L’intelligenza della democrazia

Decidere in pochi è più facile che decidere in molti – si sente affermare spesso -. Si risparmiano tempo ed energie e si riesce più facilmente a fare scelte coerenti. La pensava così anche Cartesio, campione del razionalismo nella filosofia moderna, quando già nel 1635, nel suo Discorso sul metodo, scriveva: Credo che Sparta sia stata a lungo così fiorente non per la bontà di ciascuna delle sue leggi… ma perché, uscite dalla mente di uno solo, tendevano tutte allo stesso fine. Eppure, esistono buoni motivi per dubitare delle capacità della mente di uno solo. E l’antica saggezza delle tradizioni africane non si preoccupa di contestare Cartesio quando afferma: Una testa sola non contiene la sapienza . Che fare, allora? Spiriti pragmatici suggeriscono di distinguere caso per caso, perché la scelta di allargare il tavolo dei decisori va pesata. Ad esempio, per organizzare rotazione e mansioni degli impiegati allo sportello dell’anagrafe, risulterebbe fuori luogo che il sindaco convocasse in assemblea pubblica gli abitanti della città! Nel caso specifico, il tavolo in questione è essenzialmente un tavolo tecnico o sindacale e dovrà definire la questione applicando il relativo contratto di lavoro. Ma quando sono in questione scelte di tipo collettivo che riguardano la vita di migliaia di persone, com’è tipico per le amministrazioni pubbliche, la scelta della partecipazione nasce dall’esigenza che dentro la stanza dei bottoni abbiano voce anche i diretti interessati. Più che opportuno, allora, che si sperimentino tecniche decisionali innovative. Non solo orizzontalmente, tra uffici dello stesso comune, o tra comuni che operano nella stessa area geografica. La partecipazione di cui si va in cerca è anzitutto quella dei cittadini e di quei soggetti del territorio che, più direttamente, possono mettere in gioco conoscenze e interessi, perché la decisione prodotta sia la migliore possibile (i cosiddetti stakeholders, come vengono definiti in inglese). Esperienze positive I risultati positivi sono più numerosi di quanto si immagini. Sfogliamo una documentazione recente curata da Luigi Bobbio dell’Università di Torino per il Dipartimento della Funzione Pubblica (A più voci, Ed. Scientifiche, 2004). Siamo a Roma, all’Esquilino, quartiere popoloso del centro con seri problemi di vivibilità urbana. Il Comune convoca una riunione coi cittadini e un signore settantenne, contrariato dal rumore causato dal passaggio dell’autobus sotto casa sua per il deterioramento dell’ sfalto, ne approfitta per illustrare, sulla base di mille ragioni approfondite con cura, alcune incongruenze nel percorso di quella linea. L’assessore ai trasporti è presente: per giungere agli stessi risultati, gli uffici comunali avevano impiegato 8 mesi di lavoro! Altra vicenda, questa volta ambientata a Trento: nel corso del 2001, 40 gruppi di lavoro composti da cittadini hanno contribuito alla elaborazione del Piano Sociale per vivere bene a Trento, arrivando – col supporto scientifico dell’università e l’impegno integrato dei servizi amministrativi del Comune – a rinnovare l’impianto delle politiche sociali, impostando gli interventi a partire dai bisogni effettivi, vecchi e nuovi, dei cittadini e delle comunità locali. Attraversiamo ora la provincia di Frosinone, dove la logica del coinvolgimento ha suggerito nuove linee per l’inserimento al lavoro di soggetti svantaggiati. Il progetto si è lasciato alle spalle pratiche di stampo assistenzialista e ha messo in rete mondo sociale e imprese, che oggi possono riformulare l’offerta dei servizi sulla base delle caratteristiche delle persone coinvolte. Risultato: 53 inserimenti con regolare contratto di lavoro, contro la media precedente di 3 o 4 all’anno. Moltiplichiamo i cervelli Vero è che le domande delle comunità cambiano, crescono di numero e soprattutto chiedono di essere prese in considerazione l’una accanto all’altra e non l’una contro l’altra. Questo significa, ad esempio, che un intervento di edilizia popolare non può più essere gestito al di fuori di una strategia complessiva, tenendo presente il piano urbanistico, ma anche il piano dei servizi sociali che deve sostenere la crescita delle nostre città. Pensiamo agli interventi in campo ambientale. In genere, le amministrazioni si affidano ad esperti che compiono rilevazioni, raccolgono dati e formulano progetti. Ma i tecnici hanno una conoscenza del territorio diversa da quella degli abitanti, più approfondita su certi aspetti, più superficiale su altri. Interpretano i bisogni dei cittadini sulla base di parametri collaudati sul piano scientifico, ma possono talvolta commettere errori, trovandosi a sottovalutare o addirittura ignorare aspetti importanti, col rischio di fornire servizi che non saranno utilizzati, o di ristrutturare spazi pubblici senza tener conto delle esigenze di categorie di utenti più deboli. Anche in tema di politiche sociali, chi può dire una parola qualificata sono i cittadini con le loro famiglie, le associazioni del terzo settore, del volontariato e della cooperazione che da anni affrontano le difficoltà nel territorio e moltiplicano le sue risorse con le più diverse iniziative. La progettazione partecipata diventa così uno strumento per raccogliere conoscenze e competenze altrimenti disperse, lasciandosi sorprendere da soluzioni che può im maginare solo chi conosce i luoghi e vive sulla propria pelle le conseguenze di una decisione. Non stupisce che si parli, a questo proposito, di intelligenza della democrazia: in effetti, aumentano i cervelli che si mettono in moto per elaborare soluzioni efficaci, e proprio a partire dai cittadini. Visto che abbiamo iniziato parlando di tavoli, va detto che non sempre il metodo migliore sia quello di mettere le persone attorno ad un tavolo. Esistono tecniche partecipative che funzionano senza alcun tavolo e… qualche volta, anche senza sedie. Ci sono i laboratori e perfino le camminate di quartiere per studiare interventi di recupero e manutenzione locale; le giurie di cittadini chiamati a giudicare su questioni tecnico-scientifiche controverse, l’Action Planning, una tecnica di progettazione che riconosce uguale dignità a tutte le opinioni e le idee; le simulazioni in tema di sanità, trasporti, sicurezza; fino agli incontri di scala in cui una micro-collettività, quella del condominio, ha modo di esporre richieste e allo stesso tempo avanzare soluzioni. E poi ci sono tecniche più temerarie, come l’Open Space Technology dove ciascun partecipante si assume la responsabilità di guidare un settore dei lavori; la costruzione di scenari in cui più facilmente si stemperano, progettando il futuro, interessi particolari e contrapposizioni; la negoziazione creativa che osa rifiutare i compromessi per cercare soluzioni diverse e più ricche. Non sotto casa mia Si potrebbe dire di ciascuna molto di più. Si dovrebbe dire di più anche delle difficoltà che si incontrano nel corso della loro attuazione. Talvolta i processi decisionali partecipati sono troppo complicati o troppo lenti; talvolta sono troppo semplici perché si ignorano alcuni soggetti o alcuni dati significativi del problema. Attenzione, perché gestire la partecipazione in modo scorretto o improvvisato, significa frustrare e disperdere preziose energie e risorse culturali e materiali messe a disposizione dalle persone. Spesso, poi, ci si imbatte in ostacoli non previsti, equivoci, conflitti. Questi aspetti vengono in particolare evidenza, come si sa, quando si tratta di progetti con un forte impatto sul territorio, come la progettazione di una nuova discarica di rifiuti o di un inceneritore. Situazioni in cui, molto spesso, le comunità locali sono perfettamente in grado di auto-organizzare la propria opposizione. Ma l’impasse non è rara anche davanti alla chiusura di un presidio ospedaliero decentrato, o alla costruzione di una nuova autostrada, di un nuovo blocco di case popolari, o di una prigione… Se ne parla come di una sindrome vera e propria, etichettata con una sigla inglese: la sindrome Nimby. Sì, maiuscolo perché si tratta delle iniziali di Not In My Back Yard, cioè: non sotto casa mia… Due dati: abbiamo letto di recente di 190 infrastrutture e impianti che attualmente sono oggetto di contestazione in Italia, mentre solo nel 3 per cento dei casi sono state avviate iniziative di consultazione delle comunità locali. Anche in queste situazioni, coinvolgere dovrebbe essere il verbo imprescindibile di una politica fraterna che, riconoscendo a ciascuno la stessa dignità, si sforzi di riconoscere e rafforzare i legami tra decisori e cittadini, in una comune responsabilità. La sfida lanciata ai cittadini è quella di trasferire sul piano pubblico le dinamiche solidali della famiglia e della piccola comunità, dove non ci si stanca di andare alla ricerca di soluzioni che mettano insieme gli interessi di tutti, a partire dai minimi. Tocca agli amministratori, invece, abbandonare il classico modello di azione (il cosiddetto Dad: decisione-annunciodifesa), in cui si rende nota una scelta solo nel momento in cui è già definita nei suoi aspetti principali, per difenderla a quel punto come la migliore possibile. Agire in posizione di difesa è sconsigliabile; meglio avviare e coordinare un puntuale processo inclusivo – cioè aperto a tutti i contributi, anzitutto attraverso l’ascolto di tutti i soggetti interessati – che renda possibile l’integrazione dei diversi punti di vista e dia spazio allo sviluppo autentico del territorio, e di ogni comunità nel suo territorio. La prossima volta che il consiglio di circoscrizione convocherà gli abitanti del quartiere o la giunta inviterà le associazioni a prender parte ad una tavolo deliberativo per un nuovo progetto cittadino… non è detto che tutto funzioni come un orologio, ma accettare la sfida del coinvolgimento è una forma di condivisione importante. E se partecipare significa dare (come minimo dare del tempo, un bene sempre più prezioso!), c’è da aspettarsi che proprio là si metta in moto una dinamica di reciprocità capace di stupirci

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