Meno consacrati in Italia, ridisegnare una presenza

Molteplici gli ambiti per “ridisegnare” la presenza della vita consacrata: un cantiere aperto nel quale il progettista è lo Spirito. Mantenersi fedeli al “disegno”, sapendo ascoltare e riconoscere i segni dei tempi. Dati e riflessioni di un sociologo.
La vita consacrata in Italia è una presenza che ha plasmato in profondità la sensibilità religiosa, la vita culturale e civile del paese. Basta una breve camminata in borghi e città italiane per imbattersi in conventi, monasteri, chiese che visivamente attestano stratificazioni di presenze multiple e diffuse. Eppure per la gran parte queste testimonianze sono oggi contenitori di realtà ben diverse da quelle per le quali furono progettate e costruite. La memoria storica ci attesta allora una verità semplice ed ovvia, anche se spesso la si dimentica: mentre la vita consacrata permane nella Chiesa come intuizione carismatica di sequela del Signore Gesù, conosce nelle sue forme istituzionali nascite, crescite e declini[1].

 

 

 

Declino e crescita

 

La vita religiosa italiana ha vissuto, dalla fine del settecento ad oggi, due fasi di declino numerico, seguite da periodi di espansione: dapprima la soppressione napoleonica e la restaurazione poi la soppressione post-unitaria e la successiva ripresa vocazionale e istituzionale. Nel 1861 la vita consacrata sembrava avere ormai i giorni contati: tra il 1861 ed il 1871 i religiosi passarono da 30632 a 9163 e le religiose, per la quasi totalità monache, da 42664 a 29708, un calo che continuò nel decennio seguente.

Eppure è in questi stessi anni che dal basso, dalle parrocchie, nel microcosmo delle diverse realtà diocesane germoglia in modo silenzioso un nuovo modello di vita religiosa. Al femminile essa sarà molto diversa da quella claustrale sino ad allora dominante, ma anche al maschile avrà una sua propria fisionomia data da un robusto impegno caritativo. Nasceranno così opere che attestano una vita consacrata sensibile alle nuove problematiche indotte dalla incipiente industrializzazione e ne verrà un’immagine sociale dei religiosi e delle religiose molto diversa da quella che nei secoli si era fino ad allora sedimentata.

 

Con le nuove congregazioni prende avvio un ciclo di crescita che vedrà una notevole vitalità vocazionale, in particolare tra gli istituti femminili, e ciò permetterà di realizzare sul territorio una fitta rete di comunità. Nel 1971 i religiosi sono 29184 e le religiose 154790. È una vita consacrata che potrà contare su crescenti apporti di nuove energie tali da permettere un forte e creativo impegno apostolico in aree quali l’evangelizzazione, l’assistenza caritativa, la formazione giovanile, la trasmissione della fede alla nuove generazioni.

 

Dagli anni ’60 in poi

 

La fase di espansione rallenta verso gli anni sessanta del secolo scorso, in concomitanza con un ciclo di trasformazioni profonde della società italiana che si avvia ad essere sempre più secolarizzata e religiosamente individualistica. Le vocazioni iniziano a diminuire, tra l’altro anche per il persistente calo demografico, e ad un certo punto ci si accorge che i funerali superano ormai stabilmente le nuove professioni. Rispetto al 1971 nel 2008 i religiosi sono 19709 (- 9475) e le religiose 95011 (- 59779).

Dopo decenni nei quali si era ragionato di nuove fondazioni, di opere da costruire, di impegni pastorali da assumere ci si rende conto, dapprima con stupore poi con incredulità, infine con preoccupazione, che si diviene sempre di meno e inevitabilmente più vecchi. Di giovani se ne vedono pochi, e quei pochi paiono tanto problematici. I noviziati sono vuoti e spesso li si ricicla in più utili infermerie per anziani o in case di accoglienza. Si percepisce che un ciclo della vita consacrata italiana sta finendo, per quanto non vi sia ostilità sociale o persecuzione politica. Anzi c’è stima ed apprezzamento per le attività che “frati” e “suore” tengono in piedi spesso con personale abnegazione. Ne è prova il dispiacere con il quale si accoglie la notizia che un’opera o una comunità verrà chiusa.

 

Alle spalle le file si assottigliano ed il grosso di confratelli e consorelle è davanti, ma sono truppe che hanno già dato con generosità ed avvertono sempre più il peso degli anni. Non si tratta solo di una questione di età, anche se questa ha un suo peso nel rendere comprensibile l’affaticamento, ma c’è una ragione più profonda. È la fatica a tenere viva la motivazione spirituale, quando la prova da attraversare è quella della notte nella quale si buttano reti e nulla si pesca. Per sostenerla è necessario ritornare all’essenziale, al momento fondante la vocazione, al tempo nel quale si divenne consapevoli che il Signore ci stava donando una grazia inattesa, chiamarci ad una più profonda intimità con lui, e la si accolse con gioia, stupore, riconoscenza, senza chiedere particolari garanzie o assicurazioni.

 

Una grazia non solo personale, in quanto altri gioivano di una chiamata in tutto simile. Per questo da provenienze diverse si è con-venuti insieme, trovandoci non in ragione dell’umana simpatia, per qualche legame di interesse, amicizia, parentela, ma solo uniti da questo esile e ad un tempo robusto legame: la comune fede nel Signore Gesù. Qui sta un fondamento importante della vita religiosa, poi vi sono le attività apostoliche, gli impegni pastorali ecc. Le “opere” nascono dalla intima esigenza di essere come Cristo, di realizzarne gli stessi sentimenti, avvertendo di fronte al dolore, alla povertà, alla ingiustizia una compassione in tutto analoga alla sua.

La tensione spirituale, lo slancio di ampio respiro ha poi dovuto fare i conti con il quotidiano, il piccolo ma incessante logoramento fatto di tanti apparentemente insignificanti aggiustamenti dell’ideale alla realtà: dalla necessità di doversi confrontare con strutture e mentalità pastorali rigide, alle inevitabili mediazioni che vanno affrontate per realizzare un soddisfacente rapporto comunitario. Il rischio è che il quotidiano diventi l’orizzonte dell’agire e assorba sino al punto da far dimenticare che si è religiosi per imitare Gesù, per annunciare il Vangelo. Un annuncio che prima di altri raggiunge il consacrato e lo trasforma nella mentalità, stile di vita, comportamenti.

 

La tensione spirituale è pertanto erosa dalla lunga durata dell’esperienza (si vive più lungamente) e dalla routine della vita comunitaria. È quindi un nodo spirituale l’aspetto che oggi più insidia la tenuta della vita consacrata. A renderne difficile la soluzione indubbiamente concorre il fatto che la mancanza di vocazioni scoraggia l’ardire nella carità, sconsiglia dall’intraprendere scelte radicalmente innovative, crea l’aspettativa di una fine ben prima che la fine avvenga.

 

Il “ridisegno”

 

All’interno di tale quadro va posta la questione del “ridisegno” che, detto più correttamente, è il pensare le presenze non solo in continuità con il passato, ma anche in termini d’efficacia nel testimoniare la specifica fisionomia del carisma. Certo, il punto di partenza è un dato negativo: non vi sono forze nuove sufficienti ad assicurare il ricambio generazionale e quindi non è possibile mantenere tutte le attuali presenze sul territorio. Tuttavia ogni ipotesi di ridisegno delle presenze, se non vuole essere unicamente una razionalizzazione nella distribuzione delle risorse umane e delle attività, va articolata in funzione di una domanda di fondo: quale è il massimo di bene che, ragionevolmente, è possibile realizzare con le persone effettivamente presenti ed operanti nelle comunità della provincia e/o dell’istituto?

 

Il ridisegno è anzitutto frutto di un discernimento nel quale si tengono simultaneamente presenti aspetti tra loro diversi: un’attenta analisi della realtà nella quale si opera; una valutazione delle risorse spirituali, intellettuali e professionali da poter impegnare nell’azione apostolica; gli obiettivi spirituali e carismatici che si intendono mantenere o perseguire. Il ridisegno è un “progetto”, cioè un’idea di futuro, un momento di speranza, l’impegno al realismo della fede in quanto non evade nel mondo dei sogni e neppure si rinchiude nel determinismo dei dati empirici. Sono i cinque pani ed i due pesci (Mt 14, 17), quel poco ora posseduto che presentiamo al Signore, affinché ne tragga il necessario per sfamare la moltitudine.

 

Spesso si pensa che sia la necessità di far fronte alla diminuzione di religiosi e religiose il principale (se non l’unico) motivo che porta gli istituti ad affrontare il tema del ridisegno. Indubbiamente la diminuzione delle forze comporta dapprima un incremento negli impegni per coloro che si trovano più direttamente coinvolti nella conduzione delle opere e delle attività pastorali e poi, in mancanza di cambiamenti, il carico degli adempimenti è tale di non poter essere più sopportato o comunque mette a repentaglio la tenuta stessa della vita comunitaria. Tuttavia la presenza di una comunità religiosa non è mai un “esserci” passivo, ma piuttosto è una costante interazione con l’ambiente sociale ed ecclesiale e di conseguenza ogni tempo è chiamato a “ridisegnare” la vita consacrata su di un territorio e all’interno della Chiesa locale.

 

La peculiarità della fase che viviamo è che questo processo lo si fa con risorse umane in rapido calo e quindi in molti casi più che di attività da fare si discute di quelle che non è più possibile mantenere. Anche qui il ridimensionamento è legato ad un discernimento, alla scelta di quali presenze pastorali sia possibile e opportuno mantenere e quali invece si debbano lasciare o passare ad altri.

 

Tre aree

 

Il ridisegno ordinariamente va a modificare i rapporti all’interno di tre aree: le relazioni comunitarie, la collaborazione con i laici, la presenza nella Chiesa locale.

Se osserviamo la relazione tra comunità presenti sul territorio e ampiezza delle stesse ci accorgiamo che, mentre diminuiscono le comunità, la loro ampiezza cala in misura più contenuta. Tra il 1988 ed il 2008 le comunità delle suore sono diminuite del -35% (da 13219 a 8552), mentre la loro ampiezza media è rimasta pressoché stabile (da 8,6 religiose a 8,3[2]). Più contenuto il calo delle comunità maschili (-17%, da 3371 a 2919), probabilmente perché già in passato le presenze erano più consistenti e meno disperse sul territorio, con una contenuta differenza in termini di ampiezza media (da 7,9 religiosi a 7,3). Diverso il caso delle monache, quasi una controprova di ciò che vuol dire non avere il coraggio (o la possibilità) di intervenire. A fronte di un numero di monasteri sostanzialmente uguale (da 532 nel 1958 a 515 nel 2008, con un calo del -3%), decresce costantemente l’ampiezza delle comunità (da 22,5 monache nel 1958 a 16,4 nel 1988, per giungere a 12,0 nel 2008).

 

In comunità che si rimpiccioliscono ed invecchiano acquista maggior rilevanza il tema della qualità dei rapporti interpersonali e quello della cura e accompagnamento della persona. In una comunità di 15-20 persone, con una gamma di età che copre diverse generazioni, la varietà dei caratteri e delle competenze può diventare la base per una situazione di equilibrio e sostegno vicendevole. Ben diverso è invece il caso di realtà più piccole, più omogenee dal punto di vista generazionale e più esposte alla fragilità fisica dei propri membri. È probabile che si abbia una maggiore uniformità, e sotto questo aspetto meno tensioni, ma anche una più accentuata spinta al ripiegamento su stessi, e quindi di fatto ci si isoli di più, si sia meno attenti a ciò che accade nella realtà circostante.

 

Una vita consacrata numericamente più esigua deve affrontare il problema se e come dare continuità alle attività apostoliche che ad essa fanno capo o riferimento. La chiusura rimane ordinariamente un’opzione che si persegue malvolentieri, di solito ci si arriva dopo aver verificato che soluzioni alternative non ce ne siano. In tale passaggio un ruolo importante dovrebbe (o potrebbe) essere giocato dai laici. Già attualmente molte opere, in primo luogo scuola e servizi assistenziali, sono operativamente in mano ai laici. Tuttavia, pur essendo la continuità della testimonianza nelle loro mani, di solito il loro coinvolgimento è piuttosto limitato. Il rapporto con l’istituto rimane strutturalmente asimmetrico, legato al fatto che i religiosi e religiose sono datori di lavoro rispetto al laico dipendente.

 

Se l’opera non è solo una struttura economica, ma anzitutto una testimonianza evangelicamente motivata, allora andrà ridisegnato anche il rapporto con i laici, sapendo includerli quali collaboratori all’interno del progetto pastorale e spirituale dell’istituto. È un cammino non semplice, perché i consacrati per primi non sono facili a collaborare neppure all’interno delle comunità, eppure sarebbe una prospettiva capace di liberare energie delineando con il laicato una relazionalità che va oltre la necessità di tamponare il venir meno delle vocazioni, quasi un’alleanza. Un rapporto che non sia finalizzato unicamente alla continuità del posto di lavoro (per i laici) o alla conservazione del valore patrimoniale (per gli istituiti) deve trovare il punto di incontro a livello di valori. In tal senso si può individuare nel carisma la bussola che permette di trovare le vie per ridisegnare, tra tradizione ed innovazione, la continuità della presenza.

 

Il ridisegno è inevitabilmente anche un tema di rilevo ecclesiale, in un momento nel quale la Chiesa italiana si trova anch’essa a dover fare il conto con la scarsità delle vocazioni, l’invecchiamento del clero, la necessità di impostare percorsi di annuncio ed evangelizzazione che tengano conto della sempre più diffusa secolarizzazione. Il discorso religioso non è più combattuto, ostacolato, ma più semplicemente viene messo ai margini, diventa cornice di un quadro nel quale compaiono valori e comportamenti del tutto estranei alla religiosità.

 

Dal punto di vista organizzativo la Chiesa italiana si presenta dispersa e disomogenea. Abbiamo 224 diocesi a fronte di 57 milioni di battezzati[3], con una distribuzione territoriale che ricalca secolari strutture politiche e religiose, ma genera frammentazione: si va da realtà con sessanta/settanta mila fedeli ai quasi cinque milioni di Milano. Una dispersione che orienta inevitabilmente a concentrarsi sul particolare e porta con se una strutturale povertà di risorse. In tempi nei quali il personale ecclesiastico scarseggia dappertutto, la situazione di piccole diocesi con magari 40-50 preti può rapidamente farsi drammatica. Allora anche quei 20-30 religiosi, magari sparpagliati in piccole comunità, ma disponibili ad impegnarsi nel ministero parrocchiale o a gestire opere significative sul piano pastorale o sociale, sono una risorsa preziosa alla quale è difficile rinunciare. La chiusura di una comunità in simili contesti incontra inevitabilmente resistenze, perché impoverisce territori poveri di risorse umane.

 

Processi di unificazione

 

Anche i religiosi riprendono nella loro distribuzione territoriale per “provincie” un modello analogo a quello diocesano, ma lo fanno con maggiore flessibilità. Se diminuisce il numero dei consacrati e le province si fanno troppo esigue, la risposta di questi anni è quella di dare vita a circoscrizioni provinciali più ampie, attraverso un processo di unificazione che tendenzialmente arriva a far coincidere la provincia con il territorio nazionale (in alcuni casi si parla già di province sovranazionali).

Attualmente sono presenti in Italia 111 istituti con 215 province, il 70% delle quali è unica per tutto il territorio nazionale, mentre il 20% degli istituti ha una suddivisione territoriale di due o tre province e solo il 10% ha un’articolazione di quattro o più circoscrizioni provinciali. È probabile che nei prossimi anni il processo si rafforzi ulteriormente: se teniamo presente che il 48% delle province non ha più di dieci comunità, e tra le 11 e 20 comunità troviamo un altro 35%, abbiamo che 8 province su 10 non superano le 20 comunità.

 

Lo sguardo dell’istituto è pertanto strutturalmente interdiocesano, che può vuol dire chiudere in una diocesi per poter assicurare la continuità in un’altra realtà ecclesiale. Ciò è spesso fonte di tensioni e incomprensioni e mette in evidenza l’esigenza di pensare in modo più flessibile le relazioni tra diocesi ed istituti.

Tradizionalmente gli istituti religiosi concordavano con il vescovo diocesano la fisionomia della propria presenza sul territorio, definendone l’ambito lì dove poteva rivelarsi concorrenziale, o potenzialmente conflittuale, con la parrocchia, oppure assumendo in prima persona la gestione pastorale di una porzione di territorio. Si trattava sostanzialmente di un patto tra soggetti dotati di una specifica “autonomia”. Ogni istituto aveva un sua peculiare relazione con l’autorità diocesana e l’autonomia significava anche indipendenza dalle altre congregazioni. Con la suggestione di un’immagine, la vita consacrata in diocesi la si poteva rappresentare come una funivia: tante cabine, tutte sorrette dalla stessa fune, ma ciascuno chiuso nel suo abitacolo. Con la stessa logica seguita per aprire una presenza in diocesi la si chiudeva: il bene dell’istituto, le esigenze complessive della provincia, la necessità di collocare altrove religiosi e religiose ecc.

 

Tutta questa impostazione ora fa fatica a reggersi. Anzitutto perché con meno risorse umane l’autonomia può rivelarsi solo un guscio giuridico svuotato di persone e possibilità di azione. Tutti siamo più deboli, istituti di vita consacrata e diocesi, e quindi il vecchio modello di relazioni istituzionali e di organizzazione delle presenze non funziona più, o funziona con affanno crescente e di conseguenza anziché regolare le tensioni ne fa nascere di nuove. Si tratta allora di uscire da una specie di individualismo istituzionale e riuscire a pensarsi in una relazionalità, aperta e collaborativa, con tutti gli attori presenti nella realtà ecclesiale. Anche a prescindere dalle serie ragioni ecclesiologiche che orientano alla collaborazione, all’acquisizione di uno stile comunionale, è la situazione nella quale ci si trova che di fatto spinge in questa direzione. Una autonomia interpretata come autosufficienza oggi è per tutti una scelta nettamente perdente, mentre la collaborazione, la messa in rete delle competenze diviene l’opzione più razionale e lungimirante.

 




[1]Si veda il recente numero di Vita consacrata 6/2010, dedicato a “Declino e rinascita della vita consacrata. Percorsi di indagine”. Utile anche lo studio di L. Cada (a cura di), Shaping the Coming Age of Religious Life, Seabury, New York 1979.

[2] È probabile che in realtà la media rispecchi due situazioni tra loro diverse. In passato si poteva avere una polarizzazione tra comunità piccole di 3-4 religiose, dislocate in parrocchie periferiche, che assicuravano una presenza capillare, e comunità più consistenti di alcune decine di religiose in strutture pastoralmente più significative (scuole, ospedali ecc.). Ora si starebbero chiudendo le piccole presenze, ma nello stesso tempo quelle più grandi si andrebbero riducendo di numero.

[3] In Francia per 47 milioni di battezzati vi sono 98 diocesi ed in Spagna i 42 milioni di cattolici fanno riferimento a 70 diocesi.

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