Nerone

Esistesse una Fondazione Nerone avrebbe certamente finanziato con generosità la miniserie andata in onda su Raiuno. Nessuno fino ad oggi si era spinto così avanti nella riabilitazione morale di un imperatore condannato prima da Tacito e poi dal tribunale della storia. Lo avevamo lasciato dissoluto e oversize, in festa ogni giorno mentre il popolo ha fame, dedito alle peggiori nefandezze, con la cetra in mano e gli occhi luciferini di Klaus Maria Brandauer in Quo Vadis?, gaudente nell’appiccare il grande incendio che distrugge Roma e rende la vita infernale ai cristiani. Dopo anni di sussidiari, interrogazioni e manuali di storia ce lo siamo improvvisamente ritrovato simile a Jim Morrison dei Doors (il volto di Hans Matheson), animato dagli ideali di un no global ante litteram che rifiuta il potere, sta dalle parte degli ultimi, professa peace & love, giustizia e bontà, ama una schiava, adora il teatro e la musica, è un fan di Omero, è amico dei primi cristiani. Senza contare che le fiamme che distrussero Roma nel 64 dopo Cristo non fu lui ad appiccarle, figuriamoci. L’impatto della produzione Lux Vide è forte, lo shock c’è, sembra di rivivere il giorno in cui da bambino ti rivelano che Babbo Natale più banalmente fa spese al supermercato sotto casa e assomiglia molto al tuo papà. In realtà il Nerone politicamente corretto non è un’invenzione di sceneggiatura. È frutto dei più recenti studi storiografici che hanno revisionato il ritratto che tutti abbiamo metabolizzato del folle tiranno, mostro o macchietta a seconda dei casi. Ma il figlio di Agrippina versione 2004, bravo ragazzo rovinato dalle donne, ha anche una sua ragione drammaturgica. Il centro del film è lo spunto melodrammatico, comune a molte soap opera contemporanee: tutto ruota attorno al tema dell’amore contrastato. Quello di Nerone per la schiava Atte, fiamma di gioventù che una volta imperatore non può più sposare, ma che alla fine, diventata cristiana, forgiata dagli insegnamenti di Paolo di Tarso, sarà l’unica a preoccuparsi di dare degna sepoltura al corpo del suo amato dopo il suicidio. E quello di Ottavia, promessa sposa, che ama Nerone ma non è ricambiata (guarda caso interpretata da Vittoria Puccini reduce dal successo di Elisa di Rivombrosa, altro fortunato fogliettone in costume). Poi c’è il grillo parlante Seneca (Mattias Habish), una attualissima e magnetica dark lady Agrippina (Laura Morante), un inedito Claudio (Massimo Dapporto) e un ottimo duro (Tigellino), Mario Opinato. E su tutto la folgorante bellezza della Roma ricostruita in Tunisia su una superficie di 5 mila metri quadrati, già set di Augusto, e prossimamente di Tito. Il film sembra assecondare il gusto e le aspettative del pubblico contemporaneo: un po’ di storia di Roma per seguire la peplum- mania, una spruzzata di love story per star dietro al successo delle telenovele, una manciata di follia omicida che fa tanto serial killer e thriller psicologico. Ma al di là della ricetta à la page e delle possibili licenze poetiche, Nerone resta un grande spettacolo, anche da esportazione, capace di riavvicinare anche i più giovani alla storia, stuzzicati magari dalla curiosità di verificare quanto di vero ci sia nella ricostruzione televisiva. :

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