Lettera di Francesco e Chiara d’Assisi all’Europa del III millennio

Durante la loro vita terrena, san Francesco e santa Chiara hanno scritto una serie di lettere. Esse erano indirizzate a singole persone, ma anche a gruppi di varie categorie: a politici, a chierici, a responsabili dei frati, a tutto l’Ordine, a tutti i fedeli. Attraverso queste lettere hanno voluto tramandare la luce del carisma donato a loro dal Signore per l’utilità della Chiesa e della società. Possiamo chiederci: cosa direbbero i Santi d’Assisi all’umanità del III millennio, specialmente in Europa? I seguenti pensieri sono frutto di una comune riflessione tra alcuni seguaci di san Francesco. Pubblicato su Unità e Carismi (3-4/2005)
Francesco e Chiara

A tutti gli uomini e donne che vivono nel continente europeo e a tutti i fratelli e sorelle che vivono nel mondo intero: ai cristiani cattolici e di tutte le Chiese, ai credenti di tutte le fedi, agli uomini di buona volontà: il Signore vi dia pace.
 
Pace: il grande anelito dell’umanità in tutti i tempi. Ma specialmente nel contesto travagliato all’inizio di questo nuovo millennio, dove la pace è minacciata in tanti punti della terra, sentiamo vero come non mai che solo il Cielo potrà garantire una convivenza pacifica tra persone, tra popoli, tra culture, tra religioni. Perciò il nostro augurio è che sia il Signore stesso a rendersi presente per poter ripetere il suo saluto pasquale: “Pace a voi”.
 
Il Vangelo sino glossa
 
Cosa può dare all’umanità di oggi il carisma che il Signore ha dato a noi, Francesco e Chiara d’Assisi? Lo possiamo dire in una sola parola: vivere il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo sine glossa.

E già da otto secoli che abbiamo sentito la chiamata a “riparare la casa del Signore” attraverso l’amore evangelico. Gesù crocifisso ci ha parlato nella chiesa di San Damiano. La sua vita è diventata la nostra. Il suo cammino il nostro. La sua sorte la nostra. Così ci siamo incamminati sulle vie del Vangelo: seguendo le orme di Cristo, prendendo la croce quotidiana, abbandonandoci alla Provvidenza del Padre celeste, colloquiando con Colui che ci ha rapito il cuore.

Il Vangelo ci ha portati ad amare e servire Dio negli uomini, specialmente gli ultimi, i malati di lebbra. La società del tempo non riconosceva la loro dignità, il Vangelo invece ci ha fatto incominciare proprio da loro. Lo testimoniai nel mio Testamento: “Ciò che prima mi appariva ripugnante, mi si è trasformato in dolcezza di anima e di corpo”.

Il nostro non è stato un progetto umano. E stato – e lo è ancora – un’iniziativa divina. Incominciare una vita di conversione evangelica è stato un suo dono: “Il Signore dette a me, frate Francesco d’incominciare a fare penitenza”, scrissi nel mio Testamento. È stato Lui a donarci l’uno all’altra. E stato Lui a suscitare fratelli e sorelle a condividere la nostra avventura spirituale. Ci aiutavamo vicendevolmente a vivere il Vangelo. E noi abbiamo cercato sempre di seguire Lui, di lasciarci guidare dallo Spirito del Signore ed avere la sua santa operazione.

Lo ripetiamo anche oggi: vivete il Vangelo, parola per parola. Tantissimi durante la storia hanno fatto l’esperienza che le parole di Gesù sono “spirito e vita”. I più rimangono sconosciuti dagli uomini, non entrano nelle cronache, né bianche né nere. A Dio piace nascondere i suoi tesori. Come sono beati quegli uomini e donne che si dedicano con amore, giorno dopo giorno, alla loro famiglia e al lavoro quotidiano. Quanta santità si nasconde nella fedeltà di religiosi/e nel loro impegno di contemplazione e di azione. Quanto coraggio ci vuole per intraprendere oggi la via della consacrazione al Signore.

Noi, ammirati da tutti e dichiarati santi dalla nostra Chiesa, abbiamo sempre sentito il bisogno della conversione evangelica, personalmente e comunitariamente. “Incominciamo a servire il Signore perché finora abbiamo fatto poco o niente”, dicevamo alla fine del cammino terreno. Lo vogliamo ripetere oggi, per incoraggiare gli uomini e le donne del terzo millennio a puntare sul Vangelo che rimane anche oggi Parola di vita.

L’economia, la vita sociale, l’educazione, i vari progetti culturali, il divertimento, lo sport, tutti gli ambiti della vita moderna non hanno niente da temere da Cristo, come ripetono i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Piuttosto c’è da aver paura se manca ogni riferimento al Vangelo nella vita quotidiana e nella legislazione, nella famiglia e nell’amministrazione pubblica. Le parole del Signore rimangono la roccia su cui costruire anche l’Europa del terzo millennio.
 
L’unità della scambievole carità
 
Qualcuno dirà: il Vangelo è per tutti. Il vostro carisma francescano non ha niente di specifico da offrire? Anche qui la risposta può essere breve, ma eloquente. Il Signore ci ha fatto arrivare al centro del Vangelo attraverso “la santa unità e l’altissima povertà[1].

Mentre l’accento sulla povertà è stato molto presente attraverso i secoli, i tempi moderni hanno fatto riscoprire nei nostri scritti il richiamo a questo desiderio ultimo di Gesù “che tutti siano uno”. Quale impressione fece a Igino Giordani, noto politico e giornalista, profondo conoscitore dei Padri della Chiesa e della storia del cristianesimo, nel 1948, la visita di alcuni laici e religiosi francescani: “Esibii la cortesia del deputato a possibili elettori quando vennero a Montecitorio dei religiosi, rappresentanti le varie famiglie francescane, e una signorina, e un giovane laico. Veder uniti e concordi un conventuale, un minore, un cappuccino e un terziario e una terziaria di san Francesco mi parve già un miracolo di unità: e lo dissi[2]. L’unità che vedeva, era frutto d’un carisma posto nel cuore della “signorina” di cui parla: Chiara Lubich. A lei e al Movimento dei Focolari nascente abbiamo potuto fornire un ambiente spirituale, ma era il Signore stesso che faceva nascere un nuovo carisma.

Godiamo che l’unità sia sbocciata in tutta la sua possanza nel ventesimo secolo; che la Chiesa si sia definita nel II Concilio Vaticano “un popolo radunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (LG 1); che Maria, madre della Chiesa sia venuta in rilievo nel suo profilo mariano accanto al profilo petrino; che la Piazza San Pietro si sia dimostrata, alla vigilia della Pentecoste ‘98, un “cenacolo d’unità” tra tanti Movimenti e nuove Comunità; che questo dialogo di comunione si sia allargato ad altre Chiese e Comunità ecclesiali, fino a dare una potente testimonianza a Stoccarda nel 2004: “Insieme per l’Europa”.

Come non godere dell’aprirsi dei cristiani al dialogo con le religioni mondiali, stimolati fra altro dagli incontri interreligiosi voluti da Giovanni Paolo II proprio nella nostra città. Lo “Spirito di Assisi” riunisce gli uomini e le donne della terra al di là delle loro convinzioni religiose per costruire una convivenza mondiale su base di valori condivisi come la pace, la solidarietà, la giustizia, la vita.

Ci ha dato un’intima gioia vedere nell’ottobre 2000 la basilica di San Francesco ad Assisi riempirsi per un dialogo tra il nuovo carisma dell’unità e il nostro carisma plurisecolare. È stato un seme promettente che ha dato avvio ad analoghi incontri del carisma dell’unità con i Benedettini, con le Suore di Madre Teresa, con le Piccole Sorelle di Charles de Foucauld. Ma anche tanti altri Movimenti ecclesiali moderni stanno in un contatto vicendevolmente fruttuoso con seguaci di Fondatori e Fondatrici di istituti grandi e meno grandi.

Si contribuisce così a realizzare il dialogo tra carismi antichi e nuovi, caldamente raccomandato dalla Chiesa. Noi in cielo siamo uniti con tutti i Fondatori e Fondatrici attorno al trono di Dio e vorremmo che fosse così anche tra le realtà carismatiche della Chiesa e tra tutti i componenti del Popolo di Dio: come in cielo così in terra. In questo modo si concretizza “l’unità della scambievole carità[3] che volevamo come regola nelle nostre comunità e che potrà estendersi a tutta la Chiesa, a tutte le Chiese.
 
L’amore a Gesù povero e crocifisso
 
Per realizzare questo alto ideale raccomandiamo l’amore a Gesù povero e crocifisso. Contemplando il crocifisso di San Damiano abbiamo capito fin dove arriva l’amore di Dio: fino al dono completo di sé. Gesù in croce è il nulla d’amore. Non si è tenuto niente per sé. Viveva veramente sine proprio, perché tutto donato al Padre e all’umanità. In lui crocifisso, che grida “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” vediamo la personificazione del nostro ideale dell’altissima povertà.

Non avendo proprietà da difendere potevamo dedicarci completamente agli altri e tutto quello che Dio metteva a nostra disposizione lo condividevamo con tutti. Ecco come vivere la vera fraternità evitando ogni potere sugli altri, ogni egemonia economica, ogni sfruttamento sui più deboli, ogni speculazione sulla povertà altrui. Sentivamo Dio come “Padre e Elemosiniere[4] che ci assicurava la vera libertà in quanto non ci è mai mancato nulla e potevamo andare per il mondo felici e veramente liberi.

Il privilegio di non possedere e la mendicità, che per secoli hanno dato concretezza alla vita in altissima povertà, possono tradursi oggi in solidarietà mondiale. Nelle popolazioni che devono vivere con meno di un dollaro al giorno, sentiamo l’appello di Gesù: “Ho fame”. Nelle vittime dell’AIDS lui ci dice: “Sono malato”. Nei flussi migratori che attraversano il mondo e ogni continente è attuale: “Sono straniero”. In tante persone che ritengono superfluo un riferimento a Dio nella loro vita, Gesù ripete: “Ho sete”.

Il corpo del Signore ancora oggi è stimmatizzato. Ma sono le piaghe del Signore Risorto. Dappertutto, anche tra i nostri seguaci, troviamo testimoni della carità che cambiano la sofferenza in speranza, la morte in vita. Piccoli gesti di eroicità quotidiana si realizzano nel “St. Francis’ Table” a Toronto, gestito da frati e laici dove i poveri con dignità possono mangiare come chi può permettersi un pasto in un ristorante. O nel Kerala dove le Assisi Sisters of Mary Immaculate sono fondate specialmente per curare i lebbrosi. i centri di accoglienza di profughi in Italia e altrove nel mondo.

Dentro e fuori delle nostre comunità ammiriamo l’aiuto fattivo che viene dato alle popolazioni bisognose dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina. L’Europa è stata ed è generosa. Adesso il continente si sta aprendo ad un nuovo atteggiamento. Arrivano dal Sud del mondo sacerdoti, religiosi e religiose a garantire una presenza continuata dei carismi nei luoghi dove mancano le vocazioni. Gli africani con il loro marcato senso della famiglia e della vita possono illuminare gli europei nelle scelte che la bio-etica rende necessarie. Lo scambio di doni coll’Asia non riguarda solo l’economia, ma può arricchire l’Occidente con valori di religiosità millenaria.

Forse in questo momento non si sente tanto la gioia della condivisione mondiale, ma si avverte di più il travaglio e le difficoltà per vivere nel villaggio globale del nostro mondo. Già riconoscere in ciò un volto, magari dolente (NMI 25) di Cristo può essere un contributo della spiritualità cristiana. Anche oggi c’è chi conosce la gioia che viene dal dare, dalla semplicità della vita, dal regno dei cieli che è dei poveri in spirito, dal centuplo che arriva a chi lo cerca. E una liberazione dagli idoli del consumismo per chi segue “l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo[5].

Vivendo il Vangelo sine glossa e puntando sull’unità e sulla povertà si arriva a realizzare l’ideale che fin dall’inizio ha affascinato noi. Rompendo i legami con la nostra famiglia naturale potevamo veramente dire: “Padre nostro che sei nei cieli”. Scoprendo il Padre celeste abbiamo scoperto anche i membri della nostra nuova famiglia. Ogni uomo, ogni donna diventava un fratello, una sorella, immagine di Gesù-Fratello. La fratellanza diventava realtà. La dimensione illimitata dell’amore del Padre la estendeva a tutti. Volevamo aprire menti e cuori di tutti alla fratellanza universale. La redenzione di tutti gli uomini da parte di Gesù dava ancora una dimensione più marcata a questo ideale.

Il mondo del terzo millennio ha un bisogno estremo di riscoprire la fratellanza universale. Il grande papa Giovanni Paolo II l’ha proposta a tutti i cattolici chiamandola spiritualità di comunione: la Chiesa come “casa e scuola di comunione” (NMI 43). Come non ricordare l’appello di Cristo: “Va’ e ripara la mia casa” a tutti quelli e quelle che cercano il significato attuale del nostro carisma? Vivendo l’amore scambievole si attira la presenza di Gesù. Dove due o più sono riuniti nell’amore, si forma una cellula del corpo di Cristo. Lì si ricompone il tessuto ecclesiale e si ripara la casa del Signore.

Ma dovunque ci si incontra in questo spirito di comunione, le persone si ritrovano “a casa”. I nostri seguaci lo stanno dimostrando attraverso “Franciscans International” o le “Fazendas da Esperanza”, ma anche nei contatti quotidiani nelle comunità, negli ambienti di lavoro, tra i giovani, nelle missioni, tra gli emarginati di oggi. Dappertutto incontriamo non tanto opere da costruire o problemi da risolvere, ma fratelli e sorelle da amare.

È noto come abbiamo ravvisato la paternità di Dio anche in tutta la creazione. Tutte le creature erano per noi fratelli e sorelle. Cosa succederebbe se oggi il petrolio venisse considerato fratello? Se i legami coll’acqua fossero come con una sorella? Se nell’effetto serra si tenesse conto della presenza di un fratello, “frate Sole, che dell’Altissimo porta significatione[6]? Se considerassimo la terra “nostra madre”? Allora avremmo cambiato prospettiva e fatto un passo avanti nella risoluzione del problema ecologico.

Come sarebbe bello se la fratellanza fosse vissuta non solo tra singole persone, ma anche tra popoli: se gli spagnoli amassero gli svedesi, i russi i polacchi, i kosovari i serbi, e viceversa. E un’utopia che i gesuiti s’interessino dei montfortani, le canossiane delle francescane dei poveri, i cappuccini dei conventuali? Le belle parole della Novo millennio ineunte e del documento Ripartire da Cristo inducono ad una risposta incoraggiante. E la fratellanza universale diventa realtà se l’Europa comincia amare l’Africa, il continente vicino; se l’Asia vuoi bene all’America; se le Nazione Unite si uniscono nell’amore vicendevole tra politici.
 
Conclusione
 
Utopia? O sogno di un Dio? Nel nostro piccolo abbiamo iniziato a vivere da fratello e sorella con ogni persona che incontravamo. Altri si sono sentiti chiamati a seguire la stessa strada, che non è altro che quella evangelica. Quel seme è diventato un albero rigoglioso che espande i suoi rami su tutto il mondo e su tutte le categorie di persone. Invitiamo gli Europei, la cui storia è stata animata in questi duemila anni dal cristianesimo a seguire la strada del Vangelo ed a farsi promotori nel mondo intero dei suoi valori, affinché tutti gli esseri umani possano sentirsi rispettati, amati e considerati nella loro dignità di figli di Dio.

Chi segue Gesù povero e crocifisso come abbiamo fatto noi, scopre Dio come unico Bene e diventa operatore di pace. La stessa strada è aperta all’Europa e a tutti coloro che vivono negli altri continenti. Vi invitiamo a percorrerla: Il Signore vi dia pace!
 




[1] Regola di Chiara, Appr. 16: Fonti Francescane 2749.

[2] Memorie di un cristiano ingenuo, Città Nuova, Roma 1981, p. 149.

[3] Regola di Chiara 10, 7: FF2810.

[4] 2 Celano 77: FF665.

[5] Cf. Regola non bollata 9, 1: FF29.

[6] Cantico di frate Sole: FF263.

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