Madre della società intera

La ricorrenza di domenica un'occasione per riflettere: le ragioni della denatalità in Italia non sono solo economiche.

Mi trovo per il secondo anno, dopo quattordici mesi di “esperienza sul campo”, a scrivere qualcosa sulla festa della mamma. Un tempo limitato, certo; ma che, date le circostanze che la vita ha posto davanti non solo a me ma a tutti noi come famiglia, mi ha dato modo di interrogarmi a fondo su come vivere la maternità. Ultimamente, con la ripresa del lavoro a ritmi più serrati – da libera professionista non mi sono mai potuta permettere il lusso di smettere del tutto – ad interpellarmi è stato in particolare il dibattito su come il lavoro possa o meno influire negativamente sulla propensione delle donne – o meglio, delle coppie, perché si è auspicabilmente in due  – a fare figli; con la tanto dibattuta proposta di prevedere un assegno mensile per coloro che decidono di rimanere a casa per dedicarsi ai bimbi. Posto che sarebbe naturalmente miope negare la rilevanza del fattore economico – e che l’osservazione secondo cui «i figli si fanno anche là dove c’è miseria» appare quantomeno semplicistica, se non fuorviante e finanche crudele – l’esperienza mia e di altre madri lavoratrici che conosco evidenzia un quadro più complesso. Parto innanzitutto dalla banale considerazione secondo cui vedo come oggi le donne che fanno più figli siano non quelle che non lavorano, ma quelle che possono contare su un adeguato sostegno per sé e per i bambini. Se so che sarò del tutto sola a crescerli, perché il marito lavora orari assurdi, i nonni vivono lontani o lavorano ancora anche loro, e non c’è una comunità educante di alcun genere, probabilmente mille euro al mese non saranno sufficientemente convincenti – tanto più con il timore che, una volta che il figlio sarà cresciuto e non avrò più diritto all’assegno, reinserirsi nel mercato del lavoro sarà un miraggio. Diverso è se so di poter contare su un orario di lavoro flessibile anche per mio marito o compagno; su un contesto – che siano i nonni, la comunità di vicinato, l’asilo, una famiglia di amici – in cui lasciare mio figlio (magari a malincuore) mentre vado al lavoro o a sbrigare altri impegni, ma certa che lo ritroverò felice qualche ora più tardi; sulla dignità che dà un lavoro nel suo senso più alto del termine (non dimentichiamolo mai, nemmeno per le madri che di impegni con i figli ne hanno tanti). Allora più facilmente potrò farcela. Porto spesso l’esempio di una giovanissima imprenditrice di mia conoscenza, che ad appena 23 anni è già in attesa del secondo figlio. Non naviga nell’oro, la sua è una piccola attività; però può contare su tutto ciò che ho citato sopra. Lo stesso dicasi per una trentacinquenne che di figlie ne ha quattro, e per una trentaquattrenne che ne ha tre. Per questo il mio augurio per la festa della mamma è: non semplifichiamo il dibattito su questo ruolo alla sola questione del sostegno economico, o alla possibilità di fare la mamma a tempo pieno. Consideriamolo in tutte le sue sfaccettature, così che ciascuna donna possa portare quella forza preziosa che sviluppa come madre alla società intera.

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