La Tigre celtica al bivio

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Un salto a Dublino. Mettetelo in programma. Anche in questo periodo. E non tanto per i voli a basso costo che collegano la capitale irlandese con tanti aeroporti nazionali. Ci sono ragioni sufficienti sia per chi manca da un po’ di tempo, sia per chi vi giunge per la prima volta. Gli uni e gli altri non tarderanno ad accorgersi di essere atterrati in una città globalizzata. Dublino viene plasmata dalle logiche più avanzate dell’Occidentale e sta divenendo un laboratorio di convivenza di varia umanità. Il centro della città vanta adesso molteplici innovazioni, sulle quali svetta il polo finanziario – metafora ed emblema della rivoluzione copernicana irlandese -, che ospita le sedi di aziende finanziarie e assicurative di rilevanza mondiale e occupa quasi 20 mila persone. L’ampia area del porto, con zone degradate o non valorizzate, è stata trasformata in un gigantesco cantiere, dove vengono tirati su in tempi rapidi immobili d’avanguardia. Numerose gru lungo il fiume Liffey testimoniano il boom edilizio ancora in atto, mentre nelle campagne appena fuori città grandi e lussuose ville segnalano la ricchezza che ha investito l’isola. Stavamo navigando verso le cascate del Niagara ancora negli anni Ottanta – ci spiega con un’immagi- ne efficace l’economista Raymond Kinsella, volto noto nel paese per i suoi commenti televisivi e docente alla Smurfit Business School dell’University College di Dublino -, eravamo in presenza di una grave crisi economica e di un flusso migratorio di studenti e persone preparate. Poi siamo riusciti a cambiare rotta appena in tempo. Tanta floridezza nell’isola sempre verde e dalle galoppanti nuvole basse non si era mai vista. Dal 1845-48, quando i mancati raccolti delle patate avviarono un drammatico periodo di carestia, il paese ha sempre visto partire tanti suoi figli. Gli abitanti del 1841 (8,3 milioni) si ridussero a 4,6 nel 1901 e la diminuzione è proseguita sino al 1995. L’aggancio con l’Europa è stata la premessa del cambiamento. Nel 1972 l’ingresso nella Comunità europea; nel 1978 l’abbandono dell’unione monetaria più antica, quelle con la Gran Bretagna, in piedi da 150 anni; successivamente, l’ingresso nel Sistema monetario europeo, con i relativi tagli al bilancio pubblico deficitario per rientrare nei parametri minimi d’ammissione. Un’operazione, quest’ultima, resa possibile da un inedito sforzo di concertazione – la chiamano compartecipazione sociale – tra governo, forze economiche e parti sociali, accomunate come mai dall’intento di rompere le catene di un modesto sviluppo che segregavano il Paese. Nell’ultimo decennio, l’Irlanda ha registrato un decollo formidabile, con tassi di crescita del 9 per cento e la scalata, come certificato dalla Banca Mondiale nel 2004, sino al 12° posto nella graduatoria mondiale dei paesi con maggiore ricchezza prodotta. La Tigre celtica è entrata a pieno titolo nel panorama internazionale. Niente è stato casuale. I fondi strutturali europei per lo sviluppo sono stati utilizzati per avviare nelle università una specifica formazione nei settori del futuro, in particolare nella tecnologia dell’informazione; le vantaggiose tasse alle imprese (12,5 per cento) hanno attratto qui sino alla metà degli investimenti europei delle multinazionali Usa, che hanno trovato personale preparato e la stessa lingua. Dalla Dell alla Intel, alla Microsoft, i colossi dell’informatica hanno nell’isola la loro base operativa continentale. È un periodo davvero eccezionale, commentano al ministero delle Imprese. Costretti a cercare lavoro altrove da un secolo e mezzo, gli irlandesi assistono da alcuni anni ad un fenomeno inconsueto, il ritorno di tanti connazionali. Magari con preziose esperienze professionali maturate all’estero e finalmente spendibili a casa. Nel 2004, la popolazione è tornata a superare la soglia dei 4 milioni di abitanti. Consistente l’immigrazione, soprattutto dell’Europa dell’Est, ma anche araba, orientale e africana. È assai frequente trovare i tram delle nuove linee popolati di persone di madre lingua non inglese. Oggi l’isola degli emigranti è un’isola di immigrati – commenta Joseph O’Connor, scrittore irlandese che abita a Delkey, appena fuori la capitale — Cammini per Dublino e vedi facce nere, asiatiche, che prima non c’erano. Gente che parla inglese, come a Londra, e non gaelico. Siamo diventati adulti. La portata e la rapidità del cambiamento la si vede nei locali di Temple Bar, ma anche negli alberghi e nei ristoranti delle zone decentrate, nei negozi, tra le collabo- ratrici familiari e i muratori: il personale viene nella quasi totalità dall’Est europeo. C’è una grande mescolanza – riconosce Robert Samson, origine filippina, dirigente di centri sociali per giovani – ma si sente un clima d’opportunità per tutti. La maggioranza delle persone arrivate sono giovani e animate da grande speranza. Paradossalmente, però, è proprio il sostenuto sviluppo a creare difficoltà crescenti a tanta parte della popolazione. La ricchezza ha fatto schizzare in alto il costo della vita – anche il pub non è più economico come un tempo -, il traffico è diventato caotico, la fame di case ha lievitato il prezzo degli immobili del 400 per cento in dieci anni. Servono almeno 250 mila euro per un piccolo appartamento, ma a Dublino la cifra minima sale a 300-350 mila. Le giovani famiglie sono costrette a soluzioni abitative periferiche o fuori città, ed entrambi i coniugi devono lavorare fuori per poter vivere. L’elevato costo degli asili, quasi unicamente privati, costituisce un ulteriore problema. Così, il Paese con il più alto tasso di natalità in Europa ha scoperto, conti alla mano, che avere due figli è già un lusso. In buona sostanza, il boom non garantisce un futuro sereno. Il costo del lavoro sta salendo a causa della scarsità di manodopera e dell’aumento del costo della vita. Ragione sufficiente, questa, per ridurre la capacità d’attrazione verso gli investitori esteri. La Tigre è ad un bivio. Siamo diventati un’economia moderna – ha scritto Eddie Hobbs, esperto di finanza e autore di una fortunata guida su come gestire i debiti personali – ma questo non significa che siamo diventati una società moderna. Non dimentichiamo, comunque, che la crescita economica di questi anni ha dato alla giovane popolazione irlandese (il 40 per cento ha meno di 25 anni) un senso di fiducia.Ma questo non basta. C’è il pericolo che venga adottato in maniera permanente un modello di sviluppo liberista – la scelta più facile – piuttosto che metterne a punto uno più confacente alla cultura e alle attese della gente. La questione centrale che oggi si pone con urgenza – commenta il prof. Kinsella – è la ricerca di una nuova identità come paese. È un argomento politico e culturale. Che pone un quesito: su quali valori fondare il nostro futuro?. RIFORME. SE NON ORA, QUANDO? È un’Irlanda sviluppatissima, davvero la Tigre celtica. Ma guardiamo oltre le statistiche. Lorna Gold ci riceve nella sua casetta a Maynooth, distante 40 minuti di auto da Dublino. Ha insegnato all’università britannica di York ed ora è un’analista delle politiche pubbliche. Negli ultimi dieci anni è cresciuta la ricchezza privata, non quella pubblica. Si sono arricchiti i benestanti, non tutte le fasce della popolazione. Sì è creata perciò una mentalità che valorizza la rendita privata e non tanto gli investimenti sociali. Il servizio sanitario, l’assistenza sociale, le giovani famiglie, la cura dei bambini e degli anziani, ma anche i trasporti e tante infrastrutture non hanno beneficiato di risorse statali. Sembra che il governo guardi più al sistema americano che a quello europeo. Occorrono investimenti, ma anche riforme nel settore pubblico per diventare un paese moderno. Sino al 1° maggio 2004 c’erano in Irlanda mille polacchi. Dopo l’ingresso della Polonia nell’Unione europea, ne sono arrivati 100 mila, ben il 2,5 della popolazione. A Dublino e Cork, i giornali pubblicano pagine in polacco. In genere, c’è una buona integrazione, perché hanno molto in comune con gli irlandesi, anche per la matrice cattolica . Per gli immigrati, comunque, l’inserimento non è facile. Immaginano un paese che li tuteli e invece scoprono che sanità, servizi e abitazioni difettano anche per i residenti. Per la Gold, c’è bisogno anche di una riforma del sistema di tassazione, con percentuali progressive all’incremento di reddito. Ci sono oltre 300 persone tra le più ricche che beneficiano di esenzioni totali e permanenti perché operano in certi settori, come, ad esempio, l’allevamento di cavalli. Cosa serve? Per impostare lo sviluppo del paese si è ricorsi alla concertazione sociale. Ora si deve fare altrettanto per approntare un progetto che traduca la crescita economica anche in progresso sociale. Le riforme si fanno quando c’è ricchezza. Quindi, se non adesso quando?.

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