Quale Onu dopo Baghdad?

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“Purtroppo la Bosnia e il Kosovo non hanno insegnano nulla. Una crisi portata fuori dall’Onu non trova una soluzione più facile. Tutt’altro”. Vincenzo Buonomo, docente di diritto e organizzazione internazionale all’università Lateranense di Roma, commenta amareggiato lo sviluppo del conflitto armato in Iraq, mentre le forze anglo-americane stanno accerchiando Baghdad. “Rapida e pulita”, aveva preannunciato lo stato maggiore Usa, ed invece la guerra cui stiamo assistendo sarà lunga, sporca e con troppe vittime civili: come tutte le disgrazie belliche! Qualcosa dai Balcani degli anni Novanta Bush e Blair avrebbero dovuto imparare. Perché è certo che la guerra contro il sanguinario dittatore Saddam Hussein non metterà tutto a posto. “È lo stesso errore che commisero i russi in Cecenia – rileva Buonomo -: rasero al suolo la capitale, pensando così di risolvere i problemi, mentre i problemi ci sono ancora tutti”. La prospettiva è che “ci avviamo di nuovo alla soluzione di una crisi attraverso una presenza armata sul territorio. E questo è drammatico. Gli anglo-americani sono rimasti della convinzione che se non c’è un controllo militare esterno le crisi esistenti non vengono risolte. E invece la guerra acuisce i problemi. Attualmente, ci sono nel mondo 12 missioni di caschi blu in altrettante aree: se vanno via i caschi blu, ricominciano subito i combattimenti”. Lo aveva capito il segretario di stato Usa, Colin Powell, che non voleva svincolarsi dalle Nazioni Unite. “Powell ha voluto portare la crisi irachena in seno all’Onu ed è presentato ormai come lo sconfitto di turno. Ma ha intuito gli sviluppi, perché aveva personalmente maturato un’esperienza sul campo ed è l’unico che si è reso conto che non sarà agevole portare a buon fine il capitolo Iraq”. Il post conflitto deve essere gestito dall’Onu. Quanto è fondata questa dichiarazione di Blair? “Fa ripensare al Kosovo: la crisi fu portata fuori dalle Nazioni Unite, salvo poi coinvolgerle nella gestione del dopo guerra perché decidessero l’invio di un contingente militare che sta ancora lì a controllare la non belligeranza. L’affermazione di Blair segnala una divergenza dell’alleato più fidato rispetto alla posizione americana. Ma, ad oggi, non sembra condivisa dall’Amministrazione Usa”. Quali sono gli intendimenti di Bush? “È probabile che metterà un luogotenente a Baghdad, a meno che non si arrivi ad una finzione, con un’autorità civile inviata dall’Onu e una militare con le forze armate Usa. La prospettiva di fondo è una solida presenza in quell’area strategica. Non è un caso che gli Usa abbiano già concluso accordi con i vari paesi del Golfo per il mantenimento delle basi nei prossimi 40 anni”. All’Onu infatti è stato demandato il post conflitto solo sotto il profilo umanitario” “E a volerlo sono stati gli stessi paesi che ne rifiutano il ruolo politico. Lo hanno deciso in Consiglio di sicurezza con la risoluzione 1472 del 28 marzo. Anche se l’assistenza umanitaria è tra le attività che l’Organizzazione ha maggiormente sviluppato negli anni, l’iniziativa ora decisa è incredibile: sono necessari per sei mesi 2,2 miliardi di dollari, di cui un miliardo e trecento milioni solo per aiuti alimentari. E pensare che a livello globale l’obiettivo di dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati, richiederebbe solo mezzo miliardo di dollari l’anno, una cifra considerata altissima, irraggiungibile””. Con l’attacco armato all’Iraq, sono andati in crisi Onu, Nato e Unione europea. Si profila una condizione di anarchia nei rapporti internazionali? “Non possiamo pensare che le istituzioni internazionali siano delle entità diverse da quelle che sono gli stati. Onu, Nato e Ue rispondono alle esigenze degli stati che ne fanno parte: non sono autorità poste al di sopra degli stati. Non possiamo perciò dire che l’Onu non è stato in grado di gestire la crisi Iraq, ma piuttosto che alcuni stati hanno deciso che la crisi andava affrontata in un contesto esterno, quello del rapporto bilaterale. Ancora una volta si è preferito, davanti ad un problema, non affrontarlo insieme ma separatamente. Qui vedo l’anarchia dei rapporti internazionali. E infatti, quando il problema internazionale richiede unità di visione e unità di decisione, gli stati sfuggono a questo tipo di prospettiva”. Qual è la causa? “L’egoismo dei singoli paesi, e lo si chiama” “interesse nazionale”. E, al momento, per superarlo non basta una certa visione globale delle emergenze. La mancata tutela dell’ambiente, ad esempio, manifesta l’incapacità di giungere a decisioni definitive e attuate. Bisogna riconoscere che affermazioni del tipo “non ricorriamo alla guerra”, o “adoperiamoci per lo sviluppo del mondo” non sono sufficientemente condivise da obbligare un capo di stato a farne obiettivo di politica estera e quindi applicarle sul piano delle relazioni internazionali”. Nobili ideali e tremenda impotenza. Così appare l’Onu, frutto di una splendida utopia maturata dopo il secondo conflitto mondiale: rappresentare tutti i paesi del pianeta cercando di garantirne la pace.Troppo in anticipo sui tempi? “La tremenda impotenza non è dell’Onu, ma dei popoli: è anche la nostra. Sono infatti i popoli che hanno demandato ai loro governi di unirsi – questo è il passaggio fondamentale – in una struttura chiamata Nazioni Unite (non più Società delle Nazioni), dove il concetto di unità è diventato non un riferimento di carattere filosofico o puramente teorico, ma un elemento di carattere politico e giuridico. C’è la necessità di unire le nazioni, non semplicemente di farle coesistere. Dalla coesistenza, perciò, all’unità, non solo della famiglia umana ma anche degli stati nei quali la famiglia umana si struttura”. Con questa guerra, tuttavia, sembra mutata la logica dei rapporti internazionali: non più il concorso di tutti per comporre le controversie e prevenire le minacce sulla base di un diritto internazionale condiviso, ma un destino geopolitico del mondo fondato sulla “pax americana”, che detta il passo a tutti. Professore, vede altre prospettive? “Lungo i secoli ci sono stati tanti momenti in cui è prevalsa una visione unipolare delle relazioni internazionali. Napoleone e la Francia di quel momento, ad esempio, furono una potenza unipolare, ma poi seguì, con la Restaurazione, la frammentazione. Questo ci indica la Storia. E la situazione di oggi presenta un vincolo ulteriore. La “pax americana” non può realizzarsi perché nel mondo i processi sono talmente globali, cioè interdipendenti, che un solo paese non può governare la pace o la non guerra, ma ha bisogno del concorso di altri”. E in effetti gli Usa si muovono attraverso accordi bilaterali, saltando a pie’ pari l’Onu. “Il problema grave è che, dietro gli Usa, quasi tutti gli stati si muovono con la stessa logica. In Iraq non c’è l’interesse di pacificare, ma di controllare. Per cui, la governabilità del mondo viene vista come una presenza nelle diverse aree in base ad accordi di tipo bilaterale al di fuori dell’Onu. Così nessuno deve rispettare la logica delle Nazioni Unite, basata sulla condivisione dei problemi e sul vincolo delle decisioni comuni”. Secondo i consiglieri della Casa Bianca, servono “alleanze fluide e temporanee ” in vista di specifiche missioni. Ma chi garantirà allora la legalità internazionale? “Oggi come domani la legalità può essere assicurata solo dal diritto internazionale: se oggi giudichiamo illegale l’intervento armato e la violazione delle risoluzioni Onu sul disarmo è perché ci sono regole vigenti. Pertanto accordi bilaterali non potranno prescindere da alcuni parametri fondamentali posti dal diritto internazionale “. Il papa continua ad essere un convinto assertore del ruolo insostituibile di un organismo internazionale che rappresenti i paesi del pianeta e ne assicuri pace e sviluppo. È una posizione utopica o profetica? “È la posizione di “operatore di pace”, cioè di colui che sa cosa significhi la pace. Il papa ha detto che in questo momento sono state violate le regole di base, non che le regole non esistono più. In tal senso egli esprime la coscienza dell’umanità. Ecco perché cristiani e non cristiani hanno potuto far riferimento a lui. Giovanni Paolo II pensa alla comunità internazionale come la famiglia dei popoli. Significativo che non abbia insistito su un bisogno di pace, ma sulla necessità di rispettare le regole per avere la pace. Perché il rispetto delle regole comporta non solo il non uso della forza armata, ma anche lo sforzo per eliminare le cause del terrorismo, ha come conseguenza il divieto per un regime o uno stato di finanziare attività terroristiche e comporta l’impegno a rispettare gli obblighi di un certo disarmo. “In lui c’è poi una preoccupazione ulteriore: quella di impedire che un conflitto che vede contrapposte due differenti volontà di potenza si trasformi in uno scontro tra visioni – anche religiose – della vita e della persona in società diverse”. A ridare centralità all’Onu sullo scacchiere mondiale non basta tuttavia l’appoggio convinto del papa. È ormai tardiva una riforma? “Fin dal 1976, si pose mano a una riforma delle Nazioni Unite. L’ultima proposta è del ’97 e affrontava la riforma della struttura dell’Onu, partendo dall’anacronismo del Consiglio di sicurezza. Ma non si è ancora arrivati a nulla. Pesano purtroppo gli interessi dei grandi paesi, che si stanno muovendo per controllare aree del pianeta. Tanto che segnalerei in questa fase un ritorno alla logica delle sfere di influenza. Riemerge la concezione dei rapporti internazionali che segnò il periodo della guerra fredda. E mi preoccupa di più la potenza regionale o sub regionale (dall’India alla Cina) che può sfuggire al controllo multilaterale piuttosto che la grande potenza a livello mondiale costantemente sotto osservazione. Ma resta il fatto che non si può fare a meno dell’Onu. “Serve infatti un consesso in cui siano presenti tutti gli stati, attualmente 192, per prendere maggiore coscienza dei loro reciproci rapporti e affrontare i grandi temi con un’ottica globale. Al riguardo, fanno ben sperare traguardi raggiunti come la Corte penale internazionale, chiamata a giudicare, a livello sovranazionale, coloro che commettono crimini di guerra e contro l’umanità. Una funzione che sembrava impossibile espletare”.

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