Le vittime dimenticate della nostra Storia

Nessun riconoscimento di colpa per le brutali decimazioni ed esecuzioni sommarie subite, ad opera dei superiori, dai soldati italiani della Grande Guerra. Il veto del Senato dopo il via libera della Camera
L'alpino Giovanni Battista Coradazzi, condannato a morte nella prima guerra mondiale. Il primo luglio 1916 vennero giustiziati, a Cercivento in Carnia, quattro alpini della 109° compagnia, condannati per rivolta da un tribunale militare speciale riunito nella chiesa del paese. Nonostante i quattro alpini fossero risultati estranei alla protesta dei commilitoni, che si erano rifiutati di tornare all'assalto delle postazioni austriache sul monte Celòn, essi vennero comunque condannati perchè ritenuti istigatori della rivolta, avendo in precedenza criticato i vani assalti frontali, in pieno giorno, che erano costati forti perdite, e suggerendo al loro comandante una manovra di aggiramento notturna, che avrebbe sorpreso alle spalle gli austriaci, facilmente realizzabile dagli alpini, poichè nativi della zona ed esperti del territorio. Paradossalmente, dopo l'esecuzione dei condannati, la cima del Celòn venne conquistata esattamente nel modo da loro indicato. ANSA/ANDREA MEROLA

A oltre cento anni, la memoria della Grande Guerra resta ancora un tabù da rimuovere. O da celebrare acriticamente con i riti da officiare sull’Altare della Patria, il grande blocco marmoreo estraneo all’ordine urbano di piazza Venezia a Roma, tra il Campidoglio e ciò che rimane della grandezza dei Fori.

Una timida e innocua proposta di legge avanzata dai deputati pd Gian Piero Scanu e Giorgio Zanin, con il beneplacito del presidente Mattarella,  e approvata all’unanimità, un solo astenuto, dalla Camera dei deputati alla vigilia simbolica del 24 maggio 2015 ha cercato di fare memoria dei soldati italiani messi a morte ingiustamente per ordine dei superiori del primo conflitto mondiale. Casi dove, spesso, non è rimasto neanche un verbale per documentare il sadico istituto della decimazione delle truppe adottato per punire e prevenire la tendenza alla diserzione o alla disobbedienza.

Bisogna ringraziare un grande storico come Alberto Monticone, che è stato tra l’altro presidente nazionale dell’Azione Cattolica, per aver, assieme al giornalista Enzo Forcella, ricostruito nel 1968 in un testo accessibile a tutti, “Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”, l’attività repressiva dei tribunali militari e la diffusa refrattarietà di un popolo abituato comunque ad obbedire e mandato al macello dall’alleanza tra il re, i vertici governativi, Salandra e Sonnino, e la pressione violenta di quell’interventismo minoritario che esprimeva, tuttavia, gran parte dei ceti intellettuali e dei proprietari industriali.

I deputati attuali di quella Camera dove ancora campeggia enorme l’allegoria bronzea della “gloria” di casa Savoia, si erano limitati a prevedere «la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della prima guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale» per «manifestare la volontà della Repubblica di chiedere il perdono». Il testo prevedeva anche «una targa in bronzo che ne ricorda il sacrificio» all’interno del Vittoriano di Roma. Insomma nulla di sovversivo.

Archivio esercito italiano
Archivio esercito italiano Generale Cadorna alla batteria 305 Val Raccolana sulle Prealpi Giulie

Verso la fine 2016 la commissione difesa del Senato con il suo presidente Nicola Latorre (anch’egli pd) ha capovolto il senso della legge negando la riabilitazione e concedendo, paradossalmente, il “commosso perdono” alle vittime delle infamanti fucilazioni. Si riscontra, in un tale comportamento istituzionale, un’evidente continuità con il mancato dibattito nel Parlamento di allora sulla relazione del generale Tommasi che nel 1919 documentava l’uso indiscriminato delle esecuzioni sommarie verso soldati che rifiutavano spesso di compiere azioni suicide.

Non si tratta di essere pacifisti o guerrafondai, ma dell’ onore nazionale da ristabilire per affrontare le radici della nostra storia, che non può fondarsi sulla menzogna e sull’orrore.

L'alpino Silvio Gaetano Ortis, condannato a morte nella prima guerra mondiale. Il primo luglio 1916 ANSA/ANDREA MEROLA
L’alpino Silvio Gaetano Ortis, condannato a morte nella prima guerra mondiale. Il primo luglio 1916 ANSA/ANDREA MEROLA

La purificazione della memoria non è una formula vuota. Si può partire ad esempio da una delle numerose circolari emesse dal generale Luigi Cadorna, che aveva nel suo stato maggiore noti religiosi  come padre Semeria e, dopo, padre Gemelli. La circolare n° 3525 del 28 settembre 1915  dava questa prescrizione: “Deve ogni soldato essere certo di trovare, all’occorrenza, nel superiore il fratello o il padre, ma deve anche essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi, Ognuno deve sapere che chi tenta ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto, prima che si infami, dalla giustizia sommaria delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre che non sia stato freddato da quello dell’ufficiale”.

Saremo capaci in questo 2017, a cento anni dalla disfatta di Caporetto, di poterne parlare apertamente anche fuori dal Parlamento?

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