Quale normalità dopo il terremoto?

Dopo un sisma aumentano irritabilità, aggressività sociale, maltrattamenti in famiglia e tendenza a scaricare colpe sugli altri, mentre diminuisce la soglia di sopportazione e diventano più instabili le relazioni produttive ed economiche. Ecco perché, oltre ad occuparsi della ricostruzione degli edifici che procede a rilento, bisogna prendersi cura, per bene, delle persone.
Piazza del Duomo a L'Aquila

A Balsorano, nella Marsica, in provincia de L’Aquila, le scuole riapriranno domani. Oggi sono rimaste ancora chiuse per consentire il completamento delle verifiche sugli edifici e anche per paura che si ripetessero altre forti scosse, dopo quella di magnitudo 4.4 di giovedì scorso. Centinaia di terremoti di lieve entità, del resto, stanno continuando a far tremare il Centro Italia e nonostante si tratti di faglie differenti rispetto a quelle del 2016– come ha spiegato all’Ansa Alessandro Amato, sismologo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) –, tra i Comuni interessati ci sono anche Arquata del Tronto, Norcia, Accumoli

Fortunatamente, a parte quelli riportati da qualche vecchio edificio abbandonato, non ci sono stati gravi danni, ma questo non giustifica il disinteresse verso una popolazione a cui, come scrivono in molti sui social network, appena trema la terra, soprattutto se fuori è buio, si stringe il cuore. Si guarda con desolazione quanto ancora resta da ricostruire, si pensa ai propri cari, si ricorda chi non c’è più. Perché dalle ferite lasciate dai terremoti nei cuori della gente è più difficile guarire. Lo ha ribadito di recente il cardinale de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi, nel corso del convegno nazionale “Il terremoto dell’anima, a dieci anni dal 6 aprile 2009”, organizzato a fine ottobre nella sala ipogea del Consiglio regionale d’Abruzzo dall’Arcidiocesi aquilana in collaborazione, tra gli altri, con la Caritas italiana.

terremoto-a-balsorano-in-provincia-de-laquila-abruzzo-foto-ansa«Il “terremoto dell’anima” – ha spiegato l’arcivescovo – si mette in movimento, con la forza sconvolgente di una valanga, quando il sussulto della terra sembra esaurirsi». E purtroppo «gli sciami problematici che si scatenano possono prolungarsi e amplificarsi per decenni, come anche le scienze umane evidenziano». Dopo un terremoto aumentano l’irritabilità, l’aggressività sociale, i maltrattamenti in famiglia, la tendenza a scaricare colpe sugli altri, mentre diminuisce la soglia di sopportazione e diventano più instabili le relazioni produttive ed economiche. La chiusura dei luoghi di ritrovo tradizionali e di culto riduce la percezione della propria identità culturale e il senso di appartenenza, soprattutto tra i giovani, nonché la pratica religiosa, portando ad un generale disorientamento aggregativo. Si ha difficoltà a gestire le contrarietà della vita e a dare un senso alla propria esistenza.

«Alcuni dolori – ha commentato Petrocchi – sono così acuti e profondi, che non possono essere trasmessi “parlando”: forse la loro manifestazione più immediata e intensa è il grido. Quando è impossibile urlare, queste sofferenze restano “mute”: tuttavia il grido non si azzittisce ma diventa “silenzioso”. Tali messaggi, che utilizzano il linguaggio dei sentimenti e dei simboli, adottano una grammatica universale: quella del cuore e delle intuizioni e con questo codice dialogico vanno interpretati». Per aiutare chi ha vissuto un trauma da terremoto, occorre quindi «una “prossimità” samaritana, che sa “prendersi cura” delle “ferite” e delle fragilità che l’altro si porta addosso, assicurando una vicinanza stabile e un amore che sa partecipare».

Il sisma rischia di diventare un “trauma virale” che si tramette alle generazioni successive, non direttamente coinvolte da queste sciagure, attraverso le narrazioni e per “contagio empatico”. Tuttavia, ha affermato il cardinale Petrocchi, «non è corretto pretendere di anestetizzare sempre e comunque il dolore: né in sé stessi e neppure negli altri. C’è una sofferenza che non può essere sradicata, ma deve essere accolta e valorizzata. Chi rifiuta un dolore “inevitabile” soffre due volte: soffre perché soffre; e soffre, ancora di più, perché non vuole soffrire. La sofferenza, per non diventare forza “demolitiva”, deve essere integrata e valorizzata: ma perché questa “operazione” riesca, occorre riconoscerle un significato e tradurla in carità evangelica. Solo così il dolore cambia segno e l’evento negativo si trasforma in una risorsa preziosa».

Nonostante tutto, facendo un bilancio dopo 10 anni da quel doloroso 6 aprile 2009, «L’Aquila esce rafforzata dalla prova del terremoto. La nostra gente è stata duramente colpita, ma non è stata sconfitta; ha sopportato il peso di un patibolo straziante ma non ha abbassato la testa. Testimonia, con fierezza e tenacia, che la vita, ancora una volta, ha la meglio sulla logica della disfatta e della morte».

Resta una ricostruzione da portare avanti, che per essere autentica e permanente, ha sottolineato ancora Petrocchi, «deve essere integrata ed integrale. Integrata, perché la ricostruzione di una città è impresa di popolo. E tutti gli organismi, a livello centrale e periferico, sono chiamati a coordinarsi a servizio del bene comune: che è bene di tutti e di ciascuno. Nessun soggetto istituzionale, da solo, può dichiararsi abile a condurre in porto quest’opera immane. Integrale, perché si tratta non solo di ricostruire le strutture architettoniche, ma anche la comunità civile ed ecclesiale. Per tutti gli aquilani vale il motto: non solo ricostruire, ma ricostruirsi».

Il cardinale ha auspicato il raggiungimento di un accordo tra tutti gli attori istituzionali coinvolti, per individuare le migliori strategie per la popolazione e la città. «Siamo certi – ha concluso Petrocchi – che, dopo il tempo dello smarrimento e del pianto verrà presto la stagione del sorriso e della completa rinascita. È giusto infatti che “l’audacia” degli Aquilani, nel combattere i sismi ricorrenti che si sono abbattuti sulla loro storia, venga premiata con una vittoria piena, su tutti i fronti».

 

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