I rider tra diritti negati e caporalato

I ciclofattorini che consegnano cibo a domicilio, noti anche come rider, sono oramai tra i lavoratori più deboli nella nostra società: poche tutele giuridiche e sanitarie e, a quanto pare, anche vittime del caporalato.
Foto Claudio Furlan - LaPresse

Durante i mesi di lockdown, i servizi di ristorazione al pubblico sono stati sospesi, ma non le consegne a domicilio fornite tramite le cosiddette piattaforme di delivery, che sono risultate essenziali per parte della popolazione costretta a restare a casa: i rider hanno consegnato cibi pronti o altri beni muniti delle loro bici e moto, rischiando il contagio nella speranza di garantirsi un introito. Sempre durante il lockdown, inoltre, alcune piattaforme hanno esteso le consegne anche ad altri prodotti, come la spesa o il giornale.

In Italia, prima delle crisi pandemica, si stimava che i rider fossero circa 10 mila unità, numero cresciuto sicuramente nelle ultime settimane. Fra questi, molti hanno inizialmente lavorato senza che le piattaforme per le quali consegnavano fornissero loro quei dispositivi di protezione individuale (DPI) che tutte le aziende dovrebbero mettere a disposizione dei propri dipendenti (mascherine, guanti, gel).

Il nocciolo è proprio questo: le piattaforme di delivery come Deliveroo, Glovo, Just Eat, Foodys o Uber Eats, si considerano semplici mediatori tra gli esercenti e i corrieri, con la conseguenza che questi lavoratori non risultano essere inquadrati come dipendenti, sebbene lo svolgimento delle proprie mansioni sia subordinato alle direttive fornite dalla piattaforma stessa.

Sebbene i ciclofattorini siano definiti dal decreto legge n.101/2019 (convertito dalla legge n.128/2019) «lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore, attraverso piattaforme anche digitali», le operazioni svolte dalle piattaforme di consegna sono più di una semplice intermediazione (virtuale) tra diversi attori. Le piattaforme, infatti, smistano virtualmente gli ordini, tramite algoritmi, gestendo una rete di corrieri presente sul territorio cittadino; attraverso la geolocalizzazione, gli ordini sono infatti assegnati ai rider in base alla prossimità al luogo di prelievo del prodotto; le piattaforme inoltre indicano al lavoratore il percorso da seguire per effettuare la consegna e, infine, processano il pagamento.

Tutto questo senza che al rider sia, di fatto, lasciata alcuna autonomia. Anzi, il rider è incentivato a seguire le indicazioni che vengono dalla piattaforma, in quanto al suo comportamento corrisponde una valutazione che ha delle ricadute in termini di numero di consegne assegnate dalla piattaforma stessa.*

La normativa introdotta nel 2019 prevede per questi lavoratori l’obbligo di copertura antinfortunistica, di iscrizione presso Gestione Separata Inps nonché l’applicazione di un minimo salariale orario collegato al contratto nazionale collettivo (CCNL) di riferimento. Inoltre, una recente sentenza della Cassazione (il cosiddetto “caso Foodora”) ha definito l’applicazione delle tutele del lavoro subordinato tutte le volte in cui la collaborazione è connotata da modalità di esecuzione della prestazione imposte dal committente.

Nell’attesa di una circolare dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) più specifica, dal 1° febbraio 2020 le piattaforme sono tenute ad assicurare i propri ciclofatorini, indicare la lavorazione svolta dal rider, il mezzo utilizzato per le consegne (scooter, bici o altro, oppure a piedi) e la percentuale delle attività eseguite in relazione ai diversi mezzi, per esempio con bicicletta o ciclomotore (70%), auto o altro mezzo di trasporto (15%), a piedi (15%), perché la voce di rischio da attribuire alle lavorazioni può variare in funzione del mezzo usato per le consegne.

Ciononostante, i rider hanno più volte lamentato di non avere alcuna garanzia per quanto riguarda la malattia o gli infortuni sul lavoro, così come nemmeno i DPI per proteggere sé stessi e le persone con le quali entrano in contatto. Deliveroo ha attivato un fondo di supporto per i rider, grazie al quale coloro che contraggono il Covid-19 o quelli a cui l’autorità sanitaria impone l’isolamento possano avere diritto a un sostegno finanziario della durata massima di 14 giorni, nonché una polizza assicurativa gratuita per coloro che risultano essere positivi al Covid-19.

Nel frattempo, i Carabinieri di Milano hanno avviato un’indagine sulle piattaforme di delivery, in merito a rischi sanitari nonché al rispetto degli standard di salute e sicurezza per i lavoratori, rilevando che le piattaforme avrebbero fornito ai rider in maniera parziale ed insufficiente il materiale necessario per ridurre il rischio sanitario dovuto al Covid-19, non garantendo così una distribuzione capillare dei DPI.

Non a caso il Comune di Milano, a partire dal 16 aprile, ha provveduto alla distribuzione ai rider impegnati nelle consegne a domicilio kit con 5 mascherine, 5 paia di guanti ed un volantino informativo in italiano, inglese, spagnolo e francese con le principali indicazioni per affrontare l’emergenza Covid-19 (come usare correttamente i DPI, inviti ad evitare assembramenti durante le attese sia presso i ristoranti di ritiro sia nei luoghi di ritrovo, il rispetto delle distanze minime con gli operatori e i clienti finali, ecc.).

Con lo stesso obiettivo, la Regione Lazio, ha predisposto un bonus sicurezza rider, che prevede l’erogazione di 200 euro a vantaggio dei lavoratori di queste piattaforme digitali per l’acquisto di DPI.

Sebbene sia positivo che alcuni enti locali siano intervenuti per fronteggiare il problema, la domanda è perché la collettività debba socializzare i costi per dotare i rider dei DPI, quando come per ogni altro datore di lavoro questi dovrebbero essere affrontati da chi trae profitto dalla fornitura di questo servizio, e cioè dalle piattaforme per cui i rider lavorano. Inoltre, restano irrisolte le questioni dell’inquadramento normativo di questi lavoratori e della dignità del loro lavoro.

Infine, il Tribunale di Milano ha stabilito il commissariamento di Uber Italy per caporalato, proprio a causa dello sfruttamento e l’approfittamento dello stato di bisogno dei rider con Uber Eats che, attraverso società di intermediazione di manodopera, è accusato di aver sfruttato dei migranti provenienti da contesti di guerra, richiedenti asilo, residenti di centri di accoglienza temporanei e persone in stato di bisogno.

Nello specifico, una società avrebbe procacciato per conto di Uber Italy dei rider provenienti da zone conflittuali del pianeta (Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Pakistan, Bangladesh e altri) e la cui vulnerabilità è segnata da anni di guerre e povertà alimentare, caratterizzate anche dal forte isolamento sociale in cui vivono, favorendo l’opportunità di reperire lavoro a bassissimo costo, trattandosi di persone disposte a tutto per sopravvivere, sfruttate e discriminate da datori di lavoro senza scrupoli.

L’emergenza ha mostrato quanto importante sia il lavoro di queste persone, grazie al quale è possibile ricevere cibi pronti o altri beni. La legge del 2019 prevede che, entro il mese di novembre 2020, le parti collettive dovranno regolare gli aspetti fondamentali di tali rapporti lavorativi, tra cui le tutele assicurative ed i criteri di determinazione del compenso. È necessario pertanto riflettere, senza indugi, su come sia corretto inquadrare questi lavoratori, i quali al momento sono per lo più autonomi con la partita IVA e molti, come si è visto, senza alcuna copertura contro gli infortuni.

* Lo studio di riferimento sulle nuove piattaforme è di Luigi Scorca, “The Transformation of Postal Services in Light of Technological Developments and Users’ Needs”, in P. L. Parcu et al. (eds.), New Business and Regulatory Strategies in the Postal Sector, Topics in Regulatory Economics and Policy, Springer Nature Switzerland, 2018.

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