Orestiade come grido civile

La trilogia dell’Orestiade si chiude al termine delle due serate con una riflessione che, dalla cavea del teatro greco, si sposta nei gradoni dove siede il pubblico. Illuminata dal riflettore, s’alza una personalità del mondo civile o culturale (alla prima dello spettacolo, ad esempio, il procuratore generale antimafia Pietro Grasso) che legge un brano del saggista George Thomson: …Comincia il regno della giustizia, a sottolineare, coll’istituzione del primo tribunale della storia, il passaggio di Atene alla legalità, e con un rimando all’oggi e in particolare alla Sicilia che vuole affermare la sua voglia di riscatto da ogni tipo di connivenza illegale. È con questa chiave di lettura profondamente attuale, di grido civile e di speranza – seppur con un po’ di retorica -, che il regista Pietro Carriglio (che firma anche scene e costumi) ha costruito le tre tragedie di Eschilo – Agamennone, Coefore, Eumenidi – che formano l’Orestea, ovvero il passaggio dalla barbarie alla civiltà, dalle leggi tribali a quelle civili. Lettura avvalorata dalla traduzione – moderna, immediata e agevole, che sfugge il classicismo del testo senza rinunciare all’intensità poetica – operata da Pier Paolo Pasolini per Vittorio Gassman nel ’60 e ribattezzata Orestiade per la messinscena a Siracusa dove, fino ad oggi, non era più stata rappresentata. Le tematiche dell’Orestea – famiglia, politica e giustizia – hanno uno sviluppo narrativo nelle tre tragedie. In Agamennone il ritorno vittorioso del sovrano, reduce dalla presa di Troia, sarà funestato dalla sua uccisione per mano della moglie Clitennestra che, con la complicità dell’amante Egisto, lava l’onta della morte della figlia Ifigenia sacrificata agli dèi da Agamennone per far spiegare le vele alla flotta achea verso la guerra. Nelle Coefore il ritorno del figlio Oreste dopo anni di assenza, intenzionato a vendicare l’assassinio del padre uccidendo la madre e l’usurpatore Egisto, si chiude con la fuga di Oreste verso Atene, braccato dalle Erinni, le dee della vendetta. Nelle Eumenidi queste si trasformeranno infine in dee benevole dopo che Atena, ascoltata la supplica di Oreste e le accuse delle Erinni, rimette il giudizio ad un tribunale di cittadini, l’Aeropago, e assolvendo il matricida. La scena consiste in un vasto anfiteatro bianco chiuso da un’imponente scalinata praticabile con una parete sottostante di finestre e porte – la reggia degli Atridi – e una torre cilindrica laterale con gradini elicoidali. Ritagliata sul proscenio, la tomba di Agamennone è un rettangolo di terra dove converge il lamento di Elettra e poi la furia vendicatrice di Oreste. Questi, impersonato da un bravissimo e amletico Luca Lazzareschi, regge con autorevolezza la scena, affiancato da una Galatea Ranzi un po’ monocorde, che si moltiplica da Clitennestra a Elettra, fino ad essere l’ombra della prima che compare dal regno dei morti, incitando le Erinni a catturare il figlio matricida. Nel folto stuolo di protagonisti, fra cui Giulio Brogi, Elisabetta Pozzi, Luciano Roman, Maurizio Donadoni, Ilaria Genatiempo – straordinaria Cassandra -, grande prova di compattezza e di energia la regala il Coro nelle Eumenidi, che, fra espressivi movimenti coreografici, diventano inquietanti creature notturne infine rappacificate dopo che è stato attribuito al diritto il compito di risolvere i conflitti.

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