L’università che vogliamo

La vasta crisi culturale di cui oggi siamo testimoni si ripercuote e si esprime, in modo specifico, nella crisi dell’educazione e della formazione delle nuove generazioni. Esordisce così Piero Coda, nella presentazione della collana Universitas di Città Nuova. Per me, che proprio in questi anni vivo l’avventura universitaria e che appartengo alle nuove generazioni, le parole di Piero Coda hanno un significato profondo e mi interpellano continuamente. Forse è il caso di provare, con tutti i limiti, concettuali e culturali di uno studente, a fare qualche considerazione sulla profondità e serietà della crisi, vista e vissuta, non dalla cattedra ma dal banco. Crisi? A lungo si potrebbe parlare della crisi strutturale e organizzativa dell’università soggetta, soprattutto negli ultimi anni, a continui stravolgimenti; essendo però un terreno spinoso e ancora tutta in fieri la sua riorganizzazione, preferisco condividere alcune riflessioni nate da esperienze di impegno attivo in diversi atenei dello Stivale. La realtà universitaria si presenta, oggi più che mai, poliedrica, multiforme, sia nei suoi aspetti istituzionali, sia nei gruppi di giovani che la frequentano. Il variegato panorama che offre la vita universita ria può essere interpretato in modi diversi. Sicuramente, a prescindere dall’interpretazione che ciascuno può dare, la vita all’interno degli atenei, rappresenta un ideale termometro della società; è specchio cioè della società stessa. L’università non è più una comunità (significato di universitas), bensì un insieme di comunità, ciascuna con connotazioni diverse. Esigenze, interessi, prospettive e valori cambiano da gruppo a gruppo. Vengono così a coesistere numerose realtà frazionate e piccole che sempre più stentano a trovare punti d’incontro e momenti di lavoro comune. Questa frammentazione del tessuto sociale universitario non riguarda solo gli studenti, ma tocca, per certi aspetti in forma maggiore, la classe docente. Quale studente non intendo entrare nel merito; mi preme, tuttavia, sottolineare che noi studenti risentiamo e, in certa misura subiamo, l’eccessivo individualismo dei docenti che è organizzativo e culturale. Le lezioni stentano ad essere momento di incontro multidisciplinare sui problemi che realmente ci toccano; e la conoscenza, sempre più specialistica e settoriale, pare che ci stia facendo perdere quella capacità di confronto e di sintesi che in qualche modo è stata di aiuto ai nostri genitori per trovare la strada. Tutto così diventa più difficile e anche il distacco docenti-alunni aumenta in modo evidente. Questo, in parte, non deve stupire se si pensa al desiderio, comune a molti docenti, di creare attraverso la propria materia, un quadro di riferimento di tutto lo scibile. Tant’è che il sociologo cerca di spiegare la complessità della vita con la sociologia; il filosofo di far credere che è la filosofia la chiave di lettura ideale per il tutto; e così l’economista, il fisico, il matematico. Anche se l’esigenza profonda di ogni studente e di ogni uomo è quella di avere un quadro generale di riferimento per interpretare, capire, creare, sperare, come si può pensare di far questo valorizzando non l’unità e la sintesi dei saperi ma, al contrario, la parzialità, sempre più esasperata, di ciascuno di essi? Come se su un seme di verità si volesse costruire la verità tutta intera. Inevitabile conseguenza di tale clima culturale è il profondo disorientamento di noi studenti. Disorientamento che si riflette nella vita stessa e nelle scelte che ciascuno si trova a fare. Ciò nonostante il profondo desiderio di formazione, non solo culturale, ma umana ed esperienziale, resta. Il popolo degli atenei Proviamo a dare un rapido sguardo, non esauriente, ma necessario, alla vita studentesca negli atenei. Chi vi incontriamo? I gruppi di giovani legati ai partiti o ad associazioni studentesche. Il partito rappresenta, soprattutto all’università, la necessità di un cammino di formazione politica e culturale. I collettivi, sia di destra che di sinistra, che si collocano al di fuori dello schema dei partiti, ma che comunque cercano di intraprendere un cammino di formazione, giusto o sbagliato che sia. Gli studenti lavoratori: anche questi formano un gruppo con precise esigenze e prospettive. Studenti disinteressati o forse è meglio dire non impegnati presenti in università solo per il tempo strettamente necessario al superamento dell’esame. Studenti che vivono l’università cercando la propria vocazione: la strada cioè attraverso cui realizzarsi ed inserirsi nel mondo del lavoro. Giovani impegnati in realtà associative: nella maggior parte dei casi intraprendono un cammino di formazione fuori dall’ambiente universitario, e, in casi sporadici, tendono a trasferire la loro esperienza negli atenei. Il gruppo più numeroso è formato da giovani non impegnati (e chi è impegnato lo sa bene!). Ma al di là di questa pur superficiale classificazione, c’è un dato: l’università, che è ricerca (soprattutto di senso) individuale e collettiva insieme, non riesce a stimolare l’entusiasmo di noi giovani, non risponde più alle nostre aspettative e finisce per limitare quegli spazi dove le nostre diverse realtà potrebbero più facilmente incontrarsi per meglio dialogare. Ma perché? L’università, che nasceva come luogo privilegiato per la ricerca, vive un profondo smarrimento dei propri obiettivi fondanti. Emblematico è il passaggio dei finanziamenti dalla ricerca di base a quella applicata (unico interesse dell’industria). Questa ricerca del profitto in un campo così importante come il sapere è una strategia miope, che non paga sul lungo periodo, e che sintetizza l’impostazione che si sta dando all’università italiana. Il giovane ingegnere si sente un tecnico, il letterato un insegnante, l’economista un impiegato. Questa è la mortificazione dei sogni e delle aspirazioni, inevitabile conseguenza di un processo formativo monco, che si è dimenticato di rispondere in maniera completa alle necessità dei giovani del terzo millennio. Che fare? E noi studenti, che cosa possiamo fare? Che cosa può unire una realtà cosi frammentata e confusa pur nel rispetto dell’identità di ciascuno? Proviamo a rispondere con un’esperienza concreta. Un gruppo di amici, profondamente diversi, per formazione e percorsi educativi, dopo aver conosciuto il principio della fraternità… iniziano a viverlo! Luca studia Scienze politiche a La Sapienza di Roma: Quattro anni fa, all’interno della mia facoltà, conobbi Marco. Mi stupì la sua disponibilità alla mia richiesta d’aiuto nel preparare l’esame di Filosofia politica. Iniziai a pormi delle domande: perché mi sta aiutando? Cosa ci guadagna? Marco sembrava l’eccezione. E quella eccezione volevo scoprirla. Allora mi avvicinai sempre più a lui, e senza parole iniziai a vivere quello che lui, poi, chiamò principio di fraternità. A volte, non metto in dubbio che sia difficile porgere l’altra guancia, amare senza essere amati, amare e non chiedere. Ma oggi sento dentro un bisogno di dare, di darmi all’altro. Io e Marco siamo molto diversi per certi aspetti (io sono ateo, lui credente), ma insieme crediamo fermamente e viviamo quello che al primo impatto potrebbe sembrare solo un principio di fede, mentre è un principio dell’uomo, dell’umanità… basta solo volerlo scoprire. Cosa fare concretamente? Innanzi tutto bisognerebbe rivedere il dizionario e modificare la definizione attribuita al termine fratello perché fratello non è solo l’individuo legato a noi dal vincolo di sangue. Comunque, oltre a vivere la quotidianità, io e Marco abbiamo iniziato, dopo un seminario organizzato dalla fondazione Tony Weber, una campagna formativa ed informativa sul debito estero: abbiamo fatto incontri, creato un blog (www.debitoestero.blogspot.com), distribuito un volantino, scritto articoli, coinvolto docenti, presentato un progetto al Dipartimento per le politiche giovanili. Con questo lavoro, oltre ad aprire gli occhi di coloro che non sanno, continuiamo a portare, all’interno dell’università, quel principio che viviamo ogni giorno. Le persone coinvolte aumentano sempre di più. Debito estero Mariangela, laureata in Economia e iscritta al corso di specializzazione de La Sapienza. Come mai hai aderito alla campagna sul debito estero? La mia adesione a questa campagna è avvenuta in via del tutto casuale. Ho sempre visto il problema del debito estero, come di altre ingiustizie sociali, con occhi di impotenza: voler fare qualcosa, ma non sapere effettivamente come. A tal proposito è stato stimolante il continuo confronto con Luca e Marco. Mi incuriosiva la loro idea di formare un gruppo attorno a questo problema. La proposta di collaborare è stata da me accolta con stupore, ma con estrema felicità. Iniziavo a prendere consapevolezza del fatto che quel senso di inadeguatezza che sentivo poteva diminuire, che qualcosa si poteva fare proprio partendo dalla nostra piccola realtà quotidiana. Sì, condivido il principio di fraternità, mi rendo conto che non è facilmente attuabile nel contesto sociale in cui viviamo, ma questo non ritengo sia una giustificazione per non provarci; è importante mettersi in gioco, dare senza aspettare nulla in cambio, avendo ben presente che ogni persona lo può potenzialmente fare: forse deve solo prendere atto che esiste questa via e che percorrerla è fonte di serenità. Così pensate di cambiare l’ università? Certo. Siamo pienamente consapevoli della sua crisi. Ma la fraternità è sia risposta concreta che culturale. La fraternità, se vissuta, è capacità progettuale che può coinvolgere studenti e docenti. Per noi è diventata categoria di pensiero… io ad esempio sto provando ad applicarlo in ciò che studio… e in ciò che vivo. Un appello Perché noi giovani abbiamo perso la capacità di cercare e con essa il desiderio di lottare e vivere per un impegno, per un ideale comune? Di sognare, di contestare, di costruire, pur con tutti i limiti e l’immaturità costitutivi della nostra età? Perché siamo così disincantati e già stanchi? E infine, cosa sarà capace di farci ri-sperare? Sono queste domande impegnative a cui dobbiamo trovare risposte non solo noi giovani, ma anche l’intera società ha da farsene carico, se vuole affrontare e vincere le sfide di un futuro che incombe. Noi, intanto, cerchiamo di rispondere e continuiamo a rispondere con la fraternità vissuta, quotidiana, concreta, fatta di piccole cose, di piccole rinunce, di piccoli gesti. Ed è proprio la fraternità vissuta che ci permette di vedere l’università che vogliamo! L’università che vogliamo è un luogo progettuale dove crescere in cultura, non in nozioni, in abilità, non in tecniche, in creatività, non in capacità esecutive acritiche. Quello che i giovani vogliono, anche quelli non impegnati, quelli che si adeguano al messaggio imposto dalla società, sintetizzabile col produci e consuma, è un processo formativo completo, che li stimoli e non li inibisca nelle proprie attitudini. Chi si adegua è solo un po’ più debole, o meno libero dai vincoli familiari e sociali, per cui rinuncia ai sogni dell’anima, per abbracciare le aspirazioni mondane impostegli dal consumismo! Paragono la mia generazione ad un bambino appena nato: non sa che ha bisogno d’aiuto, non ne ha coscienza. Piange e basta. E il genitore cosa fa? Certo non si mette a parlare di Marx o dei massimi sistemi, ma risponde a questo pianto con tutto l’amore possibile: un amore intelligente e disinteressato! Così noi: in questo particolare momento storico non abbiamo piena consapevolezza del bisogno in un contesto sempre più confuso; e voi, grandi luminari della scienza e della tecnica, che pure tanto vi impegnate nei nostri atenei, non preoccupatevi soltanto della fredda trasmissione del sapere, non allontanatevi da noi, cercate di accompagnarci in questa avventura della vita, con un rapporto pelle a pelle. Amateci e basta. Il resto verrà da sé; e forse l’incertezza del futuro o l’opprimente, solitario anonimato, con tutto quello che comportano, finiranno per scomparire dal nostro orizzonte esistenziale.

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