Notiziole dalla Siria

Un breve viaggio dalle parti di Laodicea, Homs e Aleppo offre lo spunto per raccontare cose conosciute e meno conosciute di un Paese che da otto anni conosce una delle guerre più “strane” degli ultimi decenni
AP Photo/Sergei Grits

Tre giorni in Siria per dare dei corsi universitari a una trentina di giovani del posto, un’occasione per conoscere e riconoscere la grandezza di un popolo e di coloro che stanno sopravvivendo a una guerra che da otto anni sta sconvolgendo un Paese che, prima del conflitto, aveva – come tutti sanno – grossissimi problemi politici, ma che godeva di una prosperità economica indubbia nella regione. Oggi il Paese è prostrato e deve fare i conti con la consuete, dure realtà delle conseguenze dei conflitti bellici.

Tali conseguenze sono di diverso ordine: economiche (l’economia bellica non pensa alla povera gente ma alle armi e profitta ai guadagni facili della gente senza scrupolo), psicologiche (è difficile trovare una persona che non abbia qualche trauma, qualche perdita umana, se non altro qualche paura inveterata), sociali (quante famiglie smembrate, quante separazioni forzate, quante crisi coniugali, quanta distruzione del tessuto della cittadinanza), e ovviamente politiche (attualmente nei territori che nel 2011 erano siriani vi sono praticamente tutte le grandi potenze mondiali e regionali, in un sovrapporsi di conflitti, almeno sette, che configurano una guerra mondiale in miniatura, con il piccolo dettaglio che i siriani sono gente in carne ed ossa, non lillipuziani, non formiche, non numeri).

Già qualsiasi tragitto è un’avventura, in Siria, perché la rete viaria è sotto lo stretto controllo dell’esercito, che logicamente controlla tutto. Tra Laodicea e Aleppo, ad esempio, sono una trentina i posti di blocco da superare. Con l’aggravante che spesso i soldati, per arrotondare il magro salario statale che ricevono, cercano di trarre qualche profitto delle posizioni acquisite approfittando, per usare un eufemismo, della generosità degli autisti. Non si tratta tecnicamente di corruzione, ma delle conseguenze di un’economia della sopravvivenza che emerge ogni qual volta la guerra sconvolge le tradizionali forme di convivenza civile.

Ho rivisto Aleppo dopo un anno. Non ho scorto granché di cambiato, salvo forse qualche maceria rimossa e qualche insegna ridipinta, un monumento qua e là ristrutturato, piccoli segni di una rinascita che stenta a prendere la velocità di una “ricostruzione”. Non ci sono ancora i negozietti cinesi, un indice importante ormai in tutto il mondo, che fa pensare che la guerra non sia ancora finita del tutto. Anche perché da Aleppo si spara. È vero, ormai sono rarissimi i colpi di mortaio che colpiscono la città – due o tre nell’anno –, ma l’esercito regolare dalle sue basi alla periferia della città continua a lanciare colpi d’artiglieria contro le sacche di resistenza dei ribelli o terroristi (dipende dai punti di vista): in un’ora notturna d’insonnia ho contato 54 deflagrazioni. L’obiettivo è ad appena 30 chilometri dal centro città.

Idlib è appunto l’ultimo, grande obiettivo dei regolari supportati dai russi e, in misura minore, da iraniani ed alleati vari, mentre i turchi, impegnati principalmente nella loro guerra senza quartiere contro i curdi, non si sa bene che gioco giochino, il che non è proprio una novità nella regione. Se è chiaro da che parte stanno gli iraniani o i sauditi, non altrettanto di può dire di Ankara, che gioca su diversi fronti con una potenza camaleontica impressionante.

Ad Idlib, come ad Afrin e a Jerablus, tre città del nord della Siria al confine con la Turchia, quindi nella zona curda del Rojava, la guerra è violentissima e, parole delle Nazioni Unite di due giorni fa, si rischia una catastrofe umanitaria gravissima, con circa un milione e più di potenziali profughi.

Il fatto è che, per liberare le sacche di resistenza esistenti in tutto il Paese, i russi hanno fatto negli ultimi due anni il “lavoro sporco” che i siriani di Assad non potevano fare, stipulando degli accordi con le varie fazioni in lotta contro il regime siriano per trasferire i “ribelli-terroristi” (la galassia delle formazioni ancora in lotta è tale che si mescolano elementi di sincera rivolta contro il regime di Assad a vere e proprie formazioni jihadiste, oltre a residui delle milizie del Daesh e schegge impazzite al soldo di chissà quale servizio segreto) dalle “sacche di resistenza” del Ghouta, di Deir el Zor, di Raqqa, di Hama, di Dar’a… verso le tre città del nord. Dove si incontrano ceceni, afghani, uzbeki, foreign fighter europei…

Io stesso lo scorso anno, avevo osservato coi miei occhi una colonna di un’ottantina di bus che trasportavano alcune migliaia di ribelli con le loro armi leggere (niente armi pesanti secondo gli accordi), con le loro famiglie di solito assai numerose, da Douma, vicino a Damasco, verso Jerablus. Si calcola che oggi tra 70 mila e 120 mila di questi ribelli-terroristi siano “in prigione” nella regione, ma con l’effetto di “imprigionare” soprattutto coloro che abitano la zona, curdi in particolare, rendendogli la vita impossibile e spesso costringendoli a fuggire.

E poi ci sono gli interventi stranieri. Lo scorso anno, durante il mio soggiorno, gli Stati Uniti, la Francia e i loro alleati avevano lanciato una dozzina di missili contro obiettivi mirati in seguito all’accusa rivolta ad Assad di avere usato armi chimiche per stanare i ribelli di Douma. Qualche centro di ricerca era stato distrutto, nessun morto. Mentre quest’anno, proprio durante il mio soggiorno, dei raid dei caccia israeliani hanno fatto 15 morti, tra cui 6 civili, in una serie di attacchi contro presunte posizione degli Hezbhollah libanesi tra Damasco e Homs, nell’ovest del Paese. Un razzo di fabbricazione russo dell’esercito siriano è “atterrato”, anzi è esploso in volo al di sopra di Ciro Nord, avendo mancato l’obiettivo.

Ma la gente va avanti, ed è questo il miracolo siriano. La gente normale, non i soldati, non gli operatori umanitari, non chi pesca nel torbido. La gente. Semplice gente. Uomini e donne e bambini e anziani e i giovani rimasti in patria. Ad Aleppo non ci si accorge nemmeno più dei tiri di artiglieria serali o notturni. Ad Homs non si commenta più di tanto il raid notturno degli aerei di Gerusalemme.

Nei castelli dei crociati verso la costa riprendono i viaggi turistici locali e stranieri, seppur col contagocce. Il fatto è che la gente che ancora è rimasta in Siria (circa l’80 per cento della popolazione precedente al 2011) ormai alla guerra si è assuefatta e tira innanzi nonostante tutto e vuol riprendere almeno a illudersi di avere una vita di nuovo normale. Lo evidenzia persino con una certa “ansia di divertimento” che si manifesta non appena c’è un matrimonio, un compleanno, un anniversario di laurea… Ogni occasione è buona per dimenticare e continuare a vivere. Anche il tasso di natalità sta aumentando di nuovo. La Siria ha bisogno di normalità. E di autodeterminazione, sotto lo sguardo necessario (ma solo lo sguardo, non le armi) della comunità internazionale.

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