Libertà di stampa in un’Africa che cambia

Il boom dei media ha accompagnato il movimento per le riforme democratiche, contribuendo ad elezioni libere e trasparenti, alle transizioni post-belliche e al ripristino della pace
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Negli ultimi vent'anni, i giornalisti occidentali sono stati testimoni dell'ondata di democrazia che ha travolto l'Africa intera, con la fine dell'apartheid in Sudafrica, e i complessi conflitti in Somalia, Ruanda, Liberia, Congo e altri Paesi. Data la natura coinvolgente di questi eventi, non è sorprendente che molti di essi abbiano finito per raccontare storie che riunivano tutte le loro esperienze.

Tuttavia, la complessità del continente non può essere espressa da un singolo punto di vista: con oltre un miliardo di abitanti, 54 Stati, quasi 3 mila lingue, l'Africa è tanto varia quanto le storie che dovrebbero descriverla. E nonostante i numerosi problemi che la attanagliano (e che sembrano crescere di giorno in giorno), l'Africa sta cambiando a velocità soprendente.

Uno dei cambiamenti è il boom dei media negli ultimi anni Ottanta e primi anni Novanta, che ha accompagnato il movimento per le riforme democratiche: la fine del rigido controllo governativo e il vibrante pluralismo che ne è seguito, hanno rapidamente trasformato il panorama mediatico del continente. All'improvviso le strade delle capitali si sono riempite di giornali, e la “cultura del silenzio”, imposta prima dal colonialismo e poi dalle dittature militari post-coloniali, si è rotta bruscamente.
 
Quando il Daily Nation, uno dei maggiori giornali indipendenti africani, ha festeggiato i suoi 50 anni il 18 marzo 2010, l'opinionista  Charles Onyango Obbo ha scritto: «Molti di questi 50 anni sono stati un inferno per i media africani. In effetti, il periodo di maggiore libertà sono stati i 15 anni tra il 1990 e il 2005».

Indubbiamente lo sviluppo più significativo lo hanno avuto le stazioni radio, che riunendo su più vasta scala le lingue locali hanno promosso un'indentità culturale positiva in molte comunità; ma anche internet e la telefonia mobile oggi funzionano da trampolino per i vecchi media, moltiplicando le fonti di informazione.

Per quanto spesso possano essere deboli, i media – soprattutto quelli indipendenti – hanno dato un contributo notevole ad elezioni libere e trasparenti, alle transizioni post-belliche e al ripristino della pace; in altri casi hanno purtroppo fomentato odio, xenofobia e crimini. Di qui il richiamo costante ad un giornalismo responsabile e costruttivo, soprattutto nei luoghi di conflitto.
 
Sfortunatamente, l'instaurazione di leggi repressive è stata uno strumento largamente usato per limitare la libertà mediatica; ma la buona notizia è che, anche se i singoli Paesi possono non aver fatto grandi passi avanti nelle politiche volte a garantirla, l'Unione africana ed altre istituzioni hanno adottato protocolli vincolanti sulla libertà di stampa.

Il giornalista camerunense Pius Njawe fa notare che «la creazione di infrastrutture regionali che si occupano della libertà di stampa è di grande aiuto nel consolidare la democrazia in Africa. In questo modo, i giornalisti africani continuano a ricevere sostegno in patria e all'estero».

Traduzione di Chiara Andreola

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