La speranza della vita comunitaria

Due salesiani, incarichi diversi, ma nel cuore una stessa grande realtà: vivere ogni giorno con la presenza di Gesù fra loro, per essere il carisma vivo di Don Bosco.

Jean: L’Istituto Salesiano di Bolzano è un’opera non grande ma complessa, con cinque settori o attività in favore dei giovani. In comunità eravamo 14, metà oltre i 70 anni. La varietà dei fronti del nostro impegno, rispetto al numero di confratelli attivi, ed il rilievo da sempre dato alla missione, facevano sì che diversi di noi erano in pratica da soli nel portare avanti il compito affidato. Il passaggio da una solitudine di fatto ad uno stile di vita solitario, autonomo, era facile.

In tale contesto sentivo che il mio primo compito era quello di coltivare i rapporti, favorire la comunione in comunità e fra i settori dell’opera. Sei anni fa, in accordo con la Provincia di Bolzano, abbiamo aperto il convitto universitario. Per quell’attività il nostro superiore inviò Paolo, con cui avevo già collaborato nel passato.

L’avvio di una struttura è un momento delicato: dà un’impronta, abbozza il volto con cui essa comincerà a essere conosciuta. A noi premeva fare un vero servizio ai giovani, così come vuole il nostro carisma, e non limitarci solo all’ospitalità. Così, per essere fedeli a don Bosco, non volevamo fidarci delle intuizioni dell’uno o dell’altro, ma dell’unità fra noi, grazie alla quale Gesù assicura la sua presenza fra i suoi discepoli. 

Paolo: Di solito chi riceve un incarico, una mansione, un settore di attività, lo interpreta nel migliore dei modi facendo leva sulle sue capacità, intuizioni e competenze. Invece io avevo in cuore che, sebbene andassi ad aprire un’opera per tanti versi anche nuova, in realtà entravo in una comunità di persone dove la cosa più importante era la comunione a tutti i livelli.

Per esempio, da subito ho detto che non volevo essere chiamato “direttore” del pensionato, ma “animatore”, perché il direttore era uno solo, quello dell’Istituto. Sentivo che questo era un segno e un contributo alla verità, all’armonia e metteva in luce la comunione con il superiore che era fatta di comunicazione quasi giornaliera: lo tenevo aggiornato di tutto quello che accadeva, in modo tale che lui, avendo la grazia di capire la situazione, mi illuminasse sulla linea da prendere.

Jean: Ci comunicavamo le idee sull’allestimento degli ambienti, sul regolamento, sulle iniziative da promuovere, con l’intento di trovare poi la linea giusta con il consiglio della casa. Su molti punti partivamo da sensibilità e prospettive molto differenti: le richieste della Provincia sembravano eccessive all’uno e accettabili all’altro, le esigenze dei giovani comprensibili oppure da ridimensionare.

Anche su aspetti più semplici partivamo da atteggiamenti diversi: vedere i giovani girare ovunque a piedi scalzi lasciava indifferente l’uno e sembrava decisamente inopportuno all’altro. In qualche momento ho pensato che, per non rompere l’unità con Paolo, dovevo fidarmi di lui che viveva costantemente a contatto con gli universitari e rinunciare a dire il mio pensiero, anche se percepivo che non era questo il modo di rimanere fedele al nostro ideale.

Che cosa avrebbe fatto Gesù al nostro posto? Cosa avrebbe fatto don Bosco? Solo la risposta a questa domanda avrebbe convinto entrambi. Ho capito che dovevo vivere con una nuova fedeltà quel momento quotidiano che ci permetteva di assicurare l’unità fra noi e che consisteva nella comunicazione di quanto stavamo vivendo, nella verifica del rapporto tra di noi perché fosse limpido, in un momento di meditazione per rimanere nella volontà di Dio. Così abbiamo visto sciogliersi resistenze, aprirsi orizzonti e ci siamo trovati concordi su decisioni da prendere.

Paolo: Con gli altri confratelli della comunità mi sarebbe stato più comodo e legittimo chiudermi nel mio settore. Invece, due settimane dopo il mio arrivo, l’insegnante di religione della scuola media venne trasferito. Si rivolsero a me per sostituirlo fino alla fine dell’anno. Accettai. Così facendo alleviavo un po’ i problemi complessi della scuola.

Col tempo gli universitari crescevano di numero e anche la struttura edilizia arrivava al suo completamento. C’erano da vedere tante cose concrete e la mia natura avrebbe voluto vedere subito tutto l’arredo. Con la forza dell’unità accettai di procedere gradualmente, di avere pazienza e in molti episodi mi sono accorto che la visione di Jean era più saggia.

Non vuol dire che io non esprimessi il mio pensiero o che bloccassi il suo parere. Come quella volta che avevo manifestato una certa durezza nei riguardi dei giovani, e lui mi aveva aiutato, ricordandomi quello che noi avevamo fatto da giovani e della pazienza che avevamo fatto esercitare ai nostri educatori.

Jean: In un contesto umanamente non favorevole, abbiamo visto crescere dei frutti sperati, ma non scontati. Ad esempio: nessuno di noi due conosceva le lingue parlate, l’inglese e il tedesco; gli studenti provenivano da tante parti del mondo, dall’Indonesia o dalla Cina, fino all’Uruguay o il Messico. Pochissimi coltivano un’appartenenza religiosa… eppure fin da subito con poche parole da noi conosciute e soprattutto con il linguaggio concreto dell’amore si è stabilito un rapporto con ciascuno. La Provincia non aveva accettato che nel Regolamento si inserisse un incontro mensile con tutti gli studenti, da noi invece ritenuto importante per la vita del College. In forza dei rapporti costruiti l’incontro si teneva ogni mese con una partecipazione dell’ottanta per cento.

Vivendo in unità, abbiamo scoperto che la vita va avanti se rimaniamo nell’amore reciproco, trovando il tempo per comunicare, perché nulla ci appartiene, facendo bene la propria parte, portando i pesi gli uni degli altri. Don Bosco nel suo testamento spirituale ci ha lasciato scritto: “Tutti i confratelli salesiani che dimorano in una casa devono formare un cuore solo e un’anima sola con il direttore loro”. È davvero il segreto della vita delle nostre opere.

 

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