Le religioni culle di pace

Ebrei, cristiani, musulmani, indù, buddhisti, sikh: sono 200 i leader religiosi incontrati da papa Francescoin una udienza nell’ambito dell’anno giubilare della misericordia
Leader religiosi

Udienza a 200 leader di diverse religioni nel quadro del Giubileo della misericordia. Anche questo evento offre una cartina al tornasole significativa del papato di Francesco che, come già Giovanni Paolo II nel 2000, inserisce l’incontro con seguaci e leader religiosi ‒erano presenti ebrei, cristiani, musulmani, indù, buddhisti, sikh – nel quadro del Giubileo. In effetti, la misericordia, aspetto che ha rappresentato il costante richiamo di quest’anno voluto da papa Bergoglio, rappresenta un elemento comune alle religioni, condiviso soprattutto, ma non solo, dall’Islam perché presente a diversi livelli nelle varie culture che hanno offerto la culla ai credi dell’umanità. Per questo la citazione che il papa ha scelto, tratta dal Tao-Te-Ching, testo di riferimento taoista: «Il rigido e il duro appartengono alla morte; il molle e il tenero appartengono alla vita» (Tao-Te-Ching, 76)

 

E proprio alla luce di quella tenerezza che caratterizza la misericordia, Francesco si è rivolto ai presenti a questo incontro di comunione nella Sala Clementina, sottolineando come essa rappresenti «la chiave per accedere al mistero stesso dell’uomo, anche oggi tanto bisognoso di perdono e di pace». L’animo che vuole definirsi davvero religioso è quello di colui che sa «chinarsi con compassionevole tenerezza verso l’umanità debole e bisognosa[…] e che respinge la tentazione di prevaricare con la forza, che rifiuta di mercificare la vita umana e vede negli altri dei fratelli, mai dei numeri». La misericordia non può restare un semplice sentimento ma richiede uno stile di vita fatto di «amore disinteressato, servizio fraterno, condivisione sincera». Il papa argentino può farsi interprete di questo proprio perché testimone lui stesso in prima persona di quanto dice. Leader di ogni religione, infatti, riconoscono oggi a Bergoglio una autorità morale che viene da una vita coerente fatta di gesti semplici, ma significativi, spesso coraggiosi e controcorrente. Sono questi gli atteggiamenti che possono portare gli uomini e le donne di fede, qualsiasi siano i loro credo, ad uno stile di vita che dimostri come le religioni possano essere davvero «messaggere di pace e artefici di comunione».

 

La via dell’incontro continua ad essere la strada privilegiata. Qui Francesco, come sempre, dimostra di essere tutt’altro che sprovveduto. L’incontro vero è, infatti, quello lontano da sincretismi concilianti, capace di rendere gli uomini e le donne «più aperti al dialogo per meglio conoscersi e comprendersi». Un tale atteggiamento fa cadere il pericolo di qualsiasi «forma di chiusura e di disprezzo ed espelle ogni forma di violenza e di discriminazione». Francesco ha parlato all’animo dei presenti, invitando ciascuno ad ascoltare quella voce divina che risuona nel cuore di ogni uomo. Ogni tradizione “autenticamente religiosa”– ha sottolineato – spinge il cuore a «farsi vicini a quanti vivono situazioni che richiedono una maggiore cura, come la malattia, la disabilità, la povertà, l’ingiustizia, le conseguenze dei conflitti e delle migrazioni». In tal senso la voce di Dio dentro la coscienza di ciascuno invita «a superare il ripiegamento su sé stessi e ad aprirsi: aprirsi all’Altro sopra di noi, che bussa alla porta del cuore; aprirsi all’altro accanto a noi, che bussa alla porta di casa, chiedendo attenzione e aiuto».

 

Un dialogo fra uomini e donne di religione, quindi, che non si chiude in riflessioni ed elucubrazioni teologicheo accademiche ma che, attraverso l’incontro e l’ascolto di Dio nel profondo della propria coscienza, deve spingere a vivere concretamente ed insieme, per coloro che sono nel bisogno, oggi e attorno a noi, come singoli e comunità.

 

Non poteva mancare, poi, un riferimento alla violenza e alla sua strumentalizzazione religiosa. L’invito di Francesco si fa autorevole e perentorio. «Non accada più che le religioni, a causa del comportamento di alcuni loro seguaci, trasmettano un messaggio stonato, dissonante da quello della misericordia. Purtroppo, non passa giorno che non si senta parlare di violenze, conflitti, rapimenti, attacchi terroristici, vittime e distruzioni. Ed è terribile che per giustificare tali barbarie sia a volte invocato il nome di una religione o di Dio stesso». Siamo tutti chiamati, infatti, come esseri umani, e ancor più come credenti, ad intraprendere un cammino che dobbiamo «percorrere insieme per il bene di tutti, con speranza. Siano le religioni grembi di vita, che portino la tenerezza misericordiosa di Dio all’umanità ferita e bisognosa; siano porte di speranza, che aiutino a varcare i muri eretti dall’orgoglio e dalla paura».

 

Significativa, fra le presenze nella Sala Clementina a salutare il papa anche rappresentanti del Conseil français du culte musulman, guidati dal presidente Anouar Kbibech. La delegazione «ha ringraziato il papa per le sue prese di posizioni contro la confusione tra religione e terrorismo». Il viaggio dei rappresentanti del Cfcm, promosso da monsignor Michel Dubost, vescovo di Evry e responsabile della conferenza episcopale francese per le relazioni con l’islam, punta creare una maggiore comprensione reciproca dopo gli attentati jihadisti di questa estate.

 

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