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Promotori di sviluppo

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“Mamma mia, dammi cento lire, che in America voglio andar…”. Chi di noi non la ricorda? Forse i ventenni, ma già quelli dopo i trenta se non altro l’avranno sentita canticchiare dai genitori. Fa parte del revival dei primi anni del secolo appena trascorso come altre del tipo “Partono i bastimenti”. Non solo canzoni, più o meno belle, più o meno popolari, ma l’espressione di un sentimento diffuso che appena 50 anni dopo abbiamo già in gran parte cancellato dall’album dei ricordi. L’italiano, dall’ultimo ventennio del 1800 fino a qualche decennio fa, era spesso uno che cercava fortuna all’estero, in America soprattutto. “Terra promessa”, simbolo e miraggio al tempo stesso di un benessere che in Italia non c’era e che da quel continente veniva importato. La rinascita del nostro paese passò in gran parte da lì, dai risparmi di quei nostri emigranti che riuscirono a fare fortuna e a rimpatriare con le valigie piene di tutto, anche di soldi. Più di cinque milioni i nostri connazionali che lasciarono la penisola dal 1876 al 1900 e già nei quindici anni successivi raggiunsero quasi i nove milioni per attestarsi, ad oggi, sui 28 milioni (quasi la metà dell’attuale popolazione residente in Italia). Anni di sofferenze, fatiche, illusioni e disillusioni, sacrifici, umiliazioni. Li abbiamo messi in archivio e non li tiriamo fuori neanche adesso che queste scene le riviviamo, sebbene al contrario. Ora che siamo noi l'”America” di tanti albanesi, rumeni, marocchini, tunisini…, la terra promessa dove approdare a rischio della vita stessa. I bastimenti adesso arrivano sulle nostre coste e forse abbiamo fi- nito per abituarci a certe scene disumane di uomini, donne e bambini trasportati come carne da macello. Extracomunitari li abbiamo chiamati, in un’accezione negativa del termine che ce li fa sentire spesso “fuori” dalla comunità. Immigrati, comunque, gente disperata che in patria non sa come fare a tirare avanti la carretta. Hanno cominciato a fare la loro comparsa in Italia verso la metà degli anni Settanta e già venti anni dopo sfioravano le 500 mila unità. Alla fine del Duemila quelli registrati con regolare permesso di soggiorno erano 1.338.153 con un’incidenza sulla nostra popolazione del 2,9 per cento che è comunque inferiore alla media del 5 per cento dell’Unione europea. Su di loro, a torto o a ragione, le notizie negative si sprecano. Ci rubano il lavoro, portano delinquenza e traffici illeciti, rendono insicure le nostre città. Sono le frasi che riempiono le pagine dei giornali. “Sono stati degli albanesi” fu la prima versione di Erika a Novi ligure. E via la caccia allo straniero. Quella che invece le pagine dei giornali non le ha proprio riempite è stata una notizia diffusa dalla Caritas, che ha pubblicato una ricerca sul risparmio degli immigrati. Una notizia che avrebbe tutte le caratteristiche per essere tale: è una novità, è di interesse generale, è di attualità. Ma evidentemente non fa parte della cultura dominante. E la notizia è questa: che gli immigrati sono dei promotori dello sviluppo. Non persone bisognose di assistenza, non presenze da tollerare, non un problema da regolamentare. “Si perde troppo tempo a creare un’idea fosca dell’immigrato – ha affermato il direttore della Caritas mons. Guerino Di Tora – e si trascurano i motivi che consentono di parlare di questo fenomeno come una grande opportunità”. Ammontano infatti a più di 1000 miliardi di lire l’anno i soldi che gli immigrati riescono a mandare nei loro paesi e che, oltre a migliorare il tenore di vita della propria famiglia, servono anche ad avviare attività commerciali creando un circolo virtuoso che può realmente mettere in moto lo sviluppo nazionale. Senza considerare che l’apporto contributivo derivante dalla presenza di immigrati regolari è fonte di ricchezza anche per i paesi ospitanti. L’importo dei 666 mila lavoratori iscritti negli archivi Inps e Inail ha portato nel nostro paese nel 1999 (ultimo anno disponibile alla rilevazione) 2650 miliardi contro i 200 in uscita per prestazioni sociali. Se guardiamo al fatto che la ricchezza media di un abitante del nord del mondo è circa 20 volte superiore a quella di un abitante del sud; che l’85,2 per cento degli abitanti del pianeta usufruisce di appena il 22,5 per cento del prodotto interno lordo (Pil) mondiale; e soprattutto che la consistenza degli aiuti pubblici allo sviluppo raggiunge appena lo 0,3 per cento del Pil dei paesi industrializzati, si capisce subito che il contributo delle rimesse non è di secondaria importanza. Anzi è di gran lunga più efficace e risolutivo. I dati lo confermano (vedi box). Basti pensare inoltre che l’ammontare delle rimesse dei lavoratori migranti a livello mondiale è secondo solo al valore monetario del commercio del petrolio. Un calcolo, questo, che tiene in considerazione esclusivamente la circolazione che avviene per i canali ufficiali. Che secondo gli studiosi registrano non più della metà dei flussi. Non è infatti così spontaneo che gli immigrati ricorrano alle banche, anche perché tra gli istituti creditizi non è ancora così diffusa l’idea di considerare il lavoratore straniero come un normale cliente. “Entrare in banca, lo confesso, è uno dei momenti in cui mi sento integrato con la società italiana”. La dice lunga questa affermazione di Sayed Ryaz del Pakistan, da undici anni in Italia. Il rapporto non è semplice anche per motivi pratici: diversità di lingua e cultura, complessità delle procedure, costo del servizio, carenze bancarie dei paesi di origine che mancano di possibilità tecniche ed elettroniche diffuse in Europa. “Occorre evitare che si crei un’emarginazione finanziaria ” ha evidenziato il dott. Formentin, dirigente della divisione in- ternazionale della Banca Antonveneta, intervenuto al convegno di presentazione del dossier sulle rimesse degli immigrati. “È indispensabile che il cittadino straniero possa trovare in banca una particolare disponibilità d’ascolto – ha proseguito -. Bisogna arrivare ad un rapporto di fiducia. Anche questa è integrazione “. E occasione di sviluppo, aggiungiamo: perché, come lo stesso Formentin ha sottolineato, “le banche dei paesi emergenti acquisiscono nuovi clienti, si costituiscono scorte di valuta estera, intrattengono rapporti con banche europee con la possibilità di acquisire servizi d’eccellenza grazie ad un possibile trasferimento di know-how da parte dei loro partner più attrezzati. Da una iniziale collaborazione si può passare al riconoscimento di una maggiore fiducia creditizia, contribuendo in maniera determinante a una crescente integrazione socioeconomica “. Non è da sottovalutare quindi il ruolo degli immigrati come soggetti imprenditoriali, anche considerando che le ingenti differenze di reddito fra paese di origine e paese ospitante fanno sì che quello che a noi può sembrare un esiguo risparmio, altrove può rappresentare un cospicuo capitale. Ne sa qualcosa Godwin Chuckwu della Nigeria, uno dei tanti. A Roma da 23 anni, ha conseguito due lauree e parla tre lingue. La sua professione è quella di mediatore culturale, promotore cioè della conoscenza reciproca tra culture diverse, attività che svolge presso varie scuole ed enti. Mediamente manda in Nigeria 2 milioni di lire l’anno coi quali alla famiglia è possibile riparare la casa, curarsi, vivere dignitosamente, attrezzarsi per una professione. Immaginarsi poi se un immigrato riuscisse ad ottenere un prestito da una banca. Ma per questo occorrono ancora tanti passi. L’importante è cominciare a farli. Con una buona dose di fiducia reciproca. Confronto delle rimesse degli immigrati (1998) Paesi Rispetto all’aiuto dall’estero al debito estero Giamaica 3 volte 19 per cento Indonesia 8 volte 7 per cento India 5 volte 10,5 per cento Messico 19 volte 4 per cento Sri Lanka 2 volte 12 per cento Sudan 3 volte 4 per cento Tunisia 6 volte 7 per cento Turchia 23 volte 7 per cento

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