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Italia > Società

La tv, tra finzione e realtà

di Emanuela Megli

- Fonte: Città Nuova

Lettera aperta ai responsabili della trasmissione Uno mattina di Rai 1. Luci ed ombre della televisione italiana

uno mattina storie vere Georgia Luzi e Savino Zaba

Ho partecipato al programma Storie Vere di Uno Mattina, invitata dalla redazione Rai 1 a seguito della lettura del mio articolo Emergenza Sicurezza in città apparso il 3 settembre scorso sul portale della rivista Città Nuova. Dopo essermi assicurata che non si trattasse di un programma di gossip, ho accettato, affermando che il motivo della mia adesione consisteva nella certezza che la denuncia dei casi di criminalità è uno dei mezzi per sollecitare riflessioni e possibili provvedimenti. Ho anche comunicato alla redazione Rai, che avrei avuto il piacere di esprimere le mie opinioni a riguardo di esperienza positive già avviate in Italia, di cui la rivista per la quale scrivo è promotrice. Mi hanno confermato che mi avrebbero fatto diverse domande, tra le quali anche una inerente le possibili soluzioni al problema, nella quale avrei potuto parlare di educazione alla legalità.

Una volta in diretta, la situazione si è rivelata  differente da come mi era stata presentata. In primis perché i diversi episodi inerenti la scarsa sicurezza dei cittadini, mettevano in risalto l’origine multietnica dei colpevoli dei reati, arrivando a far intendere che esista una connessione tra l’aumento di criminalità e il fenomeno dell’immigrazione, smentita in seguito da uno dei conduttori e da qualche ospite della trasmissione. Ma il perpetuarsi di queste associazioni ha fornito comunque agli ascoltatori una conferma di questa visione degli eventi. In secondo luogo, non mi sono state poste le cinque domande concordate, ma solo una riguardante la mia storia personale, utilizzata per aggiungere altro pathos agli eventi prima narrati, generando una rappresentazione allarmante della realtà.

Ho avuto la netta impressione che la linea del programma fosse già tracciata e che il mio intervento, come quello degli altri quattro ospiti, era servito soltanto per condurre gli ascoltatori a certe conclusioni. A sottolineare questo aspetto, si può notare la scelta di far intervenire sui diversi argomenti alcune delle persone del pubblico in studio, che richiamano alcuni dei più comuni stereotipi, come ad esempio l’intervento del ragazzo giovane e vestito in modo informale con piercing e orecchino al naso, aperto al concetto di integrazione e non discriminazione delle persone di altre nazionalità. In senso contrario, la denuncia fatta da parte della donna benvestita e colta, che afferma il rischio per le donne di girare da sole in città, a causa della presenza di cittadini stranieri immigrati o extracomunitari. A questo si aggiungono commenti e applausi fuori campo indotti dallo staff di studio, e le domande dei conduttori volte a sottolineare dettagli irrilevanti che potessero aggiungere considerazioni a sostegno di particolari ipotesi di ragionamento.

Mentre emergevano queste considerazioni che descrivevano una realtà ben differente da quella che conosco, pensavo al paradosso personale di essere una persona impegnata nella costruzione di una società interculturale ed inclusiva, mentre ero presente, e quindi in qualche modo contribuivo, ad una trasmissione che alimentava la paura dello straniero e del diverso. Avrei potuto parlare a lungo dei progetti di intercultura e di educazione alla cultura della legalità presenti in molte città italiane, nei quali sono impegnata in prima persona e invece, mi sono limitata a darne solo qualche lieve pennellata, nel tempo che sono riuscita a strappare alla scaletta preconfezionata della trasmissione.

Della televisione, uno dei più importanti strumenti di potere, ho capito che essa è capace di diffondere le idee e di convincere “mettendo in scena” la realtà, tra il fascino della visibilità e il senso di onnipotenza che ne può derivare per chi la fa e per chi la guarda, restando molto lontana tuttavia, dal rispetto della libertà di pensiero e dalla tanto reclamata libertà di stampa. La mia vicinanza va a tutti quei professionisti e produttori che conosco e che ogni giorno si impegnano, anche in televisione, a costruire una realtà quanto più vera e plurale possibile, soffrendo per i tagli e i cambiamenti di scena che, loro malgrado, si verificano per le scelte di altri, nel corso della conduzione del programma. O sarà forse per effetto della necessità di accontentare tutte le tesi, confermando la tendenza generalista della nostra televisione?

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