Salvo D’Acquisto

Raiuno. “Questa è la tivù che mi piace aveva detto la signora Ciampi guardando in anteprima il film in due puntate su Salvo D’Acquisto. Un giudizio che ha suscitato grandi attese dal momento che due anni fa la first lady del Quirinale, con schiettezza toscana, aveva bollato la tv italiana con un aggettivo impietoso: “deficiente”. Il racconto per immagini del carabiniere che nel settembre del ’43 immolò la sua vita per salvare quella di 22 persone innocenti, ha entusiasmato gli inquilini del colle più alto di Roma. Ha creato invece qualche perplessità sul versante cattolico che ha accusato i produttori di aver rimosso nella figura di D’Acquisto un elemento fondamentale (la fede) per dare invece eccessivo risalto ad aspetti ritenuti marginali o addirittura frutto d’invenzione come le ripetute “scene di amoreggiamenti con una così detta fidanzata” (peraltro piuttosto gratuite). Una “licenza” ritenuta ancor più grave dal momento che l’eroe di Torrimpietra prossimo a divenire beato. Guardando il film di Sironi, interpretato con intensità da Beppe Fiorello, la scelta eroica del carabiniere non sembra in effetti mossa da una profonda scelta cristiana. La religiosità del D’Acquisto- Fiorello è molto tradizionale: chierichetto con il vizio di rubare le offerte al parroco, lo si vede tornare distrattamente in chiesa solo in fugaci passaggi per di più per fare una dichiarazione d’amore alla sua donna. Non prega e non invoca l’assistenza del Padre. Piuttosto è un giovane come tanti altri: ama la vita e le donne, è geloso, litiga con i genitori, spesso fa di testa sua senza ascoltare i consigli dei più adulti, perde la pazienza se si sente tradito. Ha dei valori però: crede nell’amicizia e nella parola data, è onesto, sa essere giusto e difende i più deboli. Man mano che la sua storia si dipana emerge sempre di più il contrasto tra il suo candore e l’anima peggiore del fascismo. A più riprese Salvo si confronta con il volto repressivo, vendicativo, aggrappato al potere del regime. Un paragone che fa emergere le sue qualità interiori e prepara lo spettatore all’esito finale. Lui non si fa partigiano, resta nell’Arma, continua a rispettare la divisa che fin da piccolo ha sognato di indossare, sembra voler cambiare le istituzioni dall’interno. Nel film le emozioni sono tirate con il freno a mano: il racconto è asciutto, procede per sottrazione, evita il sentimentalismo e la retorica. In alcuni momenti il regista edulcora le durezze della guerra, talvolta sembra perdere l’attimo giusto per sollevare il racconto dalla fredda cronaca al magma della commozione. Non è un capolavoro. Non c’è però agiografia: Salvo D’Acquisto qui è una persona perbene, uno di noi che ad un certo momento decide di dare la vita per i suoi amici. Una scelta che lo fa allo stesso tempo santo e martire. È un eroe alla nostra portata, uno che possiamo imitare perché ci assomiglia e pur negli errori cerca di mantenere la barra dritta sui valori in cui crede. Per questo è piaciuto molto al capo dello stato e a sua moglie. Mette insieme le linee guida della presidenza Ciampi: cattolico a cui però non piace ostentare la sua fede, uomo delle istituzioni che cerca di stringere gli italiani attorno ai valori della patria, dell’onestà, della famiglia, del rispetto reciproco, della difesa degli ultimi. Le licenze storiografiche nelle fiction non sono quasi mai una grande idea: ma se servono ad avvicinare gli spettatori al mistero di chi si dona per gli altri, ben vengano.

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