Il papa ai rohingya: perdonateci

Bergoglio ha finalmente citato il nome della minoranza etnica definendola addirittura "l'immagine del Dio vivente". Ha poi terminato con parole dure contro il terrorismo e a favore della difesa del creato

«Quanto ha bisogno il mondo di un cuore che batta con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili! Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone del nostro mondo, specialmente i giovani, che a volte si sentono soli e sconcertati nel ricercare il senso della vita!».

Con queste parole papa Francesco ha sintetizzato il senso del suo straordinario viaggio in Bangladesh, nel quale giovedì primo dicembre ha finalmente incontrato e chiamato con il loro nome i rohingya. Anzi, ha fatto di più, li ha definiti pubblicamente “l’immagine del Dio vivente”. Insomma, non certo ha deluso le attese dei profughi in fuga dalle persecuzioni che subiscono in Myanmar. Della situazione drammatica di questa minoranza islamica il papa ha parlato ogni giorno del suo viaggio in Estremo Oriente, ma per non mettere in difficoltà i cattolici birmani (una minoranza dell’1,27%) non ne aveva pronunciato il nome e i media, soprattutto quelli americani e britannici, hanno scritto moltissimo su questo “non detto” del papa, meno su quanto invece diceva e faceva nei diversi luoghi e momenti.

Bangladesh Pope

L’incontro nel giardino dell’arcivescovado di Dacca è stato di parole così attese e di gesti altrettanto importanti: si è aperto con un inchino reciproco tra papa Francesco e i 16 profughi rohingya, 12 uomini e 4 donne. E il papa è tornato poi a inchinarsi più volte mentre essi raccontavano le loro storie, ha dato una pacca sulle spalle a uno dei profughi che più gli aveva parlato, ha tenuto a lungo la mano a un altro più anziano, e poi anche a un giovane, ha sorriso a una ragazza che portava sul capo due veli, uno dei quali era forse un burka che si era sfilata dal viso. Era evidente la grande commozione loro e anche sua. Dopo averli ascoltati, il papa ha detto ancora ai rohingya: «Forse possiamo fare poco per voi, ma la vostra tragedia ha molto spazio nel nostro cuore.

Per quelli che vi hanno fatto male, soprattutto nell’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono!»

«La presenza di Dio − ha poi commentato − oggi si chiama anche rohingya. Ognuno ha la sua risposta. Continuiamo a stare vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti».

Francesco ha anche fatto riferimento al Corano, dicendo: «Una tradizione della vostra religione dice che Dio ha preso dell’acqua e vi ha versato sale, l’anima degli uomini. Non chiudiamo il cuore non guardiamo da un’altra parte. Nella tradizione giudaico-cristiana Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle. Noi tutti portiamo il sale di Dio dentro. Anche questi fratelli e sorelle. Facciamo vedere al mondo cosa fa l’egoismo con l’immagine di Dio. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di accordarci il perdono che chiediamo».

Ai 16 Rohingya, accompagnati dai volontari della Comunità di Sant’Egidio, era stato riservato il posto d’onore nel giardino dell’arcivescovado: hanno seguito l’incontro con i leader religiosi, infatti, alla destra del palco, nella posizione riservata ai vip. Il posto che sarebbe toccato ai vescovi del Bangladesh, i quali tuttavia hanno ricevuto un grande omaggio dal papa che ha premiato con il suo discorso la loro scelta di mettere al primo posto nella pastorale “l’opzione preferenziale per i poveri”. «La Comunità cattolica di questo paese può essere fiera – ha detto Francesco – della sua storia di servizio ai poveri, specialmente nelle zone più remote e nelle comunità tribali; continua questo servizio quotidianamente attraverso il suo apostolato educativo, i suoi ospedali, le cliniche e i centri di salute, e la varietà delle sue opere caritative. Eppure, specie alla luce della presente crisi dei rifugiati, vediamo quanto ancora maggiori siano le necessità da raggiungere!». Il papa ha anche insistito “sull’impegno per la promozione delle donne”. «La gente di questo Paese è nota per il suo amore alla famiglia, per il suo senso di ospitalità, per il rispetto che mostra verso i genitori e i nonni e la cura verso gli anziani, gli infermi e i più indifesi. Questi valori sono confermati ed elevati dal Vangelo di Gesù Cristo. Una speciale espressione di gratitudine è dovuta a tutti coloro che lavorano silenziosamente per sostenere le famiglie cristiane nella loro missione di dare quotidiana testimonianza all’amore riconciliante del Signore e nel far conoscere il suo potere di redenzione».

Netto da parte di Francesco il rifiuto di ogni violenza. «La condanna del terrorismo – ha spiegato – deve unire tutte le religioni. Quando i capi religiosi si pronunciano pubblicamente con una sola voce contro la violenza ammantata di religiosità e cercano di sostituire la cultura del conflitto con la cultura dell’incontro essi attingono alle più profonde radici spirituali delle loro varie tradizioni. Essi provvedono anche un inestimabile servizio per il futuro dei loro Paesi e del nostro mondo insegnando ai giovani la via della giustizia: occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente ricerca del bene». Francesco, infine, ha voluto ricordare le 1129 vittime della tragedia del Ran Plaza, il centro commerciale di 8 piani crollato a Dacca a causa del dissesto idrogeologico delle enormi periferie della Capitale di questo peraltro incantevole Paese.

Francesco ne ha parlato all’incontro con i leader religiosi, nel quale ha affrontato anche il tema della difesa del Creato che deve accomunare le religioni, così come il rifiuto della violenza e del terrorismo.

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