L’unità è possibile

20 mila giovani convenuti a Roma da tutto il mondo si sono incontrati manifestando con canti, mimi e danze la loro fede in un mondo nuovo. Dalla rivista Città Nuova del 1975
Genfest '75

Già da alcuni giorni, insieme con gli altri pellegrini dell’Anno Santo, un popolo di giovani sta arrivando a Roma con tutti i mezzi, compreso l’autostop. Ma la mattina del 1° marzo, intorno al Palazzo dello Sport, l’afflusso si è fatto imponente; anche con Fiumicino si fa la spola per quelli che arrivano d’oltre oceano e intanto, da centinaia di pullman e da treni speciali, stanno uscendo lunghe file di giovani e ragazze: veri nastri multicolori che vanno convergendo al luogo dell’incontro, aprendosi e riannodandosi in spirali sempre più strette, per finire sui prati e nei piazzali dell’Eur. Sono 20 mila i Gen (i Giovani della nuova generazione del Movimento dei focolari) venuti da tutto il mondo per celebrare insieme con il giubileo il loro incontro annuale, il “Genfest”, che gli anni scorsi li aveva visti, a maggio, sui prati e fra gli ulivi di Loppiano.
 
Quest’anno non li accoglie una scena di pace. Ancora i grandi tendoni bruciacchiati pendono a brandelli contro le vetrate del Palasport, testimoni muti ma eloquenti degli ultimi atti vandalici che per un poco hanno fatto quasi temere si dovesse cercare in fretta un’altra sede per l’incontro. Ancora per le strade di Roma si rinnova il singulto di una rabbia non sopita che ne fa quotidiano teatro di cieca violenza e di morte. Dagli altoparlanti, dai muri imbrattati, dagli stessi giornali, si ode solo ritorcere accuse, urlare invettive, aizzare le opposte fazioni con un crescendo parossistico e assurdo. Intorno, quasi a difendersi, è l’indifferenza dei più, che sembrano non voler vedere, non sentire; che fingono di ignorare per restare ignorati, non farsi coinvolgere, non sentirsi responsabilizzati o peggio imputati.
 
Questi giovani invece sono venuti per essere coinvolti e travolti, non però da un’esperienza di odio, ma di amore. La prima occasione già è fornita dall’attesa un po’ lunga. Non c’è irritazione, non impazienza. Il nastro, sciorinato al sole sui prati, all’apertura dei cancelli si è diviso in tanti cunei, uno per ogni entrata, e ricomposto all’interno con una rapidità sorprendente. Non c’è l’arrembaggio per i posti migliori: ognuno è contento di esserci, insieme con gli altri, e questa partecipazione sa di poterla attuare da qualsiasi posto, anche lassù nell’ultimo giro sotto la volta, perché di posti vuoti proprio non ce ne saranno. «Non avevamo fatto un pieno simile dai tempi di Benvenuti». Mi confida un guardiano sbalordito e ancora incredulo che, con tanta ressa, tutto vada così liscio.
 
Sono le 14.00 e si inizia subito. Saranno sei ore di festa. Ognuno è protagonista; ogni gruppo presenta qualcosa: una canzone, un mimo, una danza, un applauso. «Abbiamo viaggiato molto, ci piace la musica – esordisce Valerio, un Gen di Torino –; sì, è tutto vero, ma ancor più vero è che in ognuno di noi c’è la speranza di un mondo nuovo. «Egoismi, sfruttamenti, ingiustizie, compromessi assurdi, devono avere urna soluzione! È ora di dire basta! Ci abbiamo provato, ma il falso mondo ci ha cambiato le carte in tavola, soli e troppo piccoli, un sasso contro il mare, abbiamo avuto paura. E il falso mondo ci ha soccorso, ma come?
 
«Hashish, LSD, eroina, viaggi, trip favolosi… ma quando siamo tornati, il mondo era ancora tale e
quale. Erotismo, sfruttamento vicendevole, maschera di libertà, maschera vecchia quanto il mondo. Allora… rabbia contro tutto e contro tutti, perché mi hanno teso una rete e io ci sono cascato. Violenza, odio e, senza accorgermi, rifaccio il gioco di quel vecchio mondo che rifiuto.
 
«Ingiustizie, compromessi a tutti i livelli, denaro mezzo legale di sfruttamento, guerra tra me e te, poveri e ricchi. Chi può dare una soluzione? Non illudiamoci: 20 mila siamo tanti, ma pochissimi se guardiamo a quanti siamo nel mondo! Una speranza, pero, c’è: Vita vera; Dio fatto uomo, Gesù! “Dove due o più sono nel mio nome, io sono in mezzo ad essi”. Ma perché non lo facciamo, perché sono ancora così illuso da pensare che il mondo lo cambio io, lo cambi tu, lo cambiamo noi? No, Gesù solo può cambiare il mondo, per questo dice: “Unità”, perché non è stare assieme, Unità è essere tutti la stessa cosa, essere tutti Amore, vero, l’uno per l’altro, essere tutti Gesù. E noi ci stiamo!
 
«Dimenticare me stesso, ascoltare quello vicino a me che ha bisogno, lui che è solo, che non parla
con nessuno. Amare! Gen Fest: Momento di Dio. E ognuno di noi potrà dire “è vero” nella misura in cui lui stesso avrà amato gli altri. Dio è Amore e, nell’amore ognuno può incontrarlo».
 
Ciò che vedremo da questo momento sul grande palco vorrà esprimere in forma d’arte proprio questo messaggio e testimoniare che già esiste un germe di Generazione Nuova, come esisteva nelle catacombe, giovani – ci dicono – che hanno preso sul serio l’impegno di creare un mondo nuovo e per questo hanno giocato e giocano continuamente la loro vita.
 
Non è possibile qui parlare di tutti, e nemmeno elencarli; certo, alla fine, non si poteva non conve-nire con Gabriella, la Gen che ha rivolto ai 20 mila l’ultimo saluto: quelli che si erano avvicendati sul palco e tutti gli altri che avevamo partecipato anche solo applaudendo, avevano sperimentato e quindi anche espresso una sola realtà: che l’unità è possibile.
 
«Per noi – diceva Gabriella – lavorare, studiare, cantare con giovani cinesi, australiani è tutt’altro che una difficoltà, è un dono che arricchisce la nostra personalità. La società domani sarà nuova, se oggi noi poggiamo saldamente la nostra vita sui due cardini fondamentali: se decidiamo di diventare noi uomini nuovi, e di amarci gli uni gli altri quali testimonianza per un’unità universale. Scegliamo un’ideologia che non passa: scegliamo di vivere il Vangelo e dimostriamo al mondo che esso non è un libro, come si suol dire, di Chiesa o di meditazione soltanto, ma che è una potenziale bomba atomica, è un codice di vita».
 
Ci si lascia dandosi l’appuntamento per il giorno dopo, la domenica mattina, dal papa.
 
Il papa in un mare di giovani
 
L’esperienza di unità iniziata ieri al Palasport avrebbe raggiunto oggi il suo culmine in San Pietro. Pareva che quelle cornici, quelle gole, quelle modanature marmoree possenti con cui Michelangelo aveva fasciato le basi della sua immensa architettura fossero state fatte apposta per essere scalate. Ci ho provato anch’io, e non mi è stato difficile issarmici su. I più giovani poi, aiutandosi un poco fra loro avevano raggiunto anche il tetto dei massicci confessionali e di lì, appoggiati alle nicchie, dalle quali si protendono i santi e gli angioletti di marmo con cui il fasto barocco ha ornato le pareti, quasi formavano con quelli un sol gruppo: come un addobbo vivo e policromo, non più rivestito però degli antichi damaschi, ma di jeans.
 
Il papa arrivando lo ha visto così, quel mare di giovani che gremivano San Pietro e si stipavano ovunque arrampicati e insinuati dentro ogni fessura, proprio come una ribollente spuma marina. La Chiesa ormai era piena per gli ultimi arrivati, e non erano pochi, non c’era più un sol posto all’interno: avrebbero sostato sulla piazza, seguendo dagli altoparlanti.
Il discorso del papa, caldo, affettuoso, paterno, fatto in diverse lingue, è stato seguito con commozione. La stessa famiglia che ieri si esprimeva nel canto, con non minor gioia oggi, stretta a Paolo VI, si esprime nella preghiera, partecipando unita alla celebrazione liturgica della messa giubilare. Ai lati stanno due folti gruppi di concelebranti: sono 60 sacerdoti della Scuola Internazionale Sacerdotale dei Focolarini di Frascati. Dietro c’è un gruppo di Gen che spiccano per i brillanti costumi indossati. Sono di razze diverse: cinesi, africani, indiani, americani, arabi, europei. In mezzo a loro è Chiara Lubich, la fondatrice e presidente del Movimento dei focolari: la prima Gen. Guiderà il gruppo per offrire al papa doni simbolici e ricevere da lui paterne, affettuose parole di  incoraggiamento.
 
Suona l’Angelus meridiano della domenica. Dalla finestra del suo studio, rivolgendo il consueto saluto alla folla che gremisce la piazza, Paolo VI parla di consolazione, offerta a chi la sa cogliere, pur in mezzo alle notizie demoralizzanti di ogni giorno. «Convive nel nostro mondo – dice il papa, con accento commosso – un Popolo di Dio, ancora pieno di fede, umile e verace, pronto a trasformare le difficoltà e gli ostacoli del vivere in gradini da sormontare per nuove salite, e felice d’aver ritrovato nell’amore insegnato da Cristo la forza, la gioia, l’arte del rinnovamento e della riconciliazione.
 
«Procuriamo di capire e di riprendere fiato e fiducia. Noi, ad esempio, abbiamo avuto questa mat-tina d’intorno all’altare, con altri pellegrini, 20 mila fedeli, giovani la più parte, che si intitolano Gen “generazione nuova”, provenienti da tutto il mondo. Una commovente bellezza. Ringraziamo Iddio e prendiamo coraggio. Nasce un mondo nuovo, il mondo cristiano della fede e della carità».
 
Il grande nastro policromo dei Gen riprende a muoversi. Ora è come una stella che cresce e si irradia da questa piazza in tutte le direzioni. Riporteranno là, da dove sono venuti, seme di quel mondo nuovo che già è nato dentro ciascuno. 
 
 

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