Lampedusa un anno dopo

L’isola è stata casa di migliaia di profughi provenienti dal Nord Africa. La generosità e la rabbia, la fede e la debolezza, la speranza e la solitudine di un popolo alla periferia dell’Europa.  
Migranti

Sono frenetici gli sms scambiati con una fotografa di Lampedusa tra i primi giorni di febbraio e la fine di marzo del 2011. Gli sbarchi di migranti fuggiti dalla Tunisia si susseguivano in modo incalzante: 400, 600, anche tremila al giorno. Cifre che hanno trasformato il Mediterraneo da mare in ponte, per la frequenza e i numeri con cui veniva costantemente attraversato da giovani nordafricani affamati di vita.
Poi la frenesia ha lasciato il posto all’ordinarietà: nuove carrette del mare, meno numerose, sono continuate ad approdare sull’isola, trasportando donne e uomini dell’Africa subsahariana, scampati alle persecuzioni religiose di Somalia e Nigeria. Gli sbarchi dei primi di febbraio talvolta recavano l’ebbrezza dell’avventura, la sfida tipica di chi guarda a una nuova esistenza; quelli di fine anno portavano invece mestizia e tragedia, perpetrata da anni.
 
L’inizio
 
5 febbraio – “Sto assistendo a uno sbarco in diretta, saranno 200: che pena!”. “Gli sbarchi sono ripresi con frequenza e mi chiedo se sia una strategia che a ogni sbarco ci devono essere dei morti, dopo i 25 dell’altro ieri, ci sono i dieci di oggi”. “Sbarchi continui da ieri, un gruppo è arrivato da solo all’Isola dei conigli: ora siamo a 1600”.
La storia della cosiddetta Primavera araba, su questo scoglio di appena 20 chilometri quadrati al centro del mare nostrum, è scritta da centinaia di barconi e da migliaia di senzatetto, accampati per giorni su una collina senza servizi e senza cibo. La parola emergenza è rilanciata dai media con insistenza; emergenza grida don Stefano Nastasi, parroco dell’isola, dalla sagrestia della parrocchia trasformata in doccia pubblica. Emergenza ripete il sindaco di fronte al silenzio e ai ritardi delle istituzioni.
Un’emergenza che per i pescatori e gli abitanti dell’isola si traduce in porte aperte per ospitare questi giovani smarriti, coperte e vestiti, pentoloni di cibo allestiti ogni sera nelle due piazzette di via Roma, ricariche telefoniche e soldi. Come può imbarcare per i mercati dell’Europa i suoi oltre 300 chili di pesce, il capitano del peschereccio La Graziella, quando sul molo lo attendono più di seimila bocche affamate? Le cassette di merluzzi, calamari, polpi, volano dal ponte come dono di festa per questi ragazzi, pronti ad allestire braci di fortuna sulle spiagge per sfamarsi.
 
L’emergenza
 
20 marzo – “Tanta gente si è precipitata alla spiaggia della Guitgia per impedire lo sbarco di mille immigrati”. “Che si può fare? La situazione sta peggiorando. I politici dicono che non si può parlare di emergenza: non vedono e non vogliono vedere ciò che il povero e disperato vede”. “Ci sono 60 barconi in arrivo, la situazione precipita”.
L’isola è intanto diventata una discarica a cielo aperto. La piazza, le scale della chiesa, la collina del porto vecchio – nota come “collina della vergogna” -, è una distesa di alloggi di fortuna, allestiti con cartoni, tende di fortuna, teli per le barche. Mancano i servizi igienici e gli olezzi sono nauseabondi. I bambini e i ragazzi sono ospitati dentro la riserva marina: il loro giaciglio sono i pavimenti. Gli albergatori hanno aperto gli hotel e i ristoratori hanno offerto a turno un pasto caldo. Intanto la politica tarda, non decide: manca una strategia dell’accoglienza, o non si retrocede su scelte ideologiche sull’immigrazione, neppure di fronte alle tragedie. Perché, assieme ai sopravvissuti, sbarcano anche i cadaveri, che al cimitero di Lampedusa trovano sepoltura, con una croce e un numero. Il custode non si preoccupa della fede, qui importa più la dignità, fatta anche di fiori di plastica, che sulle tombe più antiche il sole ha già sbiadito. Sull’isola per protesta si issano bandiere tunisine. I numeri delle presenze sono oramai invertiti: 6.500 migranti a fronte di 4.500 residenti.
Non basta far leva sulla bontà della gente, bisogna trovare il giusto equilibrio tra l’accoglienza e l’assistenza umanitaria garantita dallo Stato, perché c’è il rischio di esasperazione collettiva”, commenta don Stefano. “Continuate a pagare quanto non si riesce a decidere nei palazzi di chi amministra. Il problema dell’Africa è un problema di tutti”, ribadisce il vescovo Francesco Montenegro, che viene più volte nel lembo più estremo della sua diocesi a sostenere la comunità che non si risparmia.
A tutte le ore del giorno e della notte si distribuiscono indumenti, si offre cibo arrivato dalla Sicilia in beneficenza, si prova a rintracciare le famiglie dei migranti, per far sapere che i loro nomi non si uniranno a quelli degli oltre diciottomila che nel Mediterraneo hanno trovato la loro tomba. Inevitabili, nel caos, diventano i primi atti di sciacallaggio: domicili violati, furti nelle dispense, scippi, barche vandalizzate per recuperare cuscini e coperture di fortuna.
L’isola ha resistito finora con dignità e solidarietà – conferma Giusi Nicolini di Legambiente – ma non può restare sola”. Francesca, mentre scarica sacchi di cibo, afferma decisa: “Non sono poveri cristi, ma Gesù che cammina per le nostre strade e ci domanda ancora: ‘Avevo fame, ero senza vestiti’, e per questo stiamo cercando di assisterli al meglio”. “Lampedusa è piccola ma ha un cuore grande, l’Italia è grande ma ha un cuore piccolo”, ha commentato Sidi, un giovane tunisino rivolgendosi a don Stefano, mentre in uno stentato italiano disegna su un cartone: “Grazie Lanpidusa”.
Da gennaio ad aprile, sull’isola sono sbarcati più di 30 mila migranti, provenienti in gran parte dalla Tunisia. L’Acnur, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati, ne ha contati alla fine dell’anno 58 mila: alla prima ondata si sono assommati quelli provenienti dalla Libia scagliati da Gheddafi come bombe umane contro l’Europa. Un’accusa confermata da chi su quelle carrette del mare è stato costretto a salire con la forza, come testimoniano Asif e Cristina. Lui vende macchine, lei è infermiera. Una notte i miliziani sono piombati nelle loro case e con i fucili puntati li hanno imbarcati a forza.
 
L’accoglienza e la mobilitazione
 
3 aprile – “Sono scappati un bel po’ di tunisini dal centro e ora protestano al molo Favaloro, c’è spiegamento delle forze dell’ordine”. “Abbiamo tutti tanta paura. Don Stefano, insieme al vescovo, ha deciso di non accettare nessun aiuto economico dello Stato per riparare la casa della fraternità: ‘È nata con la vostra carità e così deve continuare a vivere. Non vi chiederò niente perché avete dato tanto: si rifarà con quello che la provvidenza vorrà mandarci’“. “Su richiesta di Napolitano arriverà una nave che ne porterà via mille, duecento sono partiti con il ponte aereo”.
Il Cie (Centro di accoglienza), riaperto dopo tante polemiche, tiene segregati più di mille e duecento migranti quando i posti disponibili non devono superare i 700. L’esasperazione per le notizie frammentarie che parlano di rimpatri, e non più di trasferimenti in altri centri italiani, rendono incandescente l’atmosfera e provocano ribellioni di massa. La Casa della Fraternità, luogo dei ritiri parrocchiali, trasformata in alloggio per minori, viene bruciata e vandalizzata.
Le navi avvistate all’orizzonte, che nella loro pancia portano via conoscenti e amici, acuiscono paure e solitudine di questi bambini arrivati senza famiglia, dopo traversate da incubo: anche 26 ore in mare senza acqua e cibo. Come è accaduto ad Omar, musulmano, imbarcato su un barcone dalla vicina cristiana che gli ha fatto da madre, si è ricordato del suo consiglio: se sei in pericolo entra in una chiesa, troverai qualcuno che ti aiuterà. Arrivato senza scarpe e fradicio su quei gradini, ha trovato una famiglia: Omar infatti verrà adottato da una coppia lampedusana.
In aprile, a sorpresa, arriva agli isolani una via crucis dedicata a loro, “cirenei e veroniche di queste migliaia di migranti che servono Gesù profugo”. L’ha scritta un sacerdote di Tortorici che la celebrerà in contemporanea nella sua parrocchia, perché anche nelle sofferenze la Chiesa è universale. Intanto le regioni italiane si mobilitano per approntare l’accoglienza, a seguito delle decise sollecitazioni dell’Europa e dopo la decisione del governo di distribuire i migranti su tutta la Penisola.
La Toscana propone un suo modello: non tendopoli, ma case e centri diffusi sul territorio, dove il rapporto con la popolazione locale sia normale, non esasperato dai numeri. Lo scorso gennaio, alla scadenza del permesso di soggiorno, concesso per motivi umanitari su sollecitazione della Caritas, i sindaci di vari comuni della regione hanno scritto al presidente, chiedendo che i migranti non venissero rimpatriati: “Gli abbiamo offerto corsi di italiano e di orientamento al lavoro. Li abbiamo inseriti nel territorio. Tanti di questi giovani hanno un buon livello culturale e non vogliamo perderli. Significherebbe il fallimento della nostra scelta di accoglienza”.
 
La Chiesa di Tunisi
 
20 settembre – “Lampedusa è una cappa nera: hanno dato fuoco al centro e loro sono tutti scappati. La situazione è degenerata, hanno minacciato di far esplodere la pompa di benzina, i lampedusani hanno reagito e sono finiti in ospedale”. “È arrivato il vescovo di Tunisi per esprimere la gratitudine della Chiesa tunisina a quella di Lampedusa, ma i disordini mettono a rischio la processione della Madonna”.
Sono la rivolta e gli scontri tra tunisini e lampedusani con feriti e disordini gravi ad accogliere l’arcivescovo di Tunisi, Maroun Elias Nimeh Lahham, giunto sull’isola per celebrare la festa della Madonna di Portosalvo. Trova isolani “stanchi e soli”, mentre i suoi connazionali sono “disperati” per la notizia del rimpatrio, per le condizioni in cui vivono dentro al centro: numeri ingestibili, giacigli di fortuna, pasti monotoni e scarsi.
Su quest’appendice dell’Europa le convenzioni sui diritti umani sono carta e la dignità della persona è ancora una volta crocefissa. Mons. Lahham chiede una riflessione profonda sul fenomeno dell’immigrazione, che non deve essere considerato come costante emergenza, ma come un fenomeno con cui dobbiamo imparare a convivere. Condanna le violenze, ma “quando la gente è disperata si arriva a fare di tutto, anche sciocchezze. Finché l’economia in Tunisia non ripartirà e il turismo non ritornerà ai livelli precedenti la caduta del governo, continueranno ad esserci centinaia di migliaia di disoccupati che sogneranno questo paradiso, anche se di fatto il paradiso non c’è e non è realizzabile. Ma 800 mila persone senza lavoro non sentono giustificazioni”.
A scendere in piazza sono ora i lampedusani dopo un’estate che ha visto il crollo del turismo, prima fonte di sostentamento per l’economia locale, nonostante gli incentivi del governo per far vacanza sull’isola. “Duecento euro a persona sono nulla, se poi solo il biglietto aereo ne costa 250”, spiega Damiano, rappresentante degli albergatori.
Il piano di interventi strutturali su strade, piano urbanistico, fognature, promesso dal Presidente del Consiglio Berlusconi, durante la sua visita in marzo, sembra quanto mai distante. La sospensione delle tasse, la diminuzione del gasolio per i pescherecci, il primo pieno gratis, non trovano riscontro nella realtà fatta invece di una stagione magra, con hotel vuoti e presenze turistiche al lumicino.
Gli sbarchi sottotono continuano, ma il Cie è inagibile e quindi i voli per il continente (così chiamano qui la Penisola italiana) o per il rimpatrio, talvolta senza identificazione, sono costanti. L’Italia, in gennaio, è stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per avere violato il principio di non respingimento sancito dalla Convenzione dei diritti dell’uomo, che proibisce di respingere i migranti verso Paesi dove possono essere perseguitati o sottoposti a trattamenti inumani o degradanti.
Intanto i familiari di 250 migranti hanno cominciato un pellegrinaggio nei Centri italiani e presso le autorità per chiedere notizie dei loro cari, intervistati e inquadrati dalle tivù e ora scomparsi. Chiedono dati, collaborazioni, ma per ora solo silenzio e muri di gomma.
 
Ultimo sms
 
23 dicembre – “Sono arrivati un gruppo di somali e di eritrei, molto provati. Mi sono precipitata al pronto soccorso per portare le coperte. Alcune signore avevano portato un biberon e vestiti da neonato: c’è una bambina di pochi mesi. Che festa veder passare dalla disperazione alla gioia una signora eritrea: ha ritrovato il marito che pensava morto”.
Quest’isola continua a scrivere pagine nel manuale d’umanità che vuole consegnare alla storia. Ci sono i migranti con i loro sogni, la cortesia e la dignità che non muoiono, anche se da cinque giorni dormono su una roccia coperti di stracci, senza la possibilità di una doccia e di un pasto decente, senza il rischio di masticare maiale. Chi può dimenticare la tenda di Sidi: una baracca di teli di plastica, coperte termiche e stracci, dove ti viene offerto del pesce appena arrostito su una brace altrettanto fatiscente, perché l’ospite è sacro pur tra lo scempio.
Ci sono la rigidità degli schemi politici che non contengono gli aneliti di libertà e i primi balbettii democratici di popoli che condividono il nostro stesso mare. Ci sono i fatti di Vangelo, tralasciati dai media, e la generosità e la fede di un popolo, unita alla rabbia dell’abbandono e allo smarrimento. Infine c’è l’etica della responsabilità e del Vangelo che sanno guardare oltre gli slogan politici e le etichette di delinquenti e clandestini.
C’è la legge del mare che ti obbliga al soccorso anche quando sai che recuperare questi disperati alla deriva ti costerà una multa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I pescatori continuano a farlo memori anche di quella grotta dedicata a Maria dove fin dall’VIII secolo i naviganti arabi o occidentali lasciavano i viveri per chi sarebbe approdato dopo, incuranti della religione e del colore della pelle, preoccupati solo dell’uomo.

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