Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale

Una donna che sottolinea la premessa fondativa della centralità della persona nella Costituzione italiana: un valore fondativo della Repubblica che precede ogni istituzione e legge dello Stato.                                                                  

È rimbalzata nei quotidiani l’elezione unanime della giurista Marta Cartabia a nuovo Presidente della Corte costituzionale. E anche se ricoprirà la carica solo fino al 13 settembre 2020, essendo già dal 2011 Giudice costituzionale, resta la prima donna a rivestire tale ruolo.

L’esistere come “persona umana” è per Hannah Arendt l’identità che precede la declinazione di genere, quasi a sottolineare nell’umanità un’impronta e un valore incomprimibile, che può solo arricchirsi ulteriormente nella diversità, maschile e femminile. Un rilievo non banale anche oggi, in cui fa sempre notizia la presenza di una donna nelle istituzioni, specie se arriva a ricoprire una fra le più alte cariche dello Stato.

Nel tempo delle questioni inerenti alle “quote rosa” e al grande dibattere sulle “pari opportunità”, una professoressa, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano, moglie e madre di tre figli, è ora alla guida dell’organo preposto ad assicurare e custodire l’osservanza della Costituzione e dei suoi principi. Una funzione, quella del Giudice delle leggi, che non pone la Corte al di sopra degli altri poteri, né a confondersi con organi di indirizzo politico, valuta invece la conformità delle leggi a quella fonte costituzionale che segna il “punto” di unità nella vita di un popolo e ne fonda la convivenza nella pluralità delle sue espressioni.

Non si tratta della fissità del giudizio, ma di un equilibrio nell’esprimerlo, che esige un vaglio nel rispetto di principi e norme. Sullo sfondo l’impegno a declinare l’umanità dell’uomo e superare ad un tempo tecnicismi e ideologie. Le sfide non mancano e la neo eletta ne ha dato conto a proposito dei diritti umani, ancorati a una dignità innata che – ebbe a dire –  non può vedere l’essere umano «come individuo sciolto da ogni relazionalità», che non dipende da nulla e da nessuno.

Quante volte oggi la stessa Costituzione è richiamata, percepita e considerata come “tavola di valori”, di cui la neo-presidente non esita a sottolineare la premessa fondativa nella centralità della persona, che precede ogni istituzione e ogni legge dello Stato.

Tanto che l’articolo 2 della nostra Carta costituzionale, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, è da lei definito “il faro” nella fondazione della Repubblica. E nell’intervista rilasciata a Lettera Donna (12 marzo-22 agosto 2019), così si è espressa: «Dobbiamo sempre tutti “imparare a imparare” dall’altro; è importante educarsi a guardare la cultura altrui con occhio valorizzatore, trattenendo tutto ciò che è buono. Dovremmo allenarci a usare questo sguardo perché è fonte di ricchezza». Un altro, dunque, non nemico, come la Costituzione stessa sottolinea nel ricomprendere nel suo dettato normativo non solo i cittadini, ma tutti, quasi un richiamo a riconoscere anzitutto con la vita che chi è accanto a me è altro me.

Oggi che la realtà si offre a noi frammentata e conflittuale, quasi incapace di ritrovare vie di dialogo e pacificazione, Marta Cartabia fa sue parole come relazione, incontro, dialogo, realtà ancor prima vissute dai nostri Padri costituenti e che non cessano nel tempo di indicare un cammino da percorrere.

Fa bene risentire ancora oggi le parole di un esponente della politica di allora, on. Terracini, chiamato, quale Presidente dell’Assemblea Costituente, a proclamare il risultato della votazione finale sul testo della Carta fondamentale: «L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un solenne patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa lo affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore. E noi stessi, onorevoli deputati, colleghi cari e fedeli di lunghe e degne fatiche, […] diveniamo i più fedeli e rigidi servitori. Cittadini fra i cittadini […]».

Una trama di diritti e doveri messi in relazione, come ogni rapporto esige, e al cuore vi è l’uomo, non come individuo ma membro della società, la cui personalità matura nella convivenza sociale, secondo la logica dell’inclusione che fonda un patto.

Su questo impianto, garantire anche nelle leggi il rispetto della Costituzione significa salvaguardare un popolo e il suo patrimonio culturale e di vita. Uno stile che esige anche l’ascolto dell’altro e ciò può e deve avvenire anche nel contesto di un organo chiamato a esprimere un giudizio.

Un impegno preciso per Marta Cartabia che, nell’intervista citata, non esita a indicare «due strade percorribili: o mettersi in guardia per preservare le proprie ragioni contro l’altro oppure (…) ascoltare fino in fondo le ragioni dell’altro», che è pur sempre un valore. E se lei stessa ha di recente espresso la sua adesione a quella visione più volte richiamata da papa Francesco, che invita a “uscire” dal proprio privato e da una logica affaristica per contribuire alla costruzione della casa comune, oggi viviamo un tempo che ci chiede di saper ascoltare il silenzio di chi non ha voce e che, con il suo solo esistere, è portatore di una «pari dignità sociale».

Forse, proprio in nome di questa grande conquista si esige che i diritti inviolabili, per sé universali, siano davvero tali, e per tutti costituiscano sempre e comunque un limite invalicabile, facendo delle nostre città non i luoghi delle «regole capovolte», ma una “palestra di reciprocità”.

Che cosa allora può aggiungere a questo orizzonte d’impegno l’essere donna alla guida di un organo costituzionale? La necessaria mediazione può esserne una caratteristica, che matura nella capacità declinata al femminile di contemperare più ruoli, ognuno di estremo rilievo, e in tutti di saper generare apertura e riflessività. In ultima analisi, interrogarsi più in profondità non per una efficace contrapposizione rivendicativa da parte della donna ma, come ebbe a dire la stessa Cartabia, per «imparare a essere sempre più se stessi» anche in una Corte suprema.

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