Quegli esami da riparare

Riparare! Sinonimo di rimediare, aggiustare, colmare… In passato, un verbo che suonava come esami di riparazione. Molti ricordano ancora il sudore di intere estati passate sui libri. Poi, dal 1977 questi esami vengono aboliti nelle scuole elementari e medie, e dal 1995 anche nelle superiori. Non più materie da portare a settembre, ma debiti formativi e promozioni con riserva. E la restituzione dilazionata, spostata all’anno successivo. Una svolta innovativa, almeno nelle intenzioni ma, nella pratica, dagli esiti deludenti. Emerge che solo un quarto dei cosiddetti debiti viene recuperato, con il conseguente risultato che il livello di preparazione degli studenti sembra essersi significativamente abbassato. Ci troviamo così di fronte alla paradossale situazione di tre studenti su quattro che arrivano alla maturità con insufficienze mai colmate, ma di cui non ci si è molto preoccupati (e qui sta l’origine del paradosso). Un grosso debito culturale – come ha ammesso lo stesso ministro Fioroni -, che dovrebbe allarmarci più del debito pubblico. Per cui, si corre ai ripari. Maggior serietà, più rigore. Nuove leggi e nuove circolari, più fondi ai corsi di recupero, maggior sostegno e assistenza didattica durante l’anno… Tutti tentativi doverosi da parte della Istituzione-Scuola, quell’insieme non astratto di leggi, persone, gruppi, organizzazioni… che dovrebbe agire nel modo più organico possibile. Oggi, c’è la diffusa sensazione che il nodo principale da sciogliere, prima ancora di altre cose da riformare, stia nell’adozione di una più coerente linea di metodo, di maggior sistematicità e coerenza. A ragione ci si lamenta del troppo lassismo. Si chiede di valutare gli studenti in modo più rigoroso. Ma basterebbe pensare (come dimostrano i dati) che professori un po’ più competenti e severi ottengono dai loro alunni risultati superiori anche del 20 per cento rispetto a classi con professori di manica più larga. Questione di metodo, di buone capacità didattiche. Più rigore, quindi, ma a patto che esso si coniughi con equità. Più severità, ma solo se autorevole e costruttiva. Ma per questo, serve un’efficace politica di valorizzazione e di aggiornamento continuo dei docenti, bisognosi di certezze e di nuove competenze, ora lasciati troppo soli nella loro pratica d’insegnamento, a educare e a giudicare, senza standard di riferimento. Ben vengano, allora, nuove norme, a patto che sia la scuola-istituzione per prima a riparare, con maggior coraggio e decisione, alla sua cronica insufficienza di metodo.

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