Myanmar, la rivoluzione 22222

Il 22 febbraio 2021 ha segnato una data importante per la protesta civile in corso in Myanmar (ex Birmania): milioni di persone nelle strade di tutto il Paese hanno manifestato contro il regime.
Myanmar, (AP Photo)

Myanmar. Perchè un nome così particolare: spring revolution 22222? Il numero sta per 22 febbraio e rimanda immediatamente alla rivoluzione chiamata 8888, quella dell’8 agosto 1988: una rivoluzione pacifica che fu repressa nel sangue.

E non si saprà mai quante persone furono ferite e uccise. I cadaveri vennero caricati sui camion diretti ai forni crematori dei templi buddhisti, per farli sparire. La repressione da parte del governo militare dopo la 8888 fu tremenda, e durò fino al 2011, spingendo centinaia di migliaia di giovani e di famiglie a riparare in Thailandia. L’esodo si sviluppò lungo una linea di confine lunga circa 700 km, da Chiang Mai, all’estremo nord, fino all’ovest del Paese, a Kanchanaburi.

Una “linea di dolore” ma al tempo stesso di accoglienza e di solidarietà straorinarie, e di esempio per il mondo intero: la Thailandia, grazie al suo spirito di tolleranza ed accoglienza, e soprattuto per il suo eccezionale re Rama IX, Bhumibol Adulyadej, accolse tutti coloro che fuggivano dalla repressione, istituendo, sotto il patrocino delle Nazioni unite, ben 9 campi profughi ufficiali lungo il confine con il Myanmar.

Un gesto importante, un segno della grandezza d’animo nei confronti dei nemici storici, nel 1767 i birmani distrussero l’antica capitale thailandese di Ayuttaya. Dalla dolorosa data dell’8 agosto 1988 ad oggi, sono passati centinia di migliaia di birmani (di varie etnie) in questi campi al confine (e di cui Città nuova ha più volte scritto), e a tutt’oggi le stime ufficiali registrano nei campi la presenza di 97 mila birmani in attesa di emigrare verso altri paesi oppure di rimpatriare (desiderio sempre meno presente, a dire il vero!). Le cifre delle Ong raccontano che sono circa 1 milione i birmani che vivono nell’area della grande Bangkok, affamata di mano d’opera a basso costo per le industrie: in tutta la Thailandia i birmani sono le maestranze più operose e fedeli. I giovani ventenni di oggi che protestano per le strade di Yangon e di Mandalay, non hanno conosciuto di persona i fatti di quei giorni: ma molti testimoni sono ancora vivi e tutti sanno cosa accadde nel 1988.

Poi, a partire dal 2015 il Myanmar ha assaporato ‘la democrazia’ con un governo scelto dal popolo. E con le forze armate, il Tatmadaw, onnipresenti ma abbastanza tolleranti. Tutto questo fino a novembre 2020, quando i militari si sono visti accantonati dalla gente con la vittoria schiacciante (368 seggi su 434) della Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi.
Poi, il 1° febbraio, il giorno di inizio del nuovo Parlamento, il durissimo colpo di stato dei militari. La gente non accetta questo ennesimo arbitrio.

E lo spirito di coesione sta pervadendo tutto il Paese: sembra, come affermano molti analisti della regione, che non ci siano più kachin, karen, hakka, ecc. Le etnie sembrano confluite in un unico popolo, tutti si sento fratelli di un’unica famiglia e lottano pacificamente, senza violenza, per le strade delle città del Myanmar. Hanno adottato un servizio d’ordine eccezionale, tanto che, per fare un esempio, dopo ogni manifestazione le strade sono pulite e senza alcuna sporcizia.

Sono ordinati, usano un linguaggio moderato, non violento, e lottano insieme, aiutandosi nei momenti più pericolosi, cioè quando la polizia spara, oppure di notte quando la connessione internet viene tagliata e la polizia irrompe nelle case. Buddhisti, cristiani e musulmani si aiutano e si proteggono a vicenda. Le testimonianze sono numerose sui social, anche di preti, vescovi, suore e semplici fedeli che pregano, che postano foto con le tre dita in segno di non accettazione del colpo di stato. Anche molti cattolici sono per le strade, composti, con i propri cartelli e scritte che riportano frasi della Fratelli tutti di papa Francesco: Peace is the process of Justice.

La pressione internazionale monta, giorno dopo giorno, contro i militari. Ma c’è anche una dichiarazione molto puntuale dell’Ambasciatore cinese in Myanmar che parla di disappunto del Governo cinese: “Quello che sta accadendo non è ciò che la Cina auspica in Myanmar”. Strano e sconcertante: ma la Cina non appoggiava i militari golpisti?

Secondo molti qui, più che in Cina i sostenitori dei militari birmani andrebbero cercati a Singapore, dove si trovano i banchieri del regime e, naturalmente, i primi investitori in Myanmar. Da decenni amici e brokers delle aziende che nella città stato di Singapore fanno capo ai generali birmani e ai loro portaborse, si sono arricchiti.

Sarebbe a Singapore che i generali vanno a farsi curare, lì studiano i loro nipoti, lì tengono i loro conti bancari segreti e fanno accordi con multinazionali occidentali. Molte aziende che guadagnano con il commercio di legno, giada, petrolio e gas birmani hanno sede a Singapore più che in Cina. Ufficialmente, poi, il ministro degli esteri di Singapore ha lanciato un avvertimento ai generali, di non usare la forza contro i manifestanti. Speriamo!
Ma i milioni che sostengono la rivoluzione 2222 riusciranno ad ottenere la liberazione di Aung Sang Suu Kyi e delle migliaia di persone già in carcere? E chi potrà fermare le armi? Certamente molto può fare un’opinione pubblica internazionale di condanna del golpe. La scusa che si tratta di affari interni al Paese non regge più. Quello che accade e accadrà a Yangon non riguarda solo i birmani ed è responsabilità di tutti: cinesi e russi, statunitensi e perfino italiani. Tutti noi. #SaveMyanmar

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