L’enigma del cervello in tre storie

Cos’è la mente umana? Quanto contano i ricordi nel definire la nostra identità? Questi i quesiti che suscita la piéce del drammaturgo inglese Nick Payne, che, dopo i successi di Londra e New York, approda in Italia con la regia di Andrea Trovato e quattro attori che interpretano 21 personaggi

«L’immaginazione è più importante della conoscenza, la conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo». Ritorna più volte questa affermazione di Albert Einstein in Incognito di Nick Payne, piéce che affronta il tema della memoria e del cervello, della ricerca di sé, della natura dell’identità e del come siamo definiti da ciò che ricordiamo. Ed è la materia grigia del geniale fisico il centro principale del testo. «I nostri cervelli lavorano costantemente, in maniera estenuante e senza sosta per trasmetterci l’illusione che tutto sia sotto controllo, ma non è così… – dirà uno dei protagonisti –. Il cervello è una macchina narrativa ed è davvero, davvero brava a fregarci! Dover ricordare ci tiene rinchiusi in un certo tipo di carattere, ci rende un certo tipo di persona. Immagina quanto sarebbe liberatorio non sapere chi tu sia».

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Accostando tre storie diverse, due delle quali ispirate da eventi reali e la terza immaginaria, Payne pone l’interrogativo se siamo un prodotto del nostro cervello fisico o delle nostre menti colte, e se la memoria è assoggettata a uno o a entrambi. Si deve al regista Andrea Trovato la traduzione (insieme a Giulio Forges Davanzati) e l’adattamento per la prima messinscena italiana del testo, una novità assoluta che ci fa conoscere ulteriormente il giovane autore britannico. Payne è, infatti, noto anche in Italia per Costellazioni, pièce che si basa su principi della fisica quantistica e della teoria del caos, sull’ipotesi di un infinito numero di universi simultanei e paralleli in cui si verificano ad ogni istante gli stessi avvenimenti con esiti diversi: sistema che Payne prova ad applicare alle vicende di una coppia, e a una serie di possibili sviluppi delle azioni dei due, applicando delle varianti di prospettiva. Incognito ricorda molto questa struttura drammaturgica applicata però a 21 personaggi che si avvicendano in avanti e indietro nel tempo attorno alle tre storie principali che, via via, capiremo essere interconnesse fra loro.

La prima vicenda, realmente accaduta, riguarda il caso di Thomas Stoltz Harvey, un patologo di Princeton che nel 1955 eseguendo l’autopsia su Einstein ne rubò il cervello per poterlo sezionare e studiare nell’illusione di fare grandi scoperte sulla mente umana. L’altro caso scientifico riguarda Henry Molaison un pianista affetto da crisi epilettiche. Nel 1953, per curarlo gli fu rimossa una parte del cervello subendo però la perdita cronica della memoria a breve termine, “condannato” così a vivere un “tempo presente permanente” in cui tutto accade per la prima volta. Il solo ricordo chiaro nella sua mente rimase l’amore per la moglie. La terza vicenda è ambientata ai giorni nostri, e indaga il rapporto tra Martha, una matura neuropsicologa, e Patricia, una giovane avvocato. Da quando la prima si è separata dal marito si è ritrovata a fare delle scelte sentimentali radicalmente differenti nella sua vita. I personaggi sono quindi ricercatori clinici, scienziati e psicologi, un avvocato, un giornalista, poi mogli, mariti e figli, tutti più o meno coinvolti nella ricerca della conoscenza sfuggente di come funziona il nostro cervello. E nella questione rientra anche la discendenza postuma di Einstein.

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L’intreccio multistrato della pièce – che ricorda gli studi cognitivi di Oliver Sacks –, superata la difficoltà iniziale per entrare dentro il meccanismo teatrale, è avvincente. Richiede particolare attenzione, quella necessaria sempre a teatro se si esige da esso riflessioni e domande di senso. Sulla semplice pedana circolare lievemente alzata, tra impalpabili nebbie e girotondi veloci che segnano passaggi di tempi, si muovono i quattro eccellenti ed empatici interpreti – Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti – sempre presenti o seduti nella semioscurità degli angoli pronti all’immediato rientro per assumere i diversi ruoli. Il passaggio da una situazione all’altra, da un personaggio all’altro avviene all’istante, rivelato da un breve suono (musiche suggestive di Fabio Antonelli) e da un cambio di luce, senza particolari modificazioni esteriori che alterino l’aspetto dei personaggi e il loro abbigliamento dalla tonalità grigia. La capacità di comunicare, oltre alla puntigliosa, essenziale ed efficace regia di Trovato dal ritmo serrato, che utilizza un sapiente gioco di luci (di Pietro Sperduti) per determinare luoghi, atmosfere, e stati d’animo, è affidata in gran parte alla bravura degli attori, cui basta un gesto, uno sguardo, una parola per richiamare dei radicali slittamenti di tempo in avanti e indietro, bravi anche nel passare con costante leggerezza dall’ironia al dolore fino ad un finale che è un tuffo al cuore. Spettacolo da non perdere per chi ama il teatro contemporaneo.

“Incognito”, di Nick Payne, regia Andrea Trovato, con Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti, scena Luigi Ferrigno, costumi Tiziana Massaro, luci Pietro Sperduti, musiche Fabio Antonelli. Coproduzione Carmentalia e Gli Ipocriti-Melina Balsamo. A Roma, Teatro della Cometa, fino al 22 aprile 2018-04-13

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