Quel gioco dell’amore

È sempre l’amore a trionfare in Marivaux. Dopo aver superato le prove e al di là delle apparenze. Travestimenti, intrighi ed equivoci sono la materia per affermare questo sentimento, trattati con la leggerezza del gioco. Ad esso si ispira una delle più belle commedie dello scrittore francese: Il gioco dell’amore e del caso (1730). Semplice nell’intreccio, fonde con lo spirito più vivace le più delicate sfumature. La vicenda è quella del duplice travestimento di Silvia e Dorante – l’una all’insaputa dell’altro – per potersi conoscere prima di consentire al matrimonio voluto dai genitori. Coinvolti nello scambio d’identità con i rispettivi servi, diventano quattro i cuori innamorati, scoprendosi ognuno turbato da una persona di diverso rango sociale. Osservano divertiti il quadruplice travestimento Orgone e Mario, padre e fratello di lei. Tutto si sistemerà, naturalmente. Col classico lieto fine e doppio matrimonio. Alla sua prima regia Manuela Kustermann firma una messinscena godibile nella sua freschezza e naturalezza: sia nella recitazione dei suoi bravi attori – tra cui Sara Borsarelli, la serva travestita da marchesina – che nel ritmo. Pure la scenografia contribuisce alla linearità figurativa: un unico ambiente arioso occupato da scarsi arredi ed un lungo piedistallo frontale a due piani dove campeggia un leggio con spartito e violino, sullo sfondo di colori accesi. Ma dalla Kustermann – attrice bravissima, fra le protagoniste fin dagli anni Settanta della ricerca teatrale italiana – ci saremmo aspettati un segno moderno e smascherante che caratterizzasse una simile scelta. La quale non va oltre la rispettosa trasposizione. Perché da questa storia di adulti e di giovani, di nuove e vecchie regole, di desideri all’epoca rivoluzionari e del loro incanalamento in una più consapevole maturità, si potevano scandagliare ulteriori verità.

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