Pace senza confini

33a edizione degli incontri che ogni anno la Comunità di Sant’Egidio realizza «con lo spirito di Assisi», sin dal 1986. Questa volta a Madrid

 

«Tre giorni d’incontro, dialogo e preghiera in cerca della pace», così Tíscar Espigares ha presentato alla stampa la 33a edizione degli incontri internazionali di preghiera per la pace. Fedele alla consegna di Giovanni Paolo nel 1986 – «continuiamo a diffondere il messaggio della pace» –, la Comunità ha finora convocato l’appuntamento in oltre venti città, dentro e fuori l’Italia. Questa volta a Madrid, dal 15 al 17 di settembre. Insieme all’arcidiocesi e al comune di Madrid, l’organizzazione ha concentrato in cinque luoghi ventisette tavole rotonde dai titoli espliciti: “L’Europa è necessaria”, “I bambini vogliono la pace”, “Mediterraneo: la coabitazione è possibile”, “Il razzismo emergente” o “Un secolo asiatico? Il ruolo delle religioni”. Oltre 160 personalità di tutto il mondo si sono succedute nei panel.

 

Domenica 15, nell’auditorio comunale, la sessione inaugurale ha dato il via all’incontro con un panel rivolto ad almeno 2 mila persone riunite. Tre ore di interventi provocatori. Dopo il benvenuto del cardinale Carlos Osoro, arcivescovo di Madrid, e della ministra Margarita Robles, in rappresentanza del governo, tre piatti forti: Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio; Filippo Grandi, Alto commissionato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur); e Jeffrey D. Sachs, della Columbia University, consigliere speciale del Segretario generale dell’Onu.

 

Dovendo inquadrare un evento dal titolo “Pace senza confini”, Riccardi ha voluto chiarire che le frontiere, pur necessarie, tante volte sono pericolose per chi vi si chiude dentro: «Definiscono un’identità, ma possono soffocarla». D’altra parte, la loro funzione di scoraggiare oggi è più che discutibile: «Non fermano le conseguenze delle catastrofi ecologiche», ad esempio. Ricordando Zygmunt Bauman, Riccardi ha affermato che l’umanità globalizzata «cerchiamo di gestirla con mezzi creati dai nostri antenati, con politiche del passato, inadeguate alle dimensioni attuali dei fenomeni», e con ciò «la globalizzazione divide tanto quanto unisce, divide allo stesso tempo che unisce». Ecco perché si dice convinto che «la globalizzazione economica vada accompagnata da una globalizzazione spirituale» se non si vuole che le frontiere si induriscano, come oggi sta succedendo.

 

Filippo Grandi, più discreto, non ha esitato però nel fare una denuncia a proposito delle migrazioni, perché una «certa manipolazione politica» c’è. Si perde troppo tempo per decidere «chi deve occuparsi dell’ultimo contingente salvato nel Mediterraneo»; se questi meccanismi fossero più agili, potremmo dedicarci alle «cose importanti: la disuguaglianza che porta migliaia di persone a trasferirsi dall’America centrale agli Stati Uniti», ad esempio.

 

Il più applaudito è stato Jeffrey D. Sachs, pronto a scaricare la sua artiglieria contro le élite politiche ed economiche. Ha affermato che oggi abbiamo conoscenza e risorse sufficienti per porre fine alla povertà e alla fame, o per garantire che tutti i bambini del pianeta abbiano accesso all’istruzione. Eppure quel che facciamo è minacciare la nostra sopravvivenza col cambio climatico, l’inquinamento… Le guerre, poi, sono causate dall’arroganza dei potenti, le carestie causate dai cambiamenti climatici, le pressioni commerciali… I tanti esempi che ha proposto hanno tenuto il pubblico col fiato sospeso: con la decima parte dell’1% del reddito dei Paesi ricchi se potrebbe assicurare l’istruzione dei 260 milioni di bambini che non possono andare a scuola. «L’interdipendenza ­–afferma­– ci costringe a pensare in un solo mondo con un piano comune».

 

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