Palmira: la gioia che ci fa giovani

Risale all’8 agosto 2010 il mio incontro con Palmira Frizzera. Avvenne a Montet, tranquilla cittadina della Svizzera francese, dove lei risiedeva dal 1981, anno in cui – da vera pioniera – aveva dato inizio assieme ad Alfredo Zirondoli ad una nuova cittadella dei Focolari.

Di lei sapevo soltanto che era una delle prime compagne di Chiara Lubich, ma niente di più. Palmira mi mise subito a mio agio da persona estremamente comunicativa che, pur narrando episodi lontani nel tempo, grazie anche ad una memoria non affievolita dall’età li riviveva come attuali. Non mi era difficile immaginare la freschezza e vivacità delle sue “lezioni” di spiritualità agli aspiranti al focolare presenti a Montet: giovani di diverse culture, tutti ugualmente presi dall’incanto degli inizi carismatici del Movimento.

In quegli stessi giorni Palmira aveva passato il testimone del governo della cittadella a persona più giovane. Per anni aveva portato avanti, con sapienza e capacità anche pratica, quel compito affidatole da Chiara; ora continuava, attraverso quelle lezioni, il ruolo a lei più congeniale di formatrice delle nuove generazioni a questa nuova spiritualità apparsa nella Chiesa. Mentre me lo annunciava, le brillavano gli occhi: era così felice di ritornare senza incarichi di responsabilità una semplice “popa” (bambina, in dialetto trentino), come ai primordi della sua avventura! Si avvertiva in lei una tale libertà spirituale che ascoltarla era respirare gioia.

Palmira era nata il 9 aprile 1927 a Terlago, paesino di neppure 500 abitanti, tutti contadini, ora zona residenziale di Trento. La sua era una famiglia povera ma tenacemente unita dagli affetti. Dopo la morte del papà a soli 33 anni, mamma Tullia, donna di fede profonda, col duro lavoro nei campi aveva provveduto ai due figli Palmira e Arnaldo, coadiuvata anche da loro (già a sei anni la bambina conduceva la mucca al pascolo). Debiti e fame affrontati dai Frizzera temprarono il carattere di Palmira che venne su forte e decisa. Tant’è che a undici anni, presa dall’idea di consacrarsi a Dio, cominciò a frequentare le Suore di Maria Bambina a Trento e due anni dopo riuscì a farsi ammettere nel loro collegio lombardo di Treviglio, dove frequentò le magistrali mentre la guerra non risparmiava la vicina Milano.

Lo slancio con cui Palmira si preparava al noviziato subì un brusco colpo quando, ormai diciottenne, ebbe le prime avvisaglie di una malattia agli occhi. Tramontava così il suo sogno di diventare suora: venne infatti rimandata a casa. Era l’aprile del 1945 quando col fratello fece un rientro avventuroso in bicicletta. A Terlago, con l’amarezza di aver fallito e indosso il suo eterno abito nero a protezione da quel “mondo” col quale aveva pensato di aver chiuso, Palmira non fece che intristire e deperire. Anche i problemi alla vista, malgrado le cure, si erano aggravati.

Destinata ormai a diventare una “zitella inacidita”, come già si andava mormorando in paese, intravide una luce di speranza grazie all’amicizia di una ragazza in contatto con le prime focolarine di Trento. Durante un colloquio con lei Palmira capì che la sua realizzazione passava attraverso l’attuazione, nel momento presente, di ciò che più sta a cuore a Dio: l’amore del prossimo, nel quale Gesù s’identifica, amore che avrebbe deciso anche dell’esame finale. Fu questo a sbloccarla, a renderla capace di avvicinare chiunque senza più complessi: come segno esteriore di questa rinascita, smise gli abiti da collegiale e vestì come le altre coetanee.

A Margone, il paesello a mille metri dove andò non solo per recuperare la salute, ma anche per insegnare e fare catechismo, Palmira portò una ventata di novità, di vita in quella piccola comunità, attirandosi le simpatie di tutti. Tornò ad essere, con la recuperata salute, la ragazza semplice e vivace di un tempo. Quanto al futuro, ancora nebuloso, sapeva soltanto che non si sentiva fatta per il matrimonio. E questo cercò di far capire a Eugenio, un bravo giovane che la chiedeva in sposa.

Nella primavera del 1947 Palmira, ora ventenne, ricevette l’invito ad un ritiro spirituale presso il “collegetto” dei cappuccini alla periferia di Trento. Intuendo in ciò un segno da parte di Dio, aderì. Lì conobbe Chiara e il primo gruppo di ragazze che andava formandosi attorno a lei. Quell’incontro le cambiò la vita: «Chiara parlava di Dio per esperienza: questo mi colpì. Le cose che diceva erano lei, il suo essere, tutta la sua vita: Dio era davvero il suo Ideale e il Vangelo il suo unico stile di vita. E non era una suora […] capii subito che Chiara sarebbe stata la mia guida e la madre della mia anima».

Di quel ritiro rimase impressa in Palmira una frase: «Chiara aveva parlato di verginità come “pienezza di Dio nell’anima per cui non c’era più posto per il resto”. Non aveva parlato di voti, neppure di consacrazione, né di fuga dal mondo […] Mi parve di intravvedere finalmente la mia vera vocazione che non consisteva più nella scelta di una strada piuttosto che in un’altra; non coincideva più in uno stato di perfezione ma con la Perfezione che era Dio, e siccome Chiara mi aveva fatto capire così bene che Dio è Amore, la mia vocazione sarebbe stata l’Amore. In questa visione sentivo armonioso anche formarmi una famiglia se Dio l’avesse voluto; anche sola nel mondo sarei potuta ora rimanere perché, con Dio Amore, la mia vita sarebbe stata altamente feconda dovunque».

Più tardi, a Trento, Palmira entrò a far parte del primo focolare in piazza Cappuccini, «dove – diceva – ho trovato la fraternità e l’unità. Per cui non ho sentito un grande distacco dai miei, ma che passavo da una realtà di famiglia a un’altra realtà di famiglia. Ciò che mi ha impressionato, vivendo con Chiara, è proprio il fatto che lei non aveva atteggiamenti di capo, era una sorella e noi eravamo sorelle con lei in una maniera soprannaturale, ma che era anche naturale, spontanea… con un “maestro”, una guida che era Gesù in mezzo a noi, lui che vive dove due o più sono uniti nel suo nome».

Questo intenso legame spirituale sarebbe continuato anche dopo la morte della Lubich nel marzo 2008: «Chiara è partita, ma la sua luce, il suo carisma è rimasto. Io la sento così presente perché ciò che ci lega è Dio, non sono i ricordi, le reliquie, le memorie… Devo dire la verità: io mi sento più unita con Chiara in cielo che con altri qui sulla terra». Negli anni seguenti, forte di questa unità e senza nostalgie, Palmira non ha mai fatto mancare ai focolarini una parola saggia, incoraggiandoli a perseguire con creatività, davanti alle sfide attuali della società e della Chiesa, la meta di sempre: contribuire a realizzare il «che tutti siano uno» di Gesù.

Quante volte papa Francesco ha parlato degli anziani come di una «riserva sapienziale del nostro popolo», invitando i giovani a intrattenere un dialogo con loro! Dialogo di cui Palmira è stata un chiaro esempio a Montet sia con i giovani che si formano al Focolare, sia con quelli in visita alla cittadella: gli uni e gli altri, attirati da cosa? Da una giovinezza d’altro tipo che si esprimeva in gioia: come quando, il 9 aprile 2018, nel festeggiare i suoi 91 anni da lei scherzosamente rovesciati in 19 – l’età del suo primo incontro con l’Ideale dell’unità –, Palmira ha confidato: «Oggi però mi sento più giovane di allora, quando ero sotto il peso di tante cose da cambiare intorno a me e prima ancora in me stessa». Valeva sempre, per lei, la scoperta fatta tanti anni prima: «Amare nell’attimo presente, vivere quest’attimo nella gioia che Dio ci dà!».

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