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Nuova fioritura nel deserto

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M’aspettavo un romantico oceano di sabbia, ondulato da dune. Come nei film, alla Lawrence d’Arabia. No: il deserto orientale che s’estende a sud del Cairo verso il mar Rosso è un groviglio montuoso, scostante, un brullo intreccio d’alture riarse e pendii scoscesi, che s’inerpicano e s’affossano, un po’ ti confondono e un po’ t’intontiscono con le loro trame monotone e indecifrabili. Fascino e terrore si mescolano nel deserto; dove le voci si fanno silenzi e la natura morte. Là, fra quelle rocce, sul pendio del monte Colzim, mille e settecento anni fa o giù di lì, andò a vivere da solo un egiziano. Un tale Antonio, figlio d’agiati agricoltori cristiani, di quella che è l’odierna città di Qumans. S’era all’epoca esaltante e crudele dell’impero romano. La giovane ed effervescente Chiesa in Egitto – stella della nascente cristianità che brillava con gioielli come Atanasio e Cirillo – subì in quei tempi feroci persecuzioni. Le quali lasciarono ferite tanto profonde che gli egiziani datarono il loro calendario a partire dai martiri di quell’epoca: facendo coincidere il loro primo Anno Martyri con la salita al trono di Diocleziano. Che cosa andava a fare Antonio in una grotta del deserto? Certo non immaginava che la sua vita avrebbe fatto notizia.Non pensava che il suo esempio – la sua umile preghiera, il ruminare la Scrittura imparata a memoria, il lavoro manuale per mantenersi e per fare elemosina ai poveri, ora et labora – avrebbe scintillato come faro ad illuminare la cultura d’una buia Europa. Non avrebbe mai creduto che, sulla sua scia, 5 mila anacoreti si sarebbero radunati a vivere ai piedi della sua grotta. Per fare come lui. Per essere come lui, fiori nel deserto. Dopo la sua morte, avvenuta alla veneranda età di 105 anni, poco più in là, a due chilometri a sud della sua spelonca, fu fondato il monastero detto Deir Amba Antonius. Sembra incredibile. Ma dopo vicissitudini di secoli, all’inizio degli anni Settanta erano rimasti quattro anziani monaci ad occuparsi come potevano della fatiscente struttura. Oggi invece il mona- stero ospita più di ottanta monaci, in una vera e propria rifioritura del monachesimo del deserto. Tutto questo anche per merito del patriarca copto ortodosso, papa Sheouda III che, dalla sua elezione, ha dato inizio ad una poderosa rinascita di tutti i monasteri egiziani, che ora contano molti novizi. Gli uomini che in questi anni hanno sentito e aderito alla vocazione monastica, sono in genere persone colte, preparate, molti di essi sono laureati. Indossano il saio nero e quel particolare copricapo cucito a metà, a ricordo della lotta di Antonio col demonio che glielo voleva strappare. Vivono appartati, ma non disdegnano d’accogliere i sempre più numerosi visitatori, di parlare della loro vita e di mostrare con orgoglio e devozione i più di 1700 preziosi manoscritti antichi della biblioteca e quegli autentici capolavori artistici che sono la pitture murali che ricoprono l’antica chiesa con la tomba del santo. Anche la cella di Antonio, sulle cui pareti sono incisi preziosi graffiti medievali, è ancora intatta: ma per raggiungerla bisogna inerpicarsi su un disagevole sentiero fatto di ben 1158 scalini di legno. Cosa che può scoraggiare, specialmente quando il sole del deserto picchia senza remissione; anche se, una volta compiuta la fatica, si è ripagati da una vista spettacolare delle montagne attorno e del Mar Rosso in lontananza. Un percorso, quella salita, che dice qualcosa della fibra di Antonio. Il quale, secondo gli agiografi, all’età di novant’anni affrontò a piedi un viaggio di novanta chilometri fra quegli aridi e contorti dirupi desertici, per dare sepoltura all’amico Paolo, come lui eremita, che viveva in una grotta difficil- mente raggiungibile. Oggi atletici amanti dell’avventura o di vacanze un po’ particolari accettano la sfida del venerabile vecchietto e percorrono – con tanto di attrezzature sofisticate e mezzi per il bivacco notturno – quella distanza in due giorni di cammino. Ma evidentemente Antonio aveva un’altra marcia. Certamente – ci dice uno di loro – la società è cambiata e non è più possibile essere autosufficienti dentro il monastero. Inoltre i pericoli non sono più eliminati dalle mura, poiché i mezzi di comunicazione – Internet, i cellulari, la televisione, i giornali – portano il mondo nella tua cella, pur nel deserto. Oggi perciò si richiede una maturità spirituale maggiore da parte di ogni monaco, per distinguere il necessario dal superfluo che si deve evitare. Ma che cosa porta i visitatori nel deserto, a Deir Amba Antonius e ad altri monasteri? Solo la curiosità per una forma di vita così particolare? Così sorprendente in un tempo, come il nostro, che propina ben altri modelli e valori; e in una società, come quella islamica egiziana che, nonostante una tolleranza di facciata, spesso non è affatto tenera verso i concittadini copti. Forse… la curiosità.Ma quando si è lì, in quel monastero che sembra un pò un fortino, con le sue pareti e torrette color sabbia come il deserto tutt’attorno, in quella pace intensa e infuocata – così diversa da quella collinare e ombrosa dei monasteri europei – quando si è lì, qualcosa s’attacca all’anima. E sembra di comprendere, senza neppur parlare con i monaci, qualche cosa del motivo che li ha portati lì; a condurre una vita di contemplazione spirituale, così dirompentemente diversa da quella proposta dei modelli da cui siamo bombardati. È indubbiamente una scelta che s’innesta su quella antica di Antonio, che non s’era allontanato per sfuggire agli altri e per rifugiarsi in sé stesso, ma per cercare Dio. Antonio dopo aver affrontato sé stesso – dopo essersi confrontato con il suo inconscio, diremo noi; o dopo aver combattuto contro i propri demoni, avrebbe detto Atanasio – arrivò a quella rara conquista che è la conoscenza di sé stesso, l’unità del cuore. E, forse per questo, divenne maestro di quella rarissima arte, dono dello spirito, che è il discernimento. Cioè la capacità di distinguere il bene dal male. Per raggiungere questa condizione, insegnava Antonio, è necessaria un’estrema attenzione, affrontare ogni pensiero e chiedergli: Sei dei nostri o degli avversari?. Il discernimento è una virtù oggi quanto mai rara. Anzi pure vilipesa; quando tante energie vengono impegnate nello sforzo opposto, tendente a mistificare, a confondere il confine tra bene e male, pur appellandosi ai più nobili ideali, alla inviolabilità delle coscienze. Ma Antonio sapeva riconoscere le frottole dal vero, senza ingannarsi. Non ci sarebbe cascato, e ci invita a non cascarci neppure noi. Ed è questo il motivo che nuovamente attrae nel deserto vocazioni di monaci copti. E che attrae i curiosi visitatori, stufi dei continui inganni propinati da tv, mode, politici e da tanta presunta cultura. Un desiderio profondo, universale. Il desiderio della pace del cuore, che solo la verità sa dare. Una verità che pare brillare ancora di più nella tagliente imperturbabilità del deserto. LA CHIESA COPTA Copto è il nome dato dagli arabi a chi abitava l’Egitto: è quindi sinonimo di egiziano. Dopo il Concilio di Calcedonia (451), che non fu accettato dalla maggior parte dei vescovi egiziani, i cristiani in Egitto si divisero in due gruppi: chi era in comunione con la Chiesa di Roma e Costantinopoli e chi no. Questa parte della Chiesa egiziana col tempo si rese autonoma e formò quella che oggi si chiama Chiesa copta ortodossa. L’altra parte, dopo varie vicende, formò quella che oggi è chiamata Chiesa copta cattolica. Ambedue le chiese hanno un Patriarcato con sede ad Alessandria. Alla guida della chiesa copta ortodossa dal 1971 c’è papa Sheouda III. Papa viene dal greco papas (padre) che era il titolo riferito a tutti i sacerdoti. Nella Chiesa in Occidente ora è esclusivamente usato per il vescovo di Roma, in Oriente per il vescovo di Alessandria. Oggi i cristiani in Egitto rappresentano poco meno del 10 per cento della popolazione; la maggior parte di essi è copta ortodossa.

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