Il lusso ricostruisce Notre-Dame

Un miliardo di euro è stato finora promesso da grandi società – da Arnault a Total, da Pinault a Disney à l’Oréal – per la ricostruzione di Notre-Dame. Storcono il naso le associazioni solidaristiche e caritative nei confronti di tanta “generosità pelosa”

La questione è scoppiata prima di quanto gli stessi interessati supponessero. L’emozione provocata dall’incendio a Notre-Dame de Paris del 15 scorso è stata rapidamente seguita dalla polemica sugli aiuti alla ricostruzione promessi da grandi aziende e famiglie, in particolare alcune note firme del lusso.

Un semplice elenco fa impressione: la famiglia Arnault e Lvmh (gigante del lusso) ha annunciato che contribuirà con 200 milioni di euro, tanto quanto L’Oréal e la famiglia Bettencourt-Meyers, che a dire il vero sono “sponsor” storici della cattedrale, sin da tempi non sospetti. La famiglia Pinault, azionista di Kering, offre 100 milioni di euro, mentre la famiglia fondatrice di JC Decaux Billboard Group (quelli dell’arredo urbano) contribuisce con 20 milioni, i Bouygues (costruttori) con 10 milioni, così come Disney (divertimento) e Axa (assicurazioni). Total (petrolio) mette 100 milioni, e decine anche Safra, Bpce, Société Generale, Arkema Group, Philippe Hottinger, Bnp Immobiliare, Primagaz…

In poche ore queste imprese hanno promesso cifre che fanno semplicemente impallidire le difficili finanze delle associazioni e delle Ong che sputano sangue per raggranellare quanto necessario per grandi o piccoli progetti in giro per il mondo al servizio della povera gente, o anche della protezione ambientale o delle opere d’arte. Appare chiaro come in questo caso il dono di questi “grandi del business” sia tutto tranne che frutto di generosità disinteressata; può darsi che il membro di qualche ricca famiglia, dinanzi alle immagini della distruzione di uno dei massimi simboli della identità europea (più che cristiana) abbia provato sinceri sentimenti di generosità. Ma il fatto di aver messo il nome dietro la cifra ha ovviamente stravolto un atto di generosità in un atto di interesse. In questo caso «dare – scrive Le Monde – vuol dire allo stesso tempo dimostrare la propria ricchezza, la propria generosità, la propria solidarietà e il proprio potere, mentre si migliora la propria immagine e si fa del bene. Nel suo saggio sul dono, Marcel Mauss nel 1925 spiegava che “dare e ricevere” è stata a lungo la fonte del commercio nella società. Una affermazione sempre vera in epoca di capitalismo globale».

I doni per Notre-Dame approfittano di una legge del 2003 (conosciuta come Legge Aillagon) che, analogamente a quanto accade in molti altri Paese europei e del mondo intero, al fine di incoraggiare le imprese a essere generose per motivi di pubblica utilità, consente di tassare solo il 60% delle donazioni, sempre che queste rimangano entro il limite dello 0,5% del fatturato. Per i singoli e non per le società, tale limite è portato al 66%, sul 20% del reddito imponibile. L’attuale premier, Edouard Philippe, ha innalzato al 75% la spinta fiscale per le donazioni inferiori a mille euro per ricostruire la cattedrale. Alcuni dei donatori hanno capito che il vento girava, e hanno annunciato, come la famiglia Pinault, che rinunciavano a qualsiasi vantaggio fiscale.

Alcuni osservatori e privati cittadini hanno invitato la Chiesa cattolica a rinunciare a tali “aiuti pelosi”, come direbbe padre Giulio Albanese, che di contributi a chi ha bisogno è grande esperto. Ma la proprietà della cattedrale, per la legge francese sulla laicità, conosciuta come Legge 1901, non è più della Chiesa cattolica, ma dello Stato. Che deve assumersi tutte le responsabilità del caso, compresa la mancata assicurazione sul grande monumento patrimonio dell’umanità. Questi cittadini invitano in sostanza a privilegiare “l’obolo della vedova”, che però, nella somma offerta di aiuti allo Stato nelle giornate seguenti all’incendio, ha raggiunto “solo” i 13 milioni di euro. Altri sottolineano invece, in un modo un po’ semplicista, come far offrire somme elevate ai ricchi sia un modo di togliere il troppo a chi ha accumulato fortune principesche, dandolo alla collettività.

La questione non è da poco, perché investe le basi stesse del capitalismo che sta gestendo l’economia nel mondo intero. Si potrebbe a questo proposito argomentare che i grandi donatori – a parte Disney che però con Disneyland alle porte di Parigi ha enormi interessi in Francia – sono espressione della culture d’Oltralpe e in ogni caso di una sensibilità europea, cioè di un insieme di imprenditori all’antica che investono sul reale, mentre ad esempio i grandi del virtuale, cioè del digitale, non hanno promesso nulla, anche perché delle leggi Allaigon e simili non sanno che farsene, essendo entità transnazionali non sottoposte se non in minima parte alle legislazioni locali. Anche su questo c’è da riflettere. Il dibattito è aperto.

Una nota a margine. Resta un semplice fatto, e qui il dibattito è ancora più aperto: o la carità è disinteressata, o si rispetta il principio che la mano destra non deve sapere quel che fa la sinistra, o non si tratta di carità. Chiamiamola come vogliamo – elemosina, solidarietà, sensibilità umana, umanismo, filantropia o come preferiamo – ma non è carità. Quella carità che, assieme alla fede e alla speranza, sole virtù “teologali”, cioè che hanno a che fare con Dio, costruisce la Chiesa: non quella di muri, ma di persone. Non facciamo confusioni: la ricostruzione d’un monumento, per quanto altamente simbolico per la cristianità, è una cosa; altra cosa è la costruzione o ricostruzione o difesa della cristianità. Quella di Gesù. Che non ha bisogno delle offerte dei grandi del lusso, ma dell’obolo della vedova e della fede dei piccoli.

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