronco… Quel martedì sera, momentaneamente angosciata, ho fatto la stessa esperienza di Daniel: improvvisamente mi sono sentita molto calma, ho dormito bene. La mattina dopo non avevo alcun timore, mi sono addormentata, mettendo la mia vita nelle mani del Signore. Al risveglio, l’ho ringraziato. Tutto era andato bene….

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