L’inutilità della guerra

“E’ vero che la psicologia accetta la guerra, come un fatto scontato?”. Giorgio V. – Palermo Le teorie psicologiche sulla guerra sono tante e non tutte concordano fra loro. Certo, se prendiamo la psicoanalisi e la sua teoria dell’istinto di morte (thanatos) non può che essere così, anzi già da tempo essa ha evidenziato che le guerre non raramente hanno origine dall’odio represso dei padri, che non vanno più in guerra, contro i propri figli, e che le guerre vengono compiute volentieri dai figli, nel loro odio represso contro se stessi generato dai sensi di colpa. Ed oltre alla psicoanalisi a dare man forte a questa visione pessimistica dell’uomo c’è la psicologia etologica di Konrad Lorenz: essa ritiene che l’aggressività sia innata. Diversi psicologi, come Erich Fromm, parlano invece di “biofilia”, cioè di amore per la vita e pensano che l’aggressività non dipenda dalla natura dell’uomo, ma sia figlia dell’educazione e dell’ambiente; per non parlare delle recenti posizioni ottimistiche sulla natura dell’uomo proposte dalla “psicologia positiva” di Martin Seligman: per lui la guerra non è affatto scontata. Anzi, “l’inutilità della guerra”, come si esprimeva Igino Giordani, sarà quanto prima confermata scientificamente dalla psicologia, e non credo che si debba aspettare molto, soprattutto se si tengono a mente esperienze psicologicamente significative come quelle di Henry Dunant. Costui a 30 anni era un ricco banchiere e finanziere svizzero; probabilmente la sua vita sarebbe continuata più o meno così, se non fosse stato per un giorno fatale, il 24 giugno 1859, che cambiò tutto. Dunant era stato mandato dal suo governo a parlare con Napoleone III.Doveva discutere di un accordo commerciale tra gli svizzeri e i francesi, di cui avrebbero beneficiato entrambi. Ma Napoleone non era a Parigi; si trovava sulla piana di Solferino, sul punto di combattere contro gli austriaci. Il banchiere cercò di raggiungere il luogo prima dell’inizio della battaglia, ma arrivò troppo tardi e la sua carrozza si arrestò sulla sommità di una collina che dava sul campo di combattimento. All’improvviso squillarono le trombe, spararono i moschetti, tuonarono i cannoni. I due reggimenti di cavalleggeri caricarono e iniziò a infuriare la battaglia. Henry Dunant rimase pietrificato, era come se fosse seduto in un palco a teatro; vedeva levarsi la polvere, udiva le urla dei feriti, dei moribondi. Lui restò lì come in trance, davanti a ciò che continuava giù in basso. Ma il vero orrore venne in seguito, quando egli entrò dentro la cittadina di Solferino alla fine della battaglia e ogni abitazione, ogni edificio era pieno di uomini straziati, feriti, morti. Mosso dalla pietà di fronte alla sofferenza che vedeva tutt’intorno a sé, Dunant rimase in città per tre giorni, a fare tutto quello che poteva per aiutare. Henry non tornò mai più a essere lo stesso uomo di prima. La guerra era barbara, il mondo avrebbe dovuto abolirla. Non era questo il modo per appianare le divergenze tra le nazioni e soprattutto ci sarebbe dovuta essere un’organizzazione mondiale per aiutare la gente in momenti di sofferenza e di caos. Henry Dunant ritornò in Svizzera, ma negli anni successivi divenne un radicale sostenitore della pace e della misericordia e iniziò a viaggiare in tutt’Europa diffondendo il proprio messaggio, fino al punto di essere insignito del premio Nobel per la pace nel 1901, di creare l’organismo mondiale della Croce Rossa e di far approvare dalla prima Conferenza di Ginevra la prima legge internazionale contro la guerra, una mossa che in seguito avrebbe contribuito sia alla Lega delle Nazioni sia alle Nazioni Unite.

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