Regionali: Marche al centrodestra con Acquaroli, i motivi della svolta

Il centrodestra ha conquistato le Marche nell'ultima tornata elettorale. Il crollo e le divisioni del centrosinistra e la vittoria di Acquaroli.

Francesco Acquaroli, 46 anni, è stato eletto presidente della Regione Marche: il centrodestra governerà la Regione dopo 25 anni di conduzione ininterrotta del centrosinistra. Sposato con Lucia, è laureato in Economia e commercio: già consulente finanziario, già sindaco di Potenza Picena dal 2014 al 2018, deputato uscente di Fratelli d’Italia, Acquaroli fa parte della cosiddetta «Generazione Atreju», l’associazione giovanile post AN in cui è cresciuta l’attuale leader Meloni. Diventa presidente al secondo tentativo: ci aveva già provato nel 2015, raccogliendo però solo il 19%, la metà rispetto all’allora suo concorrente Luca Ceriscioli (Pd).

La sua vittoria è soprattutto frutto di una voglia di cambiamento dei marchigiani che devono risolvere tanti punti critici, a partire dai temi legati al lavoro, alla famiglia, alla sanità, alla ricostruzione post terremoto del 2016, ecc.

Un primo aspetto da sottolineare per analizzare il risultato finale è che il centrosinistra si è presentato diviso: oltre a Mangialardi, appoggiato dal Partito democratico e da Italia Viva, si sono presentati per la presidenza della regione altri due candidati di sinistra: Roberto Mancini, docente di filosofia teoretica a Macerata ed esponente della lista civica Dipende da noi, e il segretario regionale del Partito comunista, Fabio Pasquinelli.

I Cinque Stelle, alleati di governo nel nazionale, hanno presentato un loro candidato, il consigliere comunale di Tolentino Gian Mario Mercorelli. Questo perché la parte più autoreferenziale dei dirigenti Pd (che voleva continuità con Ceriscioli proponendo Mangialardi senza alternative) ha prevalso rispetto a quella che avrebbe preferito una discontinuità e un nome inclusivo che andasse bene anche al M5S o alle liste civiche di sinistra (tipo l’anconetano Sauro Longhi, stimato ex rettore dell’università Politecnica delle Marche o Vito D’Ambrosio ex presidente della regione ed ex membro del CSM).

Tutto questo, mentre l’ex sindaco di Potenza Picena, Francesco Acquaroli, è stato appoggiato da tutto il centrodestra unito e compatto.

Un altro aspetto è stata la gestione post terremoto: per i tanti ritardi ci sono forti responsabilità politiche e la percezione delle popolazioni colpite è stata che negli ultimi quattro anni non è stato fatto granché per la ricostruzione.

Sul tema sanità in questi ultimi anni sono stati fatti tagli di spesa enormi che non sono affatto piaciuti alle popolazioni coinvolte: sono stati chiusi tredici ospedali dell’entroterra e sono stati tagliati decine di posti letto a partire dal 2010. Poi durante il periodo più duro della pandemia, c’è stata la vicenda del commissario straordinario Bertolaso e dell’adattamento di un capannone della fiera di Civitanova per farlo diventare in fretta e furia un ospedale Covid, in cui ci sono stati pochissimi ricoveri e una spesa di 18 milioni di euro. Soldi di privati e non pubblici, ma i cittadini hanno comunque avuto l’impressione che la giunta regionale avesse fatto un grosso errore.

Per quanto riguarda il tema del lavoro – per far capire la drammaticità della situazione e per comprendere come a poco a poco, nel corso degli anni, questo problema abbia minato alla base la classe dirigente uscente che non è stata capace di prendere in mano la situazione -, un esempio potrebbe essere la decennale crisi industriale del territorio di Fabriano. A a partire dal 2008, le fabbriche di elettrodomestici non hanno retto l’urto della globalizzazione e della competizione sui mercati internazionali, provocando circa seimila disoccupati in una città di trentamila abitanti.

È andato in crisi un modello di aziende a conduzione familiare che ricevevano aiuti anche dalla politica. Fabriano è stata per anni la capitale morale delle Marche: buona parte della classe dirigente marchigiana del centrosinistra veniva da lì fino al 2015. Gian Mario Spacca, che è stato presidente di regione per tre legislature, è di Fabriano ed è stato un uomo della fondazione Merloni.

Poi nel 2015 il centrosinistra ha deciso di puntare su Pesaro, ma di fatto quel sistema di potere che ha governato per decenni la regione è entrato in crisi senza riuscire a trovare vie d’uscita.

Quella di Fabriano è solo una delle zone in crisi. La regione è di fronte a un processo di vera e propria deindustrializzazione. L’economia marchigiana è basata su un modello distrettuale di piccole e medie imprese, altamente specializzate, che hanno risentito molto della crisi del 2008 e che in alcuni casi non hanno retto l’impatto della globalizzazione.

La stessa sorte hanno avuto le zone di Fermo, Montegiorgio, Montegranaro, Porto Sant’Elpidio, Civitanova Marche e i comuni di Tolentino e Corridonia, in provincia di Fermo e Macerata. E poi il Tronto, nella provincia di Ascoli Piceno.

La crisi industriale è andata di pari passo con la crisi finanziaria di Banca Marche, alla fine assorbita e salvata da UBI Banca: le difficoltà degli imprenditori hanno trascinato con sé anche i piccoli risparmiatori.

Come si può intuire, le motivazioni elencate – divisioni interne, problemi macroeconomici congiunturali e anche errori politici -, hanno impedito al centrosinistra di mantenere alto il gradimento nei confronti della cittadinanza. Ma l’alternanza fa bene alla democrazia: chi vince deve dimostrare di saper risolvere problemi complessi; chi perde deve fare una opposizione seria senza sconti, con proposte e idee e soprattutto farsi carico dei problemi trasmessi dai cittadini.

Negli incontri promossi con i candidati consiglieri e presidente, il Mppu (Movimento politico per l’Unità) presente in Regione si è reso disponibile ad una fattiva collaborazione con tutti, maggioranza e minoranza, affinché si possa arrivare all’ascolto dell’avversario politico e al dialogo corretto e sincero; al fine di arrivare alle giuste soluzioni per il bene della cittadinanza, al di fuori delle logiche di interesse particolare.

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