Le Notti magiche di Virzì

Il registra propone un film sul cinema, che non brilla come altre sue opere del passato, e guarda ai grandi miti della cinematografia nostrana umanizzandoli e mettendone in luce i difetti e i limiti.

Non è un film perfetto, Notti magiche di Paolo Virzì, e rispetto ad altre pellicole di questo importante regista italiano, è zavorrato da aspetti macchiettistici che indeboliscono i personaggi scarnendoli parzialmente di umanità e drammaticità. Vale soprattutto per i protagonisti: tre giovani aspiranti sceneggiatori con estrazioni sociali e culturali diverse, tutti riuniti a Roma come finalisti del premio Solinas.

Ciò non toglie che il ritorno in Italia dell’autore toscano (dopo la parentesi americana di Ella & John) possegga sufficiente sostanza per farci riflettere: è un film sul cinema, Notti magiche, più nel dettaglio sul cinema italiano. Ancor di più sulla condizione di stagnamento, di crisi, di agonia – chiamiamola come vogliamo – della fabbrica italiana dei film nell’estate del 1990.

Le notti del titolo, infatti, sono quelle tra il giugno e il luglio di quell’anno, quelle magiche dei Mondiali di calcio che ci videro Paese ospitante e protagonista sfortunato. Forse, però, insieme e magari ancor di più di quel momento storico e dell’affresco di quell’epoca, al regista e ai co-sceneggiatori (Francesco Piccolo e Francesca Archibugi) sta a cuore illuminare il doppio fondo del cinema, inteso come mondo dello spettacolo: il suo trasformarsi in coro di sirene ammalianti che distruggono i più fragili, siano essi i sognatori ingenui o disgraziati capitati su quelle sponde un po’ per caso.

Ci sono alcuni personaggi minori, nel film, che attratti da una luce abbagliante sono rimasti impigliati nella rete, impossibilitati a liberarsi perché impauriti dall’idea di vivere una vita comune, normale. C’è la compagna giovane e svampita del produttore cafone interptetato da Giancarlo Giannini, e c’è il suo autista, ex comparsa ed ex stuntman, finito a guidare l’auto del padrone quando il poliziesco all’italiana ha smesso di fare soldi al botteghino.

C’è il regista cronicamente militante (un ottimo Andrea Roncato), impegnato e schierato politicamente per principio e per ruolo: un rompiscatole bandito dalla Rai e ridotto a vivere in uno scantinato con qualcuno che per tenerezza gli porta da mangiare. C’è infine il personaggio interpretato da Emanuele Salce: un escluso che fa finta di essere nel giro, uno che vive una vita indegna pur di sentirsi particella di quel mondo dorato e affascinante. Uno che chiama tutti per nome, che sa tutto di tutti, ma di lui nessuno sa nulla, nessuno lo vede.

Ricorda uno dei personaggi più tristi della commedia all’italiana: il dolente Baggini di Ugo Tognazzi in Io la conoscevo bene, di Antonio Pietrangeli, capolavoro del 1964. Non è nemmeno, quello dipinto da Virzì, un quadro elogiante gli intellettuali o le menti geniali del cinema italiano che fu: quello dei maestri più o meno impegnati che l’hanno reso celebre. E se c’è un pregio, in Notti magiche, è quello di smontare ogni descrizione mitica e reverenziale di un ambiente che l’autore conobbe (e conosce ancora) molto bene, lavorando di normalizzazione: non tanto costruendo mostri, ma semplicemente illuminando il profilo più misero di personaggi blasonati e celebrati, il loro essere, nonostante la fama, comunque poveri cristi con tic e difetti.

Virzì umanizza con piccolezze e limiti personaggi che rimandano con una certa facilità ai grandi Michelangelo Antonioni, Ennio De Concini e Furio Scarpelli, per citarne solo alcuni. Il loro mondo è piccolo di discussioni rumorose e svogliate, di bisogni intimi frustrati, di un lavoro inteso soprattutto come affermazione personale, in certi casi nemmeno artistica, solo economica. La loro umanità è messa in ombra da una cornice brillantissima, ma da vicino consumata e forse nemmeno troppo di valore.

È come se Virzi, Piccolo e Archibugi volessero dirci che da vicino chiunque è normale, anche il loro amato cinema. Che i miti si possono cantare rimanendo a distanza, oppure annullare avvicinandosi ai dettagli. Il cinema non è solo strumento edificante, dono per lo spettatore, ma è anche oggetto privato di una ristretta cerchia di persone.

Però Virzì non è troppo cattivo, si potrebbe obiettare, in questo film: un po’ condanna e un po’ è affettuoso. Certo, non vuole denunciare, solo aggiungere verità alla descrizione di un mondo spesso solo celebrato e mitizzato. E lo fa attraverso tre ragazzi piuttosto puri, come quasi sempre lo sono i suoi protagonisti, a cominciare dal mitico Piero Mansani di Ovo sodo, del lontano 1997: figlio della Piombino operaia, talentuoso e sensibile, ma sfiduciato e poco palestrato emotivamente, per farcela in un contesto diverso da quello popolare in cui era cresciuto.

Anche in Notti magiche, uno dei tre ragazzi aspiranti sceneggiatori giunti a Roma è di Piombino, e addirittura si presenta con una lettera di raccomandazione degli operai della città, come pare abbia fatto lo stesso Virzì al provino per il Centro Sperimentale. Un secondo giovane viene dalla Sicilia, è colto e studioso, e una terza è figlia di un personaggio molto influente – un politico – e di una famiglia romana molto agiata. Non è la più forte dei tre, tuttavia, anzi è fragilissima, costretta ad imbottirsi di calmanti per affrontare ogni quotidiana esperienza.

Tutti e tre impattano una Roma abitata da una fauna cinematografica a volte allegra e spesso decadente, indifferente, in qualche caso molto cinica e violenta. Tutti e tre sapranno aprire gli occhi nel giro di un mese, riusciranno a modo loro a liberarsi dalle rete, divenendo coscienti che una cosa è la passione, un’altra è la patologia. Una cosa è avere sogni e lottare per farli diventare vita, un’altra è rimanere schiavi di un idolo, diventando incapaci di ascoltare il proprio intimo sentire.

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