Omaggio alla donna

Breve viaggio nel cinema italiano per raccontare grandi figure femminili, semplici, quotidiane, eroiche. Storie di ieri e di oggi in cui le donne subiscono ancora ingiustizie e disparità

Raccontare la bellezza, la vulnerabilità, la delicatezza e la forza delle donne con i film ha una grande difficoltà: non riuscire a scegliere tra i tanti bei ritratti realizzati in cento e più anni di pellicole. Proviamo allora a restringere il campo, omaggiando le donne con i dipinti a noi più familiari, quelli del cinema italiano di oggi e di ieri. Partiamo dal neorealismo, da quando, cioè, immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, il cinema ha cominciato a raccontare la realtà, dolorosa, della gente comune. Il primo personaggio emozionante è la Pina di Anna Magnani in Roma città aperta, di Roberto Rossellini, 1945: una vedova già madre di un bimbo e pronta a risposarsi con Francesco, antifascista che ospita in casa un uomo di spicco della resistenza romana. Siamo dopo l’8 settembre del ’43, ma gli alleati sono ancora lontani da una Roma occupata dai nazisti. La mattina delle nozze, il palazzo in cui Francesco tiene nascosto il partigiano è circondato dai tedeschi e l’aspirante sposo è caricato sopra un camion, prigioniero. Ecco una delle sequenze più famose della storia del cinema: la Magnani corre verso l’uomo che ama, rimanendo uccisa sotto i colpi di un mitra nazista, davanti agli occhi del figlio. Pina, ispirata alla storia vera di Teresa Gullace (incinta del sesto figlio e uccisa da un soldato nazista nel marzo del ’44) è una donna del popolo, normale, coi piedi nella vita dura, ma non rassegnata, pronta invece a ribellarsi alle ingiustizie e alla mancanza di libertà. Poco dopo, nel 1947, la forza espressiva della Magnani, la sua fisicità aspra e battagliera, viene raccolta da Luigi Zampa per L’onorevole Angelina. Anna è di nuovo una popolana madre e moglie, parla in romanesco e tiene botta ai mille guai del quotidiano. Abita in periferia, a Pietralata, dove le case sono fatiscenti e i terreni sempre a rischio inondazione. Combatte con un carisma che le fa ottenere risultati per se e per le altre donne del quartiere. E allora tutte vogliono che Angelina le rappresenti alla Camera dei Deputati, e lei ci pensa su: assaggia l’idea e si scontra col mondo complesso e contraddittorio della politica, arrivando a concludere di voler tornare ad essere donna di casa a tempo pieno, raccontando così, con un non detto cinematografico, quel 1947 italiano abitato da una mentalità collettiva che concedeva poco spazio alle donne, oltre quello dell’organizzazione familiare.

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Una realtà diversa, ma in fondo non troppo, da quella raccontata in Una giornata particolare di Ettore Scola, 1977, ambientato però a Roma il 6 maggio del 1938, quando Hitler venne in visita nella capitale. È la storia di due emarginati che vivono nello stesso palazzone: lui, Gabriele (Marcello Mastroianni) è escluso perché omosessuale, licenziato dal lavoro in attesa del confino; lei, Antonietta (una grande Sophia Loren) perché è moglie di un marito che la considera quasi esclusivamente come strumento per far figli – ne hanno sei – e per mandare avanti la famiglia, senza farle mai sentire vicinanza e comprensione, senza farla mai sentire veramente donna amata. E allora, mentre tutta la famiglia di Antonietta è andata alla parata per il Fuhrer, e nel palazzo non è rimasto più nessuno, queste solitudini si incontrano e la donna riceve quella delicatezza e quella dolcezza che le mancano, trovando nella fragilità dell’altro la possibilità di sentirsi umanamente viva, oltre il lavoro fisico di ogni giorno per i figli e quel marito che la sera stessa, soddisfatto per la sua giornata particolare, desidera il settimo concepimento. La Loren ci ha regalato personaggi memorabili, a volte solari (la pizzaiola in un episodio di L’oro di Napoli di Vittorio De Sica, del 1954) altre volte più carichi di drammaticità (Filumena Marturano in Matrimonio all’italiana, ancora di De Sica, 1964, dall’opera teatrale di Eduardo De Filippo). Il suo personaggio più doloroso, però, é quello di La ciociara (ancora De Sica, 1960, ma stavolta dal romanzo omonimo di Alberto Moravia). È la storia di una contadina che per sfuggire ai bombardamenti scappa con la figlia dodicenne verso Fondi, patendo fame, paura e miseria. Quando le cose sembrano andare meglio e le due donne possono tornare verso Roma, vengono violentate dai soldati marocchini dell’esercito francese. L’atrocità subita provoca loro ferite profonde, le abbrutisce, rischia di distruggerle ma non lo fa del tutto, e alla distanza, attraverso un pianto liberatorio e la forza del rapporto che passa tra una madre ed una figlia, troveranno la capacità di andare avanti, in qualche modo, nonostante la barbarie della guerra che rende le donne facilmente vittime dell’inabissamento morale collettivo. Non che con la fine del conflitto sia diventato per loro tutto facile, anzi, anche nel dopoguerra il cinema italiano ha offerto ritratti di donne in difficoltà, non ascoltate, non rispettate, lasciate sole e sfruttate. Già Fellini negli anni ’50 ha costruito un paio di capolavori al femminile pennellando donne fragili e poetiche, angeli nel fango di una società di lupi affamati. La Gelsomina di La strada, 1954, e la Cabiria di Le notti di Cabiria, 1957 – tutte di Giulietta Masina – sono creature dolci e innamorate della vita, nonostante tante avversità e sconfitte, tante delusioni e colpi inferti da uomini egoisti e violenti. La società del benessere e dello spettacolo del decennio successivo non risolve il problema: lo dice Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, 1964, con una bellissima Stefania Sandrelli nei panni di una ragazza semplice, ingenua, di famiglia contadina. Una sognatrice confusa, abbagliata dalle luci della città e dalle promesse facili del cinema. Tutti la usano e la gettano, nessuno comprende che dentro quel viso e quel corpo seducente vive una giovane desiderosa di aiuto, di rapporti umani veri, di qualcuno che le spieghi le trappole in cui sta cadendo. Le cose andranno male, nessuno si prenderà cura del dolore di quella ragazza poco consapevole della propria condizione, meno cosciente della crisi rispetto alle donne dei primi anni sessanta di Antonioni (L’Avventura, La notte, L’eclissi, Deserto Rosso) tutte alle prese con un’insoddisfazione esistenziale non supportata da relazioni umane forti, incapaci di combattere il loro smarrimento davanti ad una società del tutto nuova, senza più punti di riferimento sicuri.

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È spesso Monica Vitti il volto di questi personaggi, prima che lasci esplodere la sua natura comica nel 1968 con il gioiello di La ragazza con la pistola, il film di Mario Monicelli che con leggerezza parla di una donna non più disposta a farsi schiacciare dai soprusi del maschio, con gli occhi aperti sul futuro e su se stessa.

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È un film, La ragazza con la pistola, in cui una donna prende con forza il volante della commedia all’italiana, e da qui derivano perle al femminile come Speriamo che sia femmina (sempre Monicelli, 1986) e più tardi Caterina va in città, Tutta la vita davanti, La prima cosa bella e La pazza gioia, tutti di Paolo Virzì, maestro nel tratteggiare personaggi femminili intensi e commoventi, di una bellezza limpida seppure intrisa di errori, di cadute e colpi bassi sferrati ancora una volta da una società irrispettosa della loro delicatezza, nel privato e nel pubblico, in quel mondo del lavoro, per esempio, raccontato bene in film come Mi piace lavorare (Mobbing) di Francesca Comencini, 2003 – con Nicoletta Braschi – o Scusate se esisto di Riccardo Milani, 2014, con Paola Cortellesi. Film di un presente in cui le donne subiscono ancora ingiustizie e disparità.

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