Leggere il Corano per riparare l’offesa a Maria

Un episodio giudiziario minore dà il senso del miracolo del Paese dei cedri: due giovani (musulmani) condannati dalla giudice (cristiana) a imparare a memoria il capitolo del libro sacro islamico che parla di Gesù e Maria. Educazione e conoscenza combattono i fondamentalismi
AP Photo/Hussein Malla

Mounjez è un paesello cristiano del Nord del Libano, nella regione dell’Akkar. Una zona molto “sensibile”, non tanto per la millenaria convivenza tra cristiani e musulmani (i villaggi di solito non sono misti, cioè o sono cristiani o musulmani), quanto per la vicinanza con la Siria, da cui sono arrivati centinaia di migliaia di profughi e rifugiati che ora occupano ancora gran parte dei luoghi abitabili della regione.

Qualche settimana fa, due giovani studenti musulmani di 17 e 18 anni di una scuola tecnica cattolica, legata al santuario di Notre Dame du Fort (Nostra Signora del Forte, o della Cittadella), si sono resi responsabili di un atto di profanazione: hanno cercato di divellere una statua della Madonna dalla chiesa ma, non riuscendovi, con atti osceni e parole sferzanti hanno comunque registrato e poi postato la loro bravata agli amici su Whatsapp. La cosa non è andata come i ragazzi pensavano, cioè come succede alle goliardate, perché anche tra i musulmani la sensibilità religiosa è altissima, e qualcuno ha denunciato il fatto alla magistratura, che ha subito reagito.

La pratica è stata affidata a una giudice d’istruzione cristiana, Jocelyne Matta, che ha convocato i ragazzi e ha loro fatto presente che erano passibili di una condanna a un anno di reclusione ferma per vilipendio della religione. Ma ha subito capito che si trattava di una bravata e che l’incidente poteva trasformarsi in una lezione di etica per i ragazzi, così come per tutti gli abitanti della regione. Così, usando della possibilità offerta al giudice d’istruzione dall’articolo 111 del Codice di procedura penale libanese, ha deciso di trasformare la pena in un atto pedagogico. In effetti ha ingiunto ai due ragazzi di leggere, studiare e ripetere a memoria la “Sura Omrane” del Corano, quella in cui si parla di Maria e della nascita di Gesù.

I ragazzi hanno fatto quanto la giudice chiedeva loro, si sono presentati per alcuni giorni dinanzi all’ufficio di Jocelyne Matta e, controllati a vista dalle forze dell’ordine, hanno svolto il loro “compito”. Poi sono stati autorizzati a tornare alle loro case. Applausi da parte un po’ di tutta la società politica e civile, a cominciare dal premier Hariri, che ha twittato così: «Questa decisione permette di imparare la comprensione reciproca tra comunità cristiane e libanesi». E il vescovo maronita di Tiro, mons. Georges Aboujaoudé, ha così commentato: «La decisione privilegia la coscientizzazione dei giovani, il cui comportamento spesso tradisce una forte ignoranza». E lo sceicco Chaar, ha riaffermato che «l’Islam condanna ogni attentato alle credenze religiose», aggiungendo che «un musulmano non ha il diritto di esercitare pressioni contro credenti di altre religioni, né contro elementi di tutte le religioni».

Ecco, questa pare la chiave del caso di Mounjez: l’ignoranza va combattuta con tutti i mezzi, favorendo la conoscenza soprattutto di quei testi e di quelle tradizioni delle rispettive religioni che permettono al convivenza e il rispetto reciproco. Il Libano è un Paese speciale, in cui la convivenza tra minoranze religiose viene garantita da un complesso sistema politico e sociale. Tutto ciò che favorisce l’ascolto e la reciproca comprensione permette di tenere in vita un esempio unico al mondo, soprattutto unico in Medio Oriente, che ha una funzione di «messaggio», come aveva detto Giovanni Paolo II. Basti ricordare che la ricorrenza del 25 marzo, festa dell’Annunciazione di Maria, per iniziativa di un gruppo di credenti cristiani, musulmani, drusi, alawiti e altro ancora, è stata dichiarata festa nazionale.

Esempi come quello della giudice Matta sono tanto più necessari in un contesto difficile: ieri a Mounjez tutte le bocche erano cucite, soprattutto nel monastero, nessuno voleva far propaganda a un episodio che avrebbe potuto provocare altre reazioni inconsulte. Difficile perciò per il giornalista far parlare giudice, parroci e avvocati. Ma il fatto parla di per sé.

 

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